Catalogna, a vincere è la divisione. Requiem per lo stato multinazionale

Dopo dieci anni di impegno, dentro e fuori questo giornale, contro il nazionalismo e le sue derive etnicistiche, guardiamo oggi con tristezza a quanto avviene in Catalogna. Non perché noi si voglia sostenere posizioni contrarie all’indipendenza catalana, o perché favorevoli all’operato del governo spagnolo, tutt’altro. Non è nostro interesse sostenere una delle due parti, e non è nemmeno il nostro ruolo. La tristezza si deve all’amara constatazione di come i popoli non sappiano, e nemmeno desiderino, vivere insieme. È penoso constatare come culture diverse si trovino sulle barricate dei simboli, inneggiando a ciò che divide, dimenticando quanto (molto di più) unisce. È doloroso assistere al requiem di un altro stato multinazionale, sopraffatto dalle bandiere e dalle rivendicazioni identitarie. Soprattutto è sconfortante assistere l’ennesimo fallimento della politica intesa come mediazione e compromesso.

«I croati posarono tronchi lungo le strade, la Jugoslavia non sarebbe più passata di lì».

La classe dirigente spagnola e quella catalana hanno fallito la prova della convivenza, che è l’unico vero esame di maturità dei popoli. Hanno vinto l’imbroglio dell’identità etnica, gli interessi locali, l’intransigenza patriottarda, il pugno duro poliziesco. Non serve scomodare il diritto internazionale (o il suo rovescio): la legge non regola l’immaginazione. E le nazioni, diceva quel tale, sono comunità immaginate: esistono se qualcuno le vive, durano finché qualcuno ci crede, ma non sono dati di natura, eterne e incontrovertibili. Le nazioni, anche quella catalana, sorgono dall’invenire radici, crescono interpretando folklore, si compiono facendosi massa. E la massa, la nazione, viene agitata dai pifferai magici di passaggio. I pifferai della patria, delle marcette, degli inni nazionali.

«Prima vennero i russi, e con loro la morte. Poi i bambini a Beslan, uccisi per vendetta».

E non bisogna dimenticare come i nazionalismi si alimentino a vicenda, ed in Spagna già si assiste a una polarizzazione e divisione dell’opinione pubblica che si schiera e si oppone, avvolgendosi ciascuna nelle proprie bandiere. I catalani vogliono l’indipendenza, sì è possibile. Sarebbe bello capirlo davvero. Al referendum consultivo del 2014 partecipò solo il 35,9% degli aventi diritto. Oggi, che in palio c’era l’indipendenza, solo il 42% ha votato. E’ la società catalana unita nella volontà dell’indipendenza? Questo referendum, con 312 seggi chiusi dalla polizia, con i pestaggi e le aggressioni delle forze dell’ordine, portato avanti in un clima di paura e minaccia, non risponderà alla domanda. Ma se il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito. Il punto non è la violenza del governo né le colpe di Rajoy, stupido appena un poco di più dell’omologo inglese che creò il precedente. Il punto non è il colore politico, non si divorzia per questioni cromatiche. Il punto è che il nazionalismo contemporaneo nasce dall’esasperazione dell’identità etnica e non può, quindi, avere un carattere inclusivo. Nemmeno il più democratico degli etnonazionalismi sopporta l’alterità. Il volk non ama inquinamenti culturali. E non li ama perché egli esiste, come volk, in virtù delle proprie caratteristiche uniche. Esaltare tale presupposta unicità è sempre pericoloso e le classi dirigenti che credono di poter cavalcare il sentimento nazionale giocano sempre d’azzardo. Il referendum catalano segna un punto di non ritorno, sancisce una lacerazione dentro la società (spagnola, ma anche catalana) che sarà molto difficile rimarginare: la follia gli arresti dei politici locali, l’uso della violenza, il disprezzo verso il ‘catalanismo’ non saranno dimenticati.

«La rivoluzione in piazza, e tanti in silenzio dietro ai vetri. Poi venne un esercito straniero a mettergli in mano nuove bandiere».

All’origine di tutto c’è quell’idea di volk che, dalle cattedre germaniche, si è sviluppata nelle “piccole patrie” di Alain De Benoist. Idee della nuova destra che piacciono anche a sinistra, d’altronde siamo nell’era post-politica ormai. Quindi che siano nuove trincee identitarie, ciascuna con la propria revisione storica e le proprie parole d’ordine nazionali. Che sia “l’Europa dei popoli”, espressione che malcela il disagio verso l’altro e il desiderio di essere padroni “a casa propria”. Come se i luoghi possano appartenere a qualcuno per diritto ereditario.

L’indipendenza catalana è simpatica: ci sono i ragazzi colorati; ci sono i ricordi di Orwell, la lotta contro il franchismo; c’è Davide contro Golia; c’è l’eredità anarchica e c’è la pulsione leghista, c’è un nazionalismo che si sviluppa in senso anti-autoritario e cresce, grazie all’opera di Jordi Pujol i Soley, nella destra cristiano-liberale, fino ad Artur Mas e Carles Puigdemont, alleandosi infine con la sinistra indipendentista. Ecco perché l’indipendenza catalana piace a tutti, è un menu à la carte da cui ciascuno prende ciò che gli fa comodo. E tutti lasciano una cosa: l’idea che si possa vivere insieme, popoli e culture diverse, in uno stato unitario e democratico, garante delle libertà, in cui la politica sia negoziazione. I catalani vogliono maggiore autonomia politica? Ebbene, c’erano e ci sono molte strade da percorrere prima dell’indipendenza. Il gioco della divisione serve solo alle canaglie. I popoli vengono presi in giro da quelli che agitano le bandiere. Armiamoci e partite!

Dicevamo che è triste e penoso assistere a questa ennesima divisione, ma ancora più penoso è vedere il ghigno di coloro che sulla divisione ci campano: “Non poteva che andare così” è una dichiarazione di resa incondizionata alla cattività dei popoli i quali, manipolati da revisionismi e mossi da interessi particolari, credono che sia libertà il confine e cultura la barriera. Ma loro, i pifferai, hanno colto lo zeitgeist dell’epoca nostra e alla fine vinceranno. È questa consapevolezza che addolora di più – e noi, che ingenuamente credevamo nella convivenza, ci troveremo una volta ancora dalla “parte sbagliata” della storia. Una storia sbagliata.

foto: Cesar Manso

Chi è Matteo Zola

Matteo Zola
Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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