ROMANIA: Il centenario dell’unità nazionale e la rimozione della storia

In Romania sono già iniziati i preparativi per la celebrazione del centenario della Grande Unione del 1918, uno dei cardini sui quali è costruita la mitologia patriottica. Il ministero della Cultura e dell’identità nazionale ha aperto un sito internet dove ogni cittadino può proporre un’idea o una manifestazione per celebrare al meglio la ricorrenza. La televisione pubblica ha iniziato a trasmettere spot che inneggiano al grande anniversario del 2018. L’attuale periodo di crescente nazionalismo amplifica l’eco di determinate ricorrenze. Tuttavia, lo scarto tra il fatto storico celebrato e mitizzato a posteriori e il passato, per dirla alla Ranke, “così come esso si svolse”, è spesso enorme.

Cosa accadde nel 1918?

La Romania, al momento del suo ingresso nella prima guerra mondiale, era ancora un piccolo Stato dell’Europa sud-orientale, formato dall’unione dei due vecchi principati danubiani di Valacchia e di Moldavia. Parlanti di lingua romena vivevano tuttavia anche al di fuori dei confini nazionali; essi erano il gruppo linguistico più numeroso della Transilvania, nonché moltissimi in Bessarabia (l’attuale Repubblica Moldova), in Bucovina e nel Banato. L’annessione delle terre abitate da romeni era un desiderio mal celato della classe politica di Bucarest; soprattutto la Transilvania scaldava il cuore dei nazionalisti, anche a causa della sua ricchezza economica, nettamente superiore a quella dell’Oltenia e della Moldavia. Nella Transilvania asburgica, direttamente sottoposta all’amministrazione ungherese, la piccola ma vivace classe intellettuale romena mal sopportava il centralismo e lo sciovinismo magiaro, ma nello stesso tempo diffidava anche di Bucarest.

La Romania era da loro vista come un paese corrotto, con un’amministrazione inefficace e una classe politica abituata ai più biechi bizantinismi, distante dall’ambiente centro-europeo asburgico in cui gli intellettuali transilvani si erano formati. Per questo, fino all’inizio della prima guerra mondiale, pur riconoscendo il legame linguistico che li legava ai romeni d’oltre Carpazi, i transilvani lottarono per l’autonomia all’interno dell’Impero asburgico. Il loro reale obiettivo era stabilire un legame diretto con Vienna, sperando che l’imperatore mitigasse il nazionalismo ungherese. A cambiare le carte in tavola furono le contingenze belliche; il profilarsi della sconfitta austro-ungarica e il collasso dell’Impero mise i transilvani di fronte a una scelta: venire incorporati all’interno di un’Ungheria indipendente e nazionalista o impegnarsi per l’annessione alla Romania. Prevalse la seconda ipotesi.

I transilvani pensarono che sarebbe stato più facile ottenere l’autonomia amministrativa all’interno di uno Stato romeno, dove il dialogo sarebbe stato favorito dagli innegabili legami culturali e linguistici tra le varie comunità. La dichiarazione di Alba Iulia dell’1 dicembre 1918 con cui i romeni di Transilvania dichiarano la loro annessione alla Romania prevedeva esplicitamente il rispetto delle peculiarità politiche, sociali ed economiche della regione; si trattava di un embrionale progetto di federalismo.

Autonomia vs centralismo

La realtà postbellica romena si rivelò subito ben diversa dai sogni dei romeni di Transilvania. Bucarest impose un ferreo controllo sulla regione, lasciando davvero poco spazio a progetti autonomistici. Molti funzionari ungheresi furono sostituiti da romeni provenienti dalla Romania storica, che portarono un modello politico amministrativo detestato dai transilvani. L’annessione della regione fu tutt’altro che semplice, e gli scontri politici tra le due fazioni furono molto accesi. La delusione divenne subito palpabile. I progetti di integrazione amministrativa non furono più semplici nelle altre regioni che la Romania acquisì dopo il 1918. In Bessarabia, precedentemente parte dell’ex impero zarista, Bucarest trovò povertà, miseria, e una popolazione contadina non così facilmente controllabile, nonostante la condivisione linguistica. Anche lì i governi romeni optarono per politiche centraliste dure, provocando il malcontento della popolazione contadina locale, che fu costretta ad abbandonare le norme consuetudinarie (tollerate dallo zar) con cui regolava la sua quotidianità.

La rimozione

Minacciata dai revisionismi e dai nazionalismi avversi, la storiografia e la società romene hanno rimosso le difficoltà patite nel percorso di unione, presentandolo di contro come un processo inevitabile, da tutti desiderato e generalmente ben vissuto. Se tuttavia ancora oggi si viaggia dalla Transilvania a Chişinău, passando per Bucarest, ci si accorge come certe differenze e certe pratiche politiche, sebbene attenuate dagli avvenimenti del secolo scorso, non siano ancora del tutto morte.

Foto: Mediafax.ro

Chi è Francesco Magno

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Dottorando presso l'università di Trento con un progetto sulle politiche nazionalizzatrici dei governi romeni nel periodo interbellico. Laureato in storia contemporanea presso l'università di Padova con una tesi sulle epurazioni del regime comunista romeno nel mondo delle libere professioni. Si occupa da anni di Romania, paese dove ha trascorso diversi soggiorni di studio e ricerca, con particolare attenzione al nazionalismo romeno e alle politiche di nazionalizzazione in aree di frontiera.

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