TURCHIA: Liberato il reporter Bureau. Centinaia i giornalisti ancora in cella

Sollevato e forse anche un po’ incredulo, Loup Bureau, il giovane reporter francese detenuto in Turchia per oltre 50 giorni, ha finalmente fatto ritorno in Francia. Incombe ancora, però, su di lui, la minaccia di una condanna da Ankara, con conseguente rischio di mandato di cattura internazionale.

Domenica mattina, Bureau è atterrato all’aeroporto Roissy Charles de Gaulle a Parigi. Apparso visibilmente stanco, ha dichiarato che fino all’ultimo non ha avuto la certezza di poter rientrare. «Inizialmente le condizioni di detenzione sono state dure, ho subìto minacce e intimidazioni», ha raccontato. «La situazione è migliorata quando hanno capito che non ero un terrorista». Ad accoglierlo in aeroporto i familiari, il ministro della cultura Françoise Nyssen e i due giornalisti Christophe Deloire e Pierre Haski, rispettivamente segretario generale e presidente di Reporters sans frontières (RSF), che si erano battuti per la sua liberazione.

Bureau era stato fermato il 26 luglio scorso a Sipoli, al confine tra Turchia e Iraq, e dopo la scoperta di fotografie in suo possesso che lo ritraevano con alcuni combattenti curdi siriani dell’YPG (Unità di protezione popolare), era stato ufficialmente arrestato con l’accusa di appartenenza ad un’organizzazione terroristica. Accompagnato alla prigione di Sirnak, nel sud-est della Turchia, vi è rimasto per 51 giorni, fino all’annuncio della sua liberazione. A fine agosto, il Presidente francese Emmanuel Macron aveva chiesto la sua rapida scarcerazione al capo di Stato Recep Tayyip Erdoğan. Ora verrà probabilmente processato in contumacia e se condannato non potrà più fare il suo lavoro, perché non potrà più liberamente spostarsi all’estero in quanto oggetto di un mandato di cattura dell’Interpol.

Turchia: la più grande prigione al mondo per i giornalisti

«Siamo contenti per questa liberazione, ma il clima nel paese non cambia», ha dichiarato il Presidente di RSF Pierre Haski. «Non dimentichiamo che i giornalisti incarcerati in Turchia sono tra i 160 e i 180». Nella classifica sulla libertà di stampa, stilata da RSF, la Turchia occupa il 155° posto su un totale di 180 paesi. Dopo il fallito golpe del luglio 2016, la situazione è precipitata.
Intanto, lo scorso 11 settembre, è ripreso il processo a 11 giornalisti e altri 6 tra dirigenti e impiegati del quotidiano turco d’opposizione Cumhuriet, arrestati con l’accusa di avere legami con Fethullah Gülen, presunto mandante del tentato colpo di stato del 2016. La corte ha respinto la domanda di libertà condizionata per il direttore Murat Sabuncu, per l’amministratore delegato Akin Atalay, e per Kadri Guersel, Ahmet Sik e Yusuf Emre Iper. Resteranno quindi ancora in carcere, in attesa della prossima udienza, fissata il prossimo 25 settembre. Alcuni di loro sono detenuti da oltre 200 giorni.
Rischiano tutti condanne pesantissime con pene dai 7 anni ai 30 anni di reclusione.

Continua il “repulisti” di Erdoğan in Turchia

A più di un anno di distanza dal fallito golpe del luglio 2016, gli arresti non si fermano. La scorsa settimana, 63 tra funzionari dei servizi segreti (già precedentemente sospesi dai rispettivi incarichi) e imam sono stati raggiunti da ordini di cattura in 21 province. In una diversa indagine, sono stati emessi altri 31 mandati di arresto nei confronti di soldati semplici, 22 dei quali sono già in manette. L’accusa, per tutti, è di far parte della rete golpista di Fethullah Gülen. Dal luglio 2016 ad oggi, sono 51 mila le persone incarcerate e in 160 mila sono stati licenziati o rimossi dal proprio incarico.
Ad essere arrestato di recente anche Celal Celik, avvocato del principale partito di opposizione, il repubblicano Chp. Secondo il leader Kemal Kilicdaroglu, l’ordine di arresto sarebbe strumentale: Celik è stato membro della Corte Suprema turca fino al 2011, quando ha rassegnato le sue dimissioni per protestare contro i cambiamenti imposti al Consiglio superiore della magistratura con la riforma costituzionale del 2010. Secondo Celik, quei cambiamenti avrebbero minato l’indipendenza dell’organo di autogoverno dei giudici.

Foto: Loup Bureau a Parigi, da Twitter.

Chi è Sophie Tavernese

Sophie Tavernese
Giornalista professionista, si occupa per East Journal delle aree geopolitiche di Russia e Medio Oriente. Collabora con La Stampa. Si è specializzata in giornalismo radio-televisivo alla Scuola di Perugia. Nata ad Aosta, vive a Courmayeur. Si è laureata in Archeologia e Storia dell'Arte all'Università Cattolica di Milano.

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