TURCHIA: La nostalgia ottomana di Erdogan

da L’Orient Le Jour, di Thomas Lecomte

tradotto per East Journal da Lorenzo Di Stasi

Erdogan non ha mai nascosto il suo attaccamento all’ex Impero Ottomano. Una nostalgia, tutta politica, che alimenta il sentimento nazionalista di una parte della popolazione e coinvolge oggi tutti i segmenti della società.

I movimenti del corpo sono precisi e lineari mentre Oguzhan indossa i kispet, un paio di pantaloni in pelle di bufalo. Il giovane uomo si mette a torso nudo e si copre il corpo con l’olio d’oliva. Intorno a lui ci sono decine di uomini che seguono lo stesso rituale. Questi atleti si chiamano Pehlivans, seguaci della tradizionale lotta turca. “Questo sport è ci è stato tramandato dai nostri antenati. Per me, ha più valore che praticare il calcio o il basket”, spiega Oguzhan prima di tornare all’arena, fra il suono dei flauti e il rullo di tamburi.

Come ogni estate, il quartiere Sancaktepe di Istanbul organizza il torneo di lotta nell’olio. Per un giorno, seicento lottatori, provenienti da tutto il paese, combattono corpo a corpo davanti a una grande folla. Un evento annuale di cui Ismail Erdem, sindaco di Sancaktepe, è particolarmente orgoglioso. “Stiamo investendo fortemente nella pratica della lotta nell’olio. È compito del comune conservare il nostro patrimonio culturale“, ripete il sindaco in ogni intervista. Ma se Ismail Erdem è così desideroso di ricordare queste lotte antiche, è anche perché sa che piacciono al suo presidente, Recep Tayyip Erdogan.

La lotta nell’olio, praticata dagli ottomani, è stata abbandonata dopo la caduta dell’impero nel 1923. All’epoca Mustapha Kemal Atatürk, il primo presidente della Turchia moderna, decise di allontanarsi dall’eredità di un passato che era diventato ingombrante. Ma dal momento che i conservatori islamici hanno il potere nel 2003, la situazione è cambiata. Per sedurre le classi popolari e rurali, l’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) ha deciso di coltivare la nostalgia ottomana. Una posizione che non sorprende Edhem Eldem, storico dell’Università del Bosforo: “In Turchia, la storia è sempre strumentalizzata, sia da un lato che dall’altro. Da quando Erdogan e il suo governo sono in carica si presentano come legittimi discendenti degli ottomani e quindi del popolo turco”.

Nel XVI secolo, nel momento di maggiore forza, l’Impero Ottomano si estendeva dai Balcani alla penisola araba, dal Caucaso al Nordafrica. Dal loro palazzo a Istanbul, i sultani regnavano su un territorio ben sei volte più grande della Turchia attuale. Un passato prestigioso che oggi le autorità politiche cercano di valorizzare con ogni mezzo. A tal fine, la televisione sta dimostrando di essere un eccellente strumento di comunicazione. I turchi, che spendono una media di quattro ore al giorno davanti alla tv, sono grandi fan delle serie televisive. Nel 2011, una soap opera dedicata al regno del sultano Solimano il Magnifico ha riscontrato un successo inaspettato. Ma il programma, che racconta la vita dei cortigiani nell’harem, non piace a Erdogan. Il governo turco ha deciso così di sostenere finanziariamente delle produzioni più in linea con la propria visione della Storia.

La città di Izmit, a due ore di auto a ovest di Istanbul ha ospitato sei studi interamente dedicati al cinema drammatico dell’epoca ottomana. È qui che è stata realizzata la serie “Payitaht Abdulhamid” (Il regno di Abulhamid), che racconta la storia del sultano Abdul Hamid II, all’inizio del XX secolo. Durante gli episodi, il sovrano dispotico e pio, limita la libertà di espressione, insiste sulla morale dell’Islam e si pone come difensore di una nazione minacciata dall’esterno. Una narrazione più adatta ai valori conservatori del presidente Erdogan.

Negli ultimi anni, la nostalgia per l’impero ottomano è arrivata anche nelle strade delle grandi città turche e in particolare nella sua principale meta turistica Istanbul. L’esempio più chiaro di questo passatismo è senza dubbio il progetto di una moschea gigante sulla collina di Camlica, ordinato da Erdogan stesso.

Il monumento, visibile da tutta la città – che sarà in grado di ospitare fino a 30.000 fedeli – è fortemente criticato, soprattutto per il suo eccesso: “Come i sultani, Erdogan cerca di contrassegnare Istanbul con la sua impronta”, afferma l’architetto Sinan Logie. Ma al di là della sua dimensione, è lo stile del lavoro, la replica extra-large della Moschea Blu costruita nel XVII secolo, che fa interrogare Sinan Logie. “La moschea di Camlica è il simbolo della mancanza di visione in termini di linguaggio architettonico contemporaneo in Turchia. Le autorità giurano fedeltà al classicismo”.

E anche quando si tratta di edifici moderni, il governo non dimentica mai di rievocare il pantheon delle grandi figure ottomane. Così, durante la sua inaugurazione nel 2016, il terzo ponte di Istanbul fu battezzato Yavuz Sultan Selim, in onore del sultano Selim I soprannominato “il terribile“. Un leader il cui regno nel XVI secolo è stato caratterizzato da una serie di conquiste, ma anche dal massacro di migliaia di aleviti, una minoranza religiosa che aderiva ad uno stile di vita liberale. Il terzo aeroporto di Istanbul attualmente in costruzione sarà presto uno dei più grandi del mondo, ma non ha ancora un nome ufficiale. D’altra parte, nel maggio scorso, l’azienda responsabile delle opere ebbe l’idea di formare una processione di 1.453 autocarri sulla pista del futuro aeroporto.

Recentemente il presidente turco si è recato a Malazgrit nella Turchia orientale. Il presidente è andato a commemorare la sconfitta dell’esercito bizantino per mano dei popolo di origine turca Seljuk avvenuta nel 1071. Nei manifesti che annunciano la partecipazione all’evento è presente Erdogan con un fiocco in mano e le date “1071-2071”. “Il governo attuale ricorda costantemente le date degli anniversari”, afferma lo storico Edhem Eldem, “Nel 2023 ci sarà il centenario della Repubblica di Turchia, nel 2053 i seicento anni della presa di Costantinopoli e, infine, nel 2071 mille anni della battaglia di Malazgrit. Il problema di combinare il futuro con il passato riflette una mancanza di visione per il futuro.”

Chi è Lorenzo Di Stasi

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Giornalista Freelance. Nato a Milano dove si è laureato in Scienze della Comunicazione. Si trasferisce prima all'Università di Pavia e poi a Tallinn dove completa la laurea magistrale in Erasmus. Parla fluentemente Italiano e Inglese, vorrebbe avere occasioni per praticare di più il suo francese.

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