Niente soviet e niente elettrificazione, l’Asia Centrale e l’energia rinnovabile

Il 28 ottobre 2016 fu un giorno letteralmente nero per il Tagikistan, il 90% del paese per circa 3 ore sprofondò infatti nell’oscurità a causa di un black out alla rete elettrica nazionale Unica regione indenne fu il Gorno Badakhshan che possiede una rete propria. Un problema simile si era già presentato nel 2009 quando, a seguito di un inverno particolarmente freddo, sovraccaricarono la vecchia rete elettrica sovietica comune a tutta l’Asia Centrale. A restare al buio allora fu anche la regione uzbeka di Surkhandarya, generando una crisi diplomatica tra i due paesi confinanti.

Il guasto del 2009 spinse l’Uzbekistan ad abbandonare la rete comune di origine sovietica, passo già fatto dal Turkmenistan nel 2003, rifiutando inoltre di rispettare l’accordo non scritto col il Tagikistan. Tale accordo, anch’esso risalente ai tempi dell’Unione Sovietica, prevede che Tagikistan e Kirghizistan in inverno accumulino grandi riserve d’acqua per fornire poi in estate a Uzbekistan, Turkmenistan e Kazakistan energia di origine idroelettrica destinata all’irrigazione dei campi, ricevendo in cambio energia originata da combustibile usata principalmente per il riscaldamento.

Oggi si torna a parlare di reti condivise, soprattutto per spinta del Tagikistan che guadagnerebbe con l’esportazione di energia elettrica. A rendere possibile la possibilità di progetti comuni un ruolo importante è rivestito dalla nuova politica estera uzbeka. L’Uzbekistan ha tolto infatti il veto alla diga tagika di Rogun, opera che vede la partecipazione dell’italiana Salini Impregilo, nonostante i pericoli per le sue colture di cotone. Il governo uzbeko ha inoltre discusso con il Turkmenistan vari argomenti, tra cui la razionalizzazione e lo sviluppo delle reti energetiche presenti nella regione.

L’esigenza di trovare accordi in Asia Centrale è reale, il rischio è quello di una situazione di crisi che scivoli prima o poi in qualche forma di conflitto. Il problema più grande, tuttavia, risiede nei costi per modernizzare le strutture esistenti, soprattutto in un contesto di continua crescita della domanda energetica per via dello sviluppo industriale e dell’aumento della popolazione. Progetti come il sinora fallimentare Casa-1000 sono in corso di riesame, mentre i governi della regione si impegnano a cercare finanziatori internazionali e rispettare gli accordi internazionali sottoscritti.

Un aspetto interessante sono le politiche legate al Trattato di Parigi sulle energie rinnovabili. L’Asia Centrale è infatti particolarmente adatta ad impianti che ricavino energia da fonti naturali quali vento e sole. Tuttavia la modernizzazione del settore energetico comporta anche questioni come l’aumento del costo per l’utente finale, Paesi come il Kazakistan hanno sinora calmierato questo costo, a discapito della manutenzione di infrastrutture vecchie ed inefficienti. Non è quindi un caso che il Tagikistan, dopo il guasto del 2016, abbia aumentato le tariffe energetiche di quasi il 20%.

Sul fronte del rinnovabile l’Uzbekistan si sta muovendo dal 2013, quando ancora regnava Karimov, favorito dal non essere dipendente da un’unica fonte sia essa gas o petrolio. Il decreto 4512 prevedeva che le energie rinnovabili avrebbero soddisfatto il 21% del fabbisogno del paese entro il 2031. Nello stesso anno, grazie al sostegno della Asia Development Bank, nacque anche un importante centro dedicato all’energia solare. Nel 2015 è stato inoltre firmato un piano di spesa di oltre 2 miliardi di dollari per l’energia idroelettrica, acquistata anche dal Kirghizistan riappacificato.

Il tema delle rinnovabili è anche legato alle difficoltà geopolitiche dell’Asia Centrale, come nel caso del Turkmenistan che per la prima volta vede un calo nell’esportazione di gas, avendo perso la Russia come cliente nel 2016. Le sue esportazioni con l’Iran sono in forte pericolo per via di problemi diplomatici, il che fa dipendere quindi le esportazioni turkmene praticamente solo dalla Cina. L’energia prodotta dai pannelli solari potrebbe rivelarsi importante soprattutto per le colture agricole meno bisognose di acqua, creando inoltre meno problemi ambientali a lungo termine.

Una diversificazione energetica è quello che cerca anche il Kazakistan, i cui giacimenti di carbone sono per il 75% nelle regioni del nordest abitate da una numerosa minoranza russa. Il paese ha una grande possibilità di sviluppo delle energie rinnovabili grazie all’energia eolica nel nord ed a quella solare nel sud. Leggi concrete in materia esistono dal 2015 e dal 2017 il paese si è dotato di nuove tariffe energetiche, al fine di attrarre investimenti. Per lo stesso motivo è stato inaugurato il programma 100 Concrete Steps per la lotta alla corruzione che allontana gli investitori esteri.

Il panorama energetico centroasiatico è articolato ed esistono anche casi come quello di Jaz-Ketchou, un piccolo villaggio kirghiso tra i luoghi più isolati del mondo. Qui non c’è mai stata corrente elettrica e solo da qualche anno sono arrivati i generatori di corrente, d’inverno molti tra i circa mille abitanti si spostano in luoghi dotati di elettricità. Portare la corrente elettrica qui costerebbe circa 400mila euro per la lontananza del paese dal più vicino centro abitato e la conformazione del territorio. Ma oggi, grazie ai pannelli solari, la qualità della vita a Jaz-Ketchou sta cambiando!

Fonte immagine: www.ebrd.com

Chi è Pietro Acquistapace

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Laureato in storia, bibliofilo, blogger e appassionato di geopolitica, scrive per East Journal di Asia Centrale. Cura il blog Farfalle e trincee, e una pagina FB su Mongolia e Asia Centrale. Ha collaborato per varie riviste come Asia Blog e per il bollettino di Soyombo, associazione dedita alla diffusione della cultura mongola. Nel 2011 è andato fino in Mongolia in Panda.

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