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CONFINI: Nazioni, invenzione moderna o entità ancestrale?

Nell’immaginario comune odierno l’Europa centro-orientale è sempre stata il ricettacolo privilegiato di odi etnici e guerre nazionali sanguinarie. EaST Journal inaugura oggi una rubrica su nazioni, nazionalismi e confini: punteremo i nostri riflettori su realtà di confine, analizzando i nazionalismi e i discorsi che li alimentano, cercando di capire quanta verità c’è nella comune vulgata. Il punto di partenza di una tale analisi  non può che essere la nazione; entità data dai più per scontata, essa contiene al suo interno significati ambivalenti. Cos’è una nazione? Quando nasce? In che condizioni?

La Scuola Modernista

Per uno dei più importanti teorici di questa corrente, l’antropologo Ernest Gellner, la nazione è uno dei prodotti della società industriale. Uno stato moderno, con esigenze di produzione su larga scala, necessità di cittadini istruiti e intercambiabili nel mercato del lavoro, socialmente mobili, che possano essere impiegati non solo in fabbrica, ma anche in una burocrazia ormai sempre più ramificata e complessa. Le necessità di produzione e di amministrazione richiedono una comunicabilità immediata, rendendo indispensabile la condivisione di una lingua e di una cultura comune.  Lo Stato, attraverso un sistema scolastico pubblico e capillarmente diffuso (anch’esso figlio della modernità), impartisce ai cittadini gli strumenti che andranno poi a costituire il nucleo di principi su cui si fonderà la  nazione.

Nella società agraria pre-industriale, verticale, rigidamente strutturata, con pochissime possibilità di mobilità sociale, dove i mestieri si tramandano di padre in figlio e le esigenze di produzione e di governo sono estremamente più contenute, chi detiene il potere non ha bisogno di imporre una cultura comune che agevoli la burocrazia o le capacità di crescita economica. Lo Stato pre-industriale, fintantoché riesce a mantenere la pace e a riscuotere le imposte, non ha né i mezzi né la necessità di impartire un’alfabetizzazione universale, perché il suo sistema politico-produttivo non lo richiede.

Nel caso di gruppi etnico-linguistici privi di un potere statale alle loro spalle? E’ il senso di esclusione dai benefici della moderna società industriale che genera il nazionalismo, spingendo alla creazione di una cultura comune, che dovrà diventare il nucleo valoriale del nuovo Stato-nazione. Fondamentale diventa allora il ruolo degli intellettuali, che costruiscono il nuovo sistema culturale, innalzando una cultura (che Gellner stesso definisce “inferiore”) da una condizione quasi folkloristica ad uno status ufficiale.

Esempi

Il caso estone (citato spesso da Gellner) e quello romeno costituiscono due esempi emblematici. Alla metà del XIX secolo gli antenati degli attuali estoni erano privi di qualsivoglia coscienza etnica, e ci si riferiva a loro semplicemente come agli abitanti delle campagne, in contrapposizione agli aristocratici e ai borghesi tedeschi delle città, e ai russi che lavoravano nell’amministrazione. Il lavoro di intellettuali quali Carl Robert Jakobson o Friedrich Kreutzwald divenne fondamentale per la nascita di una coscienza nazionale; essi si impegnarono infatti a riscoprire e valorizzare la lingua e le tradizioni di quello che sarebbe successivamente diventato il popolo estone.

Il caso romeno è piuttosto simile; basti pensare all’opera di intellettuali come lo storico Nicolae Bălcescu che, nell’Ottocento, in una sua nota opera storiografica, teorizzò l’esistenza di una primigenio stato romeno già alla fine del XVII secolo, epoca in cui non erano state ancora codificate le nozioni di Romania o di cittadino romeno. Alla luce di esempi del genere Gellner arriva a dire che non è la nazione a creare il nazionalismo, ma è il nazionalismo a creare la nazione laddove essa non esiste. Il tema dell’invenzione di una cultura nazionale, travestita da risveglio, rimanda allo studio di Erich Hobsbawm e Terence Ranger, L’invenzione della tradizione, su cui non ci soffermeremo ulteriormente avendone già trattato in questo articolo.

Le “comunità immaginate”

La teoria di Gellner trascura i fattori più irrazionali e sentimentali. Più articolata è l’interpretazione fornita da un altro grande teorico modernista, Benedict Anderson, a cui dobbiamo la definizione delle nazioni come “comunità immaginate”. Anderson si chiede perché i membri di una nazione arrivino a percepirsi come appartenenti ad una stessa entità. A differenza di quanto accade nei villaggi o nelle città, essi non conoscono e non conosceranno mai la maggior parte dei loro connazionali; non hanno idea dei loro nomi, dei loro volti, o delle loro storie. Una fratellanza così estesa quale quella nazionale, i cui membri in buona parte non si conoscono tra loro, non può che essere immaginata. Cosa ha spinto gli uomini a immaginarsi in comunità nazionali? Anderson individua diversi fattori e processi. Tra i più importanti vi è sicuramente lo sviluppo di un’editoria capitalista: la diffusione di romanzi e soprattutto giornali nelle lingue vernacolari ha portato gli uomini a sentirsi accomunati a tutti coloro i quali potevano leggere quel libro o quel giornale nello stesso idioma. A ciò si aggiunga anche il clima intellettuale dell’immediato post-illuminismo: la crisi del pensiero religioso e l’esaltazione del razionalismo ha messo in crisi quelle ancore salvifiche (il paradiso, Dio) nelle quali l’uomo riponeva il senso della sua vita. Quel bisogno di trascendenza e di significato andava soddisfatto con nuove risposte. E’ qui che Anderson trova una delle motivazioni irrazionali e sentimentali della nazione: essa fornisce il significato e il senso di continuità che trascende la morte del singolo individuo.

Il pensiero di Anderson si ricollega a quanto sostenuto anche da George Mosse, secondo il quale la potenza del sentimento nazionale risiede nel suo legame con la morte: gli uomini muoiono, ma la nazione resta, imperitura, nonostante tutto. Basti pensare all’importanza che ha, nelle mitologie nazionali, la tomba del milite ignoto, il soldato senza nome, senza individualità, che sacrifica la sua vita affinché la patria possa continuare a vivere. Nel mondo contemporaneo tutti gli uomini sono uguali non solo davanti alla morte, ma anche davanti alla nazione stessa. Chiara è la differenza col mondo pre-rivoluzionario, dove l’uomo era soltanto un suddito, e dove la guerra veniva condotta da mercenari, e non da eserciti a base popolare.

Etno-simbolismo

Anderson, Gellner, Hobsbawm, Mosse, considerano la nazione un’invenzione relativamente recente, figlia delle peculiarità politiche, economiche e culturali della contemporaneità. Ad essi si contrappone chi vede la nazione come la variante moderna di entità esistenti da secoli. Il più illustre teorico di questa teoria (definita etnosimbolista) è Anthony D. Smith, secondo il quale le moderne nazioni nascono sulla base di etnie pre-esistenti. Sebbene buona parte delle nazioni emerga dal XVIII secolo in poi, le etnie nascono in ogni epoca storica, e alcune di queste riescono a sopravvivere anche per molto tempo. Pertanto, il modello di nazione che si sviluppa sulla base di legami etnici ha molta più possibilità di sopravvivere rispetto a quei casi in cui una base etnica comune manca. Con il suo approccio Smith si pone a metà strada tra i modernisti e i perennisti, secondo i quali le origini delle nazioni si perderebbero in tempi immemori, privi di qualsiasi attestazione documentaria. Ben più estrema, ma ormai screditata, è la teoria detta primordialista, secondo cui le nazioni nascono con l’uomo stesso; l’identità di gruppo sarebbe quindi un fenomeno naturale, e non uno socio-culturale. Ben lungi dall’essere un elemento innato, la nazione resta tuttavia fortemente ancorata alla sfera socio-culturale, come risulterà dall’analisi di casi concreti che prossimamente verranno analizzati su EaST Journal. 

Chi è Francesco Magno

Ha conseguito un dottorato di ricerca in storia dell'Europa orientale presso l'università di Trento. E' stato assegnista di ricerca presso la medesima università. Attualmente insegna storia dell'Europa orientale presso l'università di Messina. Si occupa principalmente di storia del sud-est europeo, con un focus specifico su Romania, Moldavia e Bulgaria.

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