ROMANIA: Il populismo rosso di Liviu Dragnea

Ad un attento osservatore dei fatti romeni non sarà sfuggita la peculiarità del locale Partito Social-Democatico (PSD). Una compagine che appartiene al Partito Socialista Europeo, con tanto di rose e bandiere rosse come simboli, ma con un leader che non disdegna slogan nazionalisti, anti-globalisti, oltre ad una posizione estremamente conservatrice in tema di diritti civili. Da dove nasce l’anomalia romena, e quali sono le ragioni del suo successo?

Radici di un potere

Il PSD è l’erede diretto del Fronte di Salvezza Nazionale (FSN), il movimento creato e guidato da Ion Iliescu e Petre Roman durante la rivoluzione del dicembre 1989. Esso ha accolto al suo interno molti transfughi del vecchio Partito Comunista. Il passaggio massiccio di uomini, di fatto buona parte delle seconde linee del precedente regime, ha fatto sì che le vecchie strutture di governo locale, prima esclusivo appannaggio comunista, diventassero quasi automaticamente controllate da uomini del FSN, in un momento in cui gli altri partiti cercavano di riorganizzarsi dopo quasi mezzo secolo di clandestinità.

Questo ha permesso al futuro PSD di avere in tempi relativamente brevi un’organizzazione ramificata e diffusa nel territorio, specialmente nelle campagne, che raccolgono ancora oggi una fetta cospicua della popolazione romena. Se si guardano i dati delle ultime elezioni (dicembre 2016) relativi alla geografia del voto, emerge chiaramente come ancora oggi il mondo rurale sia feudo privilegiato del PSD. Un potere così capillarmente diffuso sul territorio, con pochissimi rivali, ha favorito la nascita di quelle che in Romania vengono definite “baronie locali”: sistemi di controllo territoriale organizzati in strutture piramidali, con al vertice un politico che agisce come unico padrone della regione. Il sistema di ricambio amministrativo è impedito da una corruzione endemica, che blocca la nascita di una vita politica basata sul confronto tra programmi.

L’ascesa di Dragnea

Il barone locale più famoso è oggi l’uomo politico (insieme al presidente Iohannis) più forte e influente del paese. Liviu Dragnea, dalla metà degli anni ’90 fino al 2005, è stato l’unico e indiscusso re della provincia di Teleorman, povero territorio della Romania meridionale, il cui centro principale è la città di Alexandria (45.000 abitanti circa). Come ha fatto un politico locale a diventare il leader indiscusso del più grande partito del paese? Dragnea ha saputo capire l’importanza delle baronie locali, sfruttandole a suo vantaggio. In un momento di grande debolezza della leadership storica del partito (Ion Iliescu, Adrian Năstase), Dragnea ha offerto il suo sostegno all’outsider Mircea Geoană, garantendogli il supporto dei grandi potentati territoriali in cambio di una repentina ascesa ai vertici del partito.

Nominato presidente dell’Unione dei Consigli Regionali, ha abilmente regalato a Geoană e al PSD quel sostegno locale che il partito aveva perso. A seguito delle sconfitte alle elezioni presidenziali di Geoana prima e di Ponta poi, e della tragedia del club Colectiv, Dragnea si è ritrovato senza neanche troppo sforzo ai vertici del partito. E’ lui il più grande artefice del trionfo alle elezioni del dicembre 2016. Nella campagna elettorale ha mischiato promesse paternaliste di aumento dei salari e delle pensioni (tipiche del PSD) a slogan nazionalisti e anti-globalisti, che fino ad allora avevano trovato poco spazio nella retorica del partito. Dragnea ha sfruttato il micidiale potenziale del connubio nazionalismo-crisi economica, mirando soprattutto a quell’elettorato rurale e periferico che conosce meglio di chiunque altro. George Soros è stato il suo bersaglio principale; secondo Dragnea il magnate, con le sue speculazioni finanziarie, impoverisce la Romania e mina la sua economia; il leader socialista ha addirittura ipotizzato un’antipatia personale di Soros nei suoi confronti.

Dragnea vs Iohannis

L’impressione è che il fu re di Teleorman sfrutti i messaggi nazionalisti per distogliere lo sguardo pubblico dalla sua attività principale, ossia lo scontro frontale con i magistrati che vorrebbero portarlo a processo per corruzione. Gli sviluppi della politica romena sono difficili da prevedere, perché troppo legati alla variabile giudiziaria. Certo è che in questo momento il paese oscilla tra il populismo socialista rappresentato da Dragnea e l’europeismo liberale del presidente Iohannis. Il vincitore di questo scontro politico, in cui un ruolo cruciale è giocato dalla magistratura, indirizzerà il futuro del paese.

Chi è Francesco Magno

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Dottorando presso l'università di Trento con un progetto sulle politiche nazionalizzatrici dei governi romeni nel periodo interbellico. Laureato in storia contemporanea presso l'università di Padova con una tesi sulle epurazioni del regime comunista romeno nel mondo delle libere professioni. Si occupa da anni di Romania, paese dove ha trascorso diversi soggiorni di studio e ricerca, con particolare attenzione al nazionalismo romeno e alle politiche di nazionalizzazione in aree di frontiera.

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