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IRLANDA: Referendum sull’aborto e non solo, una società in evoluzione?

Due anni dopo lo storico ai matrimoni gay, l’Irlanda ha annunciato un altro cruciale referendum: nel 2018, i cittadini saranno chiamati a decidere se abolire il divieto di aborto. Un tempo considerata “la roccaforte cattolica d’Europa”, l’Irlanda sembra lentamente aprirsi a politiche più progressiste – sull’aborto e non solo.

L’ottavo emendamento

Di fatto assimilato ad un omicidio, l’aborto è proibito in Irlanda dal 1983, anno in cui fu istituito l’ottavo emendamento della costituzione che sancisce il “diritto alla vita del nascituro” equiparandolo al diritto alla vita della madre. Una donna può essere condannata ad un massimo di 14 anni di carcere per un aborto praticato illegalmente. L’interruzione di gravidanza è permessa unicamente in caso di rischio reale per la vita della donna (e solo dal 2013, quando fu approvato il “decreto sulla protezione della vita durante la gravidanza”); ciò significa che se la gravidanza è dovuta a stupro o incesto, o anche quando il feto presenta gravi malformazioni, l’aborto non è permesso. La legge consente invece l’interruzione della gravidanza in caso di disagio psichico e rischio di suicidio, ma l’iter a cui bisogna sottoporsi per ottenere l’autorizzazione è lungo e umiliante (ben sette giudizi), se non estremamente rischioso per la salute psichica e la vita della donna.

Non sorprende quindi che recarsi all’estero (principalmente nel Regno Unito e nei Paesi Bassi) per praticare l’aborto sia usanza comune tra le donne irlandesi. Secondo i dati del National Health Service (NHS), sarebbero state almeno 165.438 le irlandesi ad aver usufruito, tra il 1980 e il 2015, dei servizi di interruzione della gravidanza in Inghilterra. Solo nel 2016, il numero ammonta a 3451. Di fatto, l’aborto praticato in Irlanda è un reato, ma le donne sono “libere di” usufruire all’estero di un diritto negato nel proprio paese. Un paradosso che ha portato il Comitato dei diritti Umani dell’ONU a denunciare il trattamento “crudele, inumano e degradante” inflitto dall’Irlanda alle proprie cittadine.

Progressisti ma non troppo?

Annunciando il referendum sull’ottavo emendamento, il primo ministro irlandese Leo Varadkar sembra essersi preso il merito di questo passo in avanti nella storia del paese. Apertamente gay e di origini indiane, Varadkar è stato acclamato come “il leader più innovativo che l’Irlanda abbia mai avuto”. Ciò è vero solo in parte: sebbene il premier sia stato uno strenuo sostenitore del matrimonio gay, le sue opinioni sull’aborto sono piuttosto conservatrici. Nel 2015 Varadkar, all’epoca ministro della Salute, si pronunciò sull’ottavo emendamento definendolo “troppo severo” nella formulazione attuale, ma dichiarandosi comunque “pro-vita e sfavorevole all’aborto su richiesta”.

In realtà, il referendum è il frutto di una lunga serie di battaglie politiche e legali, che hanno portato il governo a istituire (nell’ottobre 2016) un’assemblea di cittadini per esaminare le questioni mediche, legali ed etiche legate all’aborto. Ad aprile, l’assemblea ha votato per una sostanziale modifica dell’ottavo emendamento: nello specifico, l’89% dei membri dell’assemblea si è detto favorevole all’interruzione di gravidanza in caso di stupro e di malformazioni del feto, e il 72% anche per “motivi socio-economici”.

Il voto dell’assemblea cittadina rivela quindi un posizionamento leggermente più liberale rispetto a quello del premier. In realtà però, proprio Varadkar sembra avvicinarsi di più all’opinione pubblica: secondo l’ultimo sondaggio (risalente all’ottobre 2016), sebbene il 74% degli irlandesi sia favorevole alla revoca dell’ottavo emendamento, solo il 19% di questi vorrebbe che l’aborto fosse consentito in ogni caso. Il 55% è più propenso a modificare la legge per permettere l’aborto con determinate limitazioni.

Aborto e non solo: l’Irlanda in trasformazione

L’abrogazione dell’ottavo emendamento potrebbe cambiare radicalmente la vita di migliaia di irlandesi; e non è l’unica novità che si prospetta per i cittadini dell’Eire. Insieme a quello sull’aborto, Varadkar ha infatti annunciato ben altri sette referendum, che si terranno tra il 2018 e il 2019. Quattro di questi potrebbero apportare importanti cambiamenti nella vita politica del paese (elezione diretta dei sindaci, attribuzione di più poteri alle commissioni parlamentari, estensione del diritto di voto agli irlandesi residenti all’estero e abbassamento dell’età minima di voto a 16 anni).

I restanti tre referendum sembrano allinearsi con quello sull’aborto, riflettendo in maniera emblematica le trasformazioni in corso nella società irlandese. Si voterà infatti per rimuovere l’anacronistico articolo 41.2 della costituzione, che fa riferimento in maniera quantomeno stereotipata al “ruolo della donna nella casa”. Si terrà anche un referendum sulla riduzione delle tempistiche del divorzio; legalizzato nel 1995 (l’Irlanda fu l’ultima tra i paesi dell’UE), oggi il divorzio si ottiene solo al termine di quattro lunghi anni di separazione fattuale della coppia. Infine, un altro referendum potrebbe sopprimere la controversa “legge sulla blasfemia” che dal 2010 punisce con un massimo di 25,000€ la pubblicazione o l’espressione di “contenuti che siano volgarmente offensivi e insultanti in relazione ad argomenti sacri a qualsiasi religione”. Si tratta di una delle leggi sulla blasfemia più severe del mondo occidentale.

Già da diversi anni i sondaggi mostrano un’importante diminuzione del numero dei credenti e un aumento degli atei in Irlanda. Se nel 2011 era il 69% della popolazione a definirsi credente, nel 2012 questa cifra si era dimezzata. Non si tratta solo di trasformazioni legate al “boom economico e alla rivoluzione digitale”: gli abusi sessuali sistematici perpetrati per oltre mezzo secolo negli istituti cattolici e denunciati alla fine degli anni 2000, hanno contribuito al calo di popolarità della fede cattolica e ad una presa di coscienza più laica da parte della popolazione. Il dibattito pubblico in corso sull’aborto e sulle questioni legate ai ruoli di genere, alle politiche familiari e alla libertà d’espressione, concretizzandosi nei referendum previsti per i prossimi anni, ne sono una potente dimostrazione.

Foto: Reuters

Chi è Laura Luciani

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Nata il giorno in cui tre presidenti riuniti in una dacha decidevano la dissoluzione dell'URSS, è appassionata di mondo post-sovietico e russofono. E' laureata in lingue slave, comunicazione e scienze politiche all'Université Libre de Bruxelles. Ha trascorso vari periodi di studio e volontariato all'estero, tra cui uno all'Università statale di Mosca MGU, uno in Lettonia e uno in Georgia. Vive e lavora a Bruxelles.

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