La Macedonia prima della Jugoslavia di Tito

Nada Boškovsa
Yugoslavia and Macedonia before Tito. Between Repression and Integration20050327_10213920130660096_1136242442_o
I. B. Tauris, Londra 2017
pp. 358,
£69 (73,25€)

recensione a cura di Edoardo Corradi

Il lavoro svolto dalla Boškovska, completato grazie a una ricerca dettagliata di fonti d’archivio, interviste e fonti storiche, riesce a colmare un periodo storico importante, sia per la storiografia jugoslava che macedone. I primi due capitoli analizzano con accuratezza la situazione politica in Macedonia durante i due decenni, gli anni Venti e Trenta, del Regno di Jugoslavia mentre i seguenti quattro sono dedicati rispettivamente al settore economico, all’agricoltura, all’educazione e, infine, ai trasporti e alle comunicazioni.
È da sottolineare il paragrafo nell’introduzione al volume nella quale si analizza l’utilizzo dei nomi (pagine 2-10). La delicata “questione del nome”, che ancora è viva nelle relazioni tra la Macedonia e la Grecia, viene analizzata nel dettaglio dall’autrice con l’obiettivo di dare al libro una nomenclatura comune per i paesi trattati nel volume. Nel fare questo, la Boškovska analizza quanto la “questione macedone” non sia solo un argomento dibattuto a seguito dell’indipendenza del 1991, ma che già all’epoca vi erano gli inizi per un’autodeterminazione che passasse proprio dal nome da dare a quello che diventerà, dopo il collasso della Jugoslavia socialista, uno stato a tutti gli effetti.

L’analisi storiografica delinea invece una situazione abbastanza complessa nella regione. Il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, nato dalle ceneri della Prima Guerra Mondiale e ribattezzato come Regno di Jugoslavia nel 1929, non ha mai optato per un’integrazione delle diverse popolazioni col fine di costituire un’identità statale jugoslava. Questo emerge specialmente in Macedonia, dove i deputati macedoni al parlamento jugoslavo erano un numero irrilevante e la popolazione era fortemente colpita dalla repressione governativa.
La repressione colpiva indistintamente la popolazione, sia coloro che supportavano attivamente le attività terroriste della “Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone” (VMRO), sia coloro che spingevano – con più o meno vigore – per un’autonomia della Macedonia all’interno dei confini statali jugoslavi. Infatti, “la prevenzione sistematica di una creazione legale di associazioni macedoni di ogni tipo era anche presente in un processo contro venti giovani, condotto tra il 5 e l’8 dicembre del 1927. Dimitrije Đuzelović, nato a Dojran, fu arrestato a Skopje il 29 maggio 1927, poiché aveva con sé un’edizione del giornale Makedonija pubblicato in Bulgaria” (pag. 56). Tale processo portò a condanne esemplari, sulla base di accuse infondate che ridussero notevolmente gli anni di prigione. Seppur molti furono poi rilasciati in quanto non vi erano prove contro gli imputati, coloro che furono condannati ricevettero pene tra i 5 e i 10 anni, raggiungendo addirittura condanne a 35 anni di prigione.

La repressione governativa continuò per tutta l’esistenza del Regno di Jugoslavia. Infatti, “Belgrado rispose a vari livelli all’incremento dell’attività politica e al rafforzamento delle richieste per l’autonomia e il riconoscimento del nome Macedonia” (pag. 122). Tale repressione si concretizzò con l’internamento delle persone nei campi negli anni Quaranta o, nei casi meno eclatanti, in forme di stretta sorveglianza poliziesca. D’altro canto, in Macedonia, dove il livello di alfabetizzazione era molto basso (solo il 40% della popolazione andava alle scuole elementari), il sistema educativo era uno strumento fondamentale per la “serbizzazione” della popolazione. Tuttavia, la mancanza di strutture adeguate e di strumenti adatti all’insegnamento fece sì che pochi insegnanti fossero entusiasti di recarsi in Macedonia per svolgere il loro lavoro. Infatti, “la mobilia, così come porte e finestre, era stata tutta bruciata dalle truppe di stanza lì durante la guerra. Inizialmente i bambini dovevano portare le sedie con loro da casa” (pag. 210). Una situazione drammatica per un’istituzione che era considerata fondamentale da Belgrado per omologare le popolazioni che ancora non avevano un’identità nazionale puramente definita.

Foto: Kurt Hielscher

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