LETTERATURA: Il giovane Ivo Andric, scrittore e diplomatico, a Trieste

Scrittore e diplomatico, Ivo Andric fa parte dell’élite intellettuale europea già nel primo dopoguerra. Del premio Nobel jugoslavo per la letteratura e del suo rapporto con l’Italia e con Trieste ha parlato a Bruxelles Massimiliano Schiozzi (Cizerouno).

Nato in una famiglia cattolica a Travnik nelle valli boscose della Bosnia nel 1892 durante l’amministrazione asburgica, Andric si sposta poi a Višegrad e a Sarajevo per il liceo, per continuare gli studi nelle città principali della duplice monarchia: Zagabria, Cracovia, Vienna. Ma il suo ideale non è quello di servire la monarchia: Andric partecipa al movimento giovanile jugoslavista-mazziniano della Mlada Bosna, la Giovine Bosnia – lo stesso di Gavrilo Princip – e per questo conoscerà anche le prigioni e la malattia all’inzio della Grande Guerra.

Passata la Grande Guerra, entra subito nel neonato servizio diplomatico del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (SHS). “Andric percorre per tutto il periodo interbellico un’affannosa carriera, con turbinosi cambiamenti di sede annuali. Percorre l’Europa negli anni in cui questa si va sfaldando“, spiega Schiozzi. Nel 1921 Andric è a Roma presso il Vaticano, quindi a Bucarest nel ’21, a Trieste nel ’22, a Graz nel ’23 – dove consegue il dottorato – quindi come viceconsole a Marsiglia e a Parigi nel ’26, a Madrid nel ’28, a Bruxelles nel ’29, nel 1930 a Ginevra e quindi di ritorno a Belgrado nel 1933, dove nel ’37 è assistente diplomatico del primo ministro Stojadinovic. Andric è infine nominato ambasciatore a Berlino nel ’39, da dove segue lo scoppio del conflitto e l’invasione della sua Jugoslavia.

Il periodo a Trieste del 1922 non è dei più felici per Andric: di debole salute, Andric teme la bora e si lamenta che l’inchiostro gli si congela dal freddo. Il consolato jugoslavo è senza sede dopo l’incendio durante i moti del 1920 (gli stessi del Balkan) e Andric risiede presso Palazzo Scuglievich, in piazza Venezia. Andric ritrova nel capoluogo giuliano la stessa aria di frontiera della sua Bosnia, con la comunità “illirica” ortodossa che si riunisce attorno al tempio di San Spiridione. Andric recensisce D’Annunzio per riviste belgradesi e allo stesso tempo segue con apprensione la crescita del fascismo, su cui scrive vari saggi (occupandosi anche del caso Matteotti) con lo pseudonimo di Res.

A Trieste tornerà brevemente anche nel ’26, come membro della commissione d’indagine sulla “misteriosa scomparsa del console jugoslavo”, fuggito con la cassa in Provenza, come si apprende dai titoli del Piccolo di allora. Nei suoi appunti Andric non ne scrive, ma ricorda solo di come fosse riuscito a sfruttare le pause pranzo per un tuffo in mare – “elemento di apertura e confronto con sè stessi fondamentale per lui, sceso dai monti bosniaci a costruirsi una casa sul mare con la moglie Milica ad Herzeg Novi”, nota Schiozzi. All’Adriatico Andric dedicherà la raccolta Racconti sul mare (inedita in italiano).

Negli stessi anni Andric inizia ad essere già notato come scrittore anche sulla scena culturale italiana. Nel 1927 il capodistriano Umberto Urbani (Urbanac) lo cita come giovane promettente tra gli “scrittori serbocroati” e dieci anni dopo ne traduce il racconto Most na Žepi (Il ponte sulla Žepa), pubblicato in edizione con testo a fronte, che include la storia dell’architetto italiano costruttore del ponte a due arcate incrociate come onde. Ed è del 1934 il saggio “Un giovane: Ivo Andric” di Giovanni Maver, da Curzola, anch’egli già irredentista incarcerato e futuro fondatore della cattedra di slavistica a Padova e maestro del futuro traduttore del Ponte sulla Drina, Bruno Meriggi. In quegli anni Andric ha pubblicato solo alcune poesie e l’opera Ex Ponto. Sempre nel 1937 Bruno Neri (Francesco Drenig) pubblica su Termini le prime poesie di Andric tradotte in italiano. “Sono intellettuali giuliani, per la loro simile capacità di stare a cavallo tra le culture, i primi a capire e apprezzare in Italia la grandezza di Andric“, spiega Schiozzi.

Il Nobel del 1961 proietta Andric tra i grandi della letteratura europea, ma Mondadori era già entrata in corrispondenza con i suoi agenti (l’Agenzia Jugoslava per il Libro) nel 1955. I recensori delle sue opere tradotte in tedesco tuttavia ne davano un’opinione negativa, mentre chi lo leggeva in francese ne rimaneva entusiasta. Il Ponte sulla Drina risultava inoltre un’opera fuori dalle righe rispetto ai canoni della letteratura italiana e ci si chiedeva se non fosse meglio pubblicarne prima altre opere più classiche. Ma Elio Vittorini, chiamato a dare un parere di lettura, scrisse: “sotto finzione di narrare la costruzione di un ponte… Andic raffigura attraverso un mucchio di fatti… lo svolgersi della vita di un paese. E’ da considerarsi… una specie di poema epico“. Il Ponte esce per Mondadori nel 1960, giusto l’anno prima del Nobel.

Chi è Davide Denti

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Dottorando in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea e Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina. Collabora con varie altre testate, tra cui Osservatorio Balcani e Caucaso e Aspenia online.

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