STORIA: In ricordo della Rivoluzione Ungherese del 1956

Nel marzo del 1953 morì una delle figure chiave del 20esimo secolo, Josif Stalin. A tre anni di distanza, nel febbraio del 1956 ebbe luogo il XX congresso del Partito Comunista Sovietico. Il 25 febbraio, nel giorno della chiusura del congresso, in un discorso a porte chiuse destinato ai soli membri del partito, Nikita Kruscev, nuovo segretario del partito, denunciò i metodi dispotici e sanguinari del defunto leader del blocco sovietico. Nonostante l’accortezza, il “rapporto segreto” trapelò e a pochi giorni di distanza venne divulgato dal New York Times.

La Rivoluzione del ‘56

Questo fatto determinò una ridiscussione dei metodi precedenti. Sull’onda dell’esperienza polacca, Il movimento studentesco scese in piazza e presto tutta la popolazione si mobilitò contro la dittatura di Mátyás Rákosi. A Budapest, il 23 ottobre dello stesso anno, i cittadini chiesero più libertà democratiche, cibo e la destituzione della polizia segreta, che in risposta aprì il fuoco sulla folla.

Il 28 ottobre, l’élite politica e militare fu costretta a cedere terreno, e Imre Nagy venne nominato nuovo primo ministro dal Partito Ungherese dei Lavoratori, concedendo gran parte di quanto chiesto dai manifestanti. La sua statua ha un alto valore simbolico e oggi affianca una delle più belle piazze di Budapest, Kossuth Lajos. Il monumento a Nagy volge lo sguardo verso il Parlamento, culla della democrazia, appoggiato a un ponte costruito da veri pezzi dei carrarmati, e dando le spalle al monumento sovietico di piazza Szabadság.

Il 30 ottobre, Nagy annunciò la fine del sistema a partito unico promettendo nuove elezioni, e il ritiro dell’Ungheria dal Patto di Varsavia, alleanza militare costituita nel blocco orientale per fronteggiare la NATO. János Kádár, ministro degli esteri del governo Nagy, fu disgustato dall’attitudine eccessivamente liberale del primo ministro, lasciando il governo e costituendone uno rivale nell’est del paese con il supporto dell’esercito sovietico.

Infatti, il 4 novembre 1000 carrarmati invasero Budapest. Ci furono 20 mila feriti e tra questi morirono in 2.500. I sovietici arrestarono 5 mila persone, 860 come prigionieri di guerra, e 3.450 vennero giustiziati. Successivamente vennero indagate ed arrestate quasi 15 mila persone ritenute di aver partecipato alle proteste, tra queste 229 furono condannate a morte. All’indomani di questi eventi, circa 200 mila persone scapparono dall’Ungheria e riuscirono a fuggire verso ovest.

La stessa sera del 4 novembre Nagy si rifugiò nell’ambasciata jugoslava, ma successivamente ad un accordo tra Tito e Kruscev, venne consegnato ai sovietici. Nel giugno del 1958 fu giustiziato insieme ad altre tre figure chiave della rivolta. Dati i rapidi cambi di governo, le proteste e l’utilizzo dell’esercito per il raggiungimento di fini politici, dal punto di vista storiografico quella del 1956 è considerata una rivoluzione.

Il valore della libertà

Il popolo ungherese ha sofferto il giogo dei peggiori totalitarismi a cui il mondo abbia mai assistito, il nazi-fascismo e il comunismo. La Casa del Terrore, museo situato in Andrássy Út dedicato alle vittime dei regimi liberticidi, ospita una sala dedicata agli eventi della rivoluzione. Sulle mura una citazione di Raymond Aron: “Quello che è sembrato impossibile è accaduto: il popolo stesso ha sconfitto uno stato totalitario”. Le mura della sala della migrazione sono invece ricoperte dalle cartoline di coloro che riuscirono a lasciare il paese dopo la rivoluzione.

Alla cerimonia d’inaugurazione della Casa del Terrore, nel 2002, l’allora primo ministro Viktor Orbán dichiarò: “Noi oggi chiudiamo paura e odio dietro le sbarre, perché non vogliamo che abbiano un posto nelle nostre vite future. Dovremmo chiuderle dietro le sbarre, ma non dovremmo dimenticarle”. Esatto. L’ha detto proprio lui.

Per un approfondimento audio-visivo si consiglia la visione del reportage fotografico di John Sadovy per Life Magazine, e il video dell’istituto Luce.

Chi è Gian Marco Moisé

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Ha conseguito una magistrale in ricerca e studi interdisciplinari sull'Europa orientale e un master di secondo livello in diritti umani nei Balcani occidentali. Ha vissuto a Budapest, Sarajevo e Pristina. Parla inglese e francese, e di se stesso in terza persona.

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