Adam Michnik, la moralità da Stendhal a Willy Brandt

di Lorenzo Berardi
The Trouble with History‘ è un agile volumetto pubblicato negli Stati Uniti da Yale University Press nel 2014 e a oggi ancoraPoloniCult inedito sia in Italia che in Polonia. Il libro raccoglie una cinquina di recenti saggi di Adam Michnik. Mai come in questo caso l’autore non avrebbe bisogno di ulteriori presentazioni. Tuttavia qualche dato biografico va necessariamente dato perché, piaccia o non piaccia, Michnik è da almeno quarant’anni una figura cruciale della vita politica e culturale polacca. Imprigionato nel ’68 e fra l’81 e l’84, durante il periodo della legge marziale in Polonia, nel ’76 ha creato assieme a Jacek Kuroń il Komitet Obrony Robotników (Comitato di Difesa dei Lavoratori, Kor) la cui azione politica e sindacale non violenta ha ispirato Solidarność. Direttore di Gazeta Wyborcza sin dalla sua fondazione nell’89, ha contribuito a farlo divenire il quotidiano non in formato tabloid più venduto e influente in Polonia, nonostante un recente declino nelle vendite.

I cinque saggi presenti nel libro sono tutti usciti nel loro originale polacco su Gazeta Wyborcza e aggiornati e modificati per ‘The Trouble with History’ da Irena Grudzińska-Gross, professoressa di slavistica a Princeton e moglie dello storico polacco-americano Jan T. Gross. Le traduzioni inglesi sono invece curate da Elzbieta Matynia, Agnieszka Marcik e Roman Czarny. Si tratta di scritti che hanno una visione non strettamente polacca e affrontano la politica lateralmente, inquadrandola in un contesto più ampio intriso di storia, letteratura e studi sociali. Michnik tratta con competenza temi che vanno dalla Rivoluzione Francese agli anni del disgelo post Guerra Fredda passando per la letteratura francese di Balzac, de Chateaubriand, Hugo e Stendhal. E nell’analizzare il fenomeno polacco della lustracja – legge del 2007 che prevedeva un autodafé politico-ideologico da parte di chi aveva avuto a che fare con il Partito comunista – non si limita ad associarlo al maccartismo americano, ma cita anche le crudeli liste di proscrizione pubblicate nell’antica Roma dal dittatore Lucio Cornelio Silla.

Moralità, Rivoluzione e Controrivoluzione

‘Morality, Revolution and Counterrevolution’, recita il sottotitolo dell’opera. E si tratta di una dichiarazione programmatica nonché di una vera e propria mappa dei contenuti di un libro diviso in due parti. La moralità è quella dimostrata nel dicembre ’70 dall’allora cancelliere della Germania Ovest Willy Brandt, protagonista del saggio d’apertura, nell’inginocchiarsi davanti al monumento agli eroi del Ghetto di Varsavia. Un gesto che divenne noto come ‘genuflessione di Varsavia’ e visto da molti con sospetto sia nella Polonia socialista che nella Repubblica Federale di Germania dove Brandt venne accusato di atteggiamento antipatriottico.

Michnik difende il futuro Premio Nobel per la Pace da simili accuse e ne considera il gesto come un atto nobile inquadrato in una carriera politica coerente e contrassegnata dall’Ostpolitik, l’apertura verso l’Europa dell’Est. Tuttavia il direttore di Gazeta Wyborcza, non nasconde la propria delusione nei confronti di Brandt per non avere dimostrato altrettanto coraggio e spirito d’iniziativa in una successiva occasione. Di ritorno in Polonia nell’85 su invito del governo per celebrare i quindici anni del Patto di Varsavia, Brandt non contattò alcun attivista di Solidarność né rispose agli appelli in tal senso di Michnik e a un invito a incontrare Lech Wałęsa a Danzica.

L’analisi della moralità non si ferma alla figura di Willy Brandt, ma diviene un trait d’union con un saggio successivo nel quale si analizzano i fattori scatenanti della Rivoluzione Francese. Ed è proprio la moralità ad essere vista da Michnik come una delle principali giustificazione storiche alle azioni dei giacobini francesi. Come scrive l’autore:

Every revolution has its own dynamic; each is too slow, unfinished, betrayed. From within each revolution comes a demand for acceleration, completion, protection against betrayal.    

(Ogni rivoluzione ha una sua dinamica; ognuna è troppo lenta, non terminata, tradita. Dall’interno di ogni rivoluzione proviene una domanda di accelerazione, completamento, protezione contro il tradimento).

(La presente e le successive traduzioni sono a cura dell’autore)

Il rischio di un eventuale tradimento, ma anche quello di una protezione eccessiva contro di esso è di innescare un periodo di controrivoluzione. Senza contare come la storia stessa sia un processo continuo e mutevole, basato su un dialogo fra soggetti che partono da posizioni diverse e legittimamente tali. Un concetto ribadito nel saggio che dà il titolo alla raccolta, il secondo in ordine di lettura. Qui l’autore precisa come:

To study and to describe history is always a conversation with the Other, the one who thinks differently , who is differently situated, and who has been differently shaped by his  or her social position. To want to understand means to want to understand the other.

(Studiare e descrivere la storia consiste sempre in una conversazione con l’Altro, con qualcuno che la pensa diversamente, che ha posizioni diverse e che è stato influenzato in maniera diversa dalla propria posizione sociale. La necessità di volere capire significa volere capire l’altro).

Stendhal e l’importanza di essere una canaglia

Il quarto e il quinto saggio del libro sono dedicati agli scritti di Stendhal, uno degli autori preferiti di Michnik, che non ne fa certo mistero. Anche in questo caso è l’aspetto morale a essere centrale. Sorprende l’erudizione del politologo e saggista nell’analizzare vari passaggi di un grande romanzo dello scrittore francese come ‘Il rosso e il nero’, ma anche le pagine di un’opera incompiuta quale ‘Lucien Leuwen’. Si tratta in entrambi i casi di scritti che non stonerebbero in una raccolta di saggi di Zbigniew Herbert o Czesław Miłosz. In essi, Adam Michnik dimostra una grande e certosina passione per la letteratura francese oltre alla rara capacità di declinarne i messaggi e gli ammonimenti in ottica contemporanea.

Si parte dall’interrogativo retorico presente in ‘Lucien Leuwen’ sul fatto che, oggi come un tempo, occorra sapere come essere ‘canaglie’ per governare. Un assunto che Michnik non smentisce né conferma in toto, ma sul quale si sofferma in maniera analitica traendo spunto dalla propria lunga esperienza all’interno di un’opposizione clandestina e indigesta al potere. Se si può muovere un appunto a questa analisi è quella di restare troppo sul piano teorico e, soprattutto, di trattare marginalmente gli anni della democrazia successivi agli accordi della Tavola Rotonda dell’89. Ed è un peccato. Nel rievocare invece l’intenso periodo polacco dal ’78 all’89 da lui vissuto in prima persona, l’autore ricorda:

                We were the people wearing masks, the people of hideouts. We lived saddened with the moral ugliness of everyday, trapped in our hopelessness, and completely alone in the crowd of noisy May Day parades. Only a few of us uttered the words of dissent and rebellion, refused to perform the ritual bow, and with determination signed consecutive protests addressed to the authorities.

(Eravamo le persone che indossavano maschere, le persone dei nascondigli. Vivevamo intristiti da un quotidiano squallore morale, intrappolati nella nostra mancanza di speranza e completamente soli in una folla di rumorose sfilate del Primo Maggio. Solo pochi di noi pronunciavano parole di dissenso e di ribellione, rifiutandosi di eseguire l’inchino ritualee con determinazione firmavano una serie di proteste indirizzate alle autorità).

Qualche amara considerazione è riservata dal direttore di Gazeta Wyborcza all’eredità di quel cruciale periodo fatto di nascondigli, dissenso e proteste. Michnik ammette che lo spirito degli anni che hanno preceduto gli eventi dell’89 in Polonia e negli ex Paesi del Patto di Varsavia sia oggi annacquato dagli effetti del liberalismo e lo fa in maniera nostalgica e bibliofila:

Today we ask: What had happened to us? Why have we changed the human rights charter into a credit card and why do we reach less willingly for Joseph Conrad’s Lord Jim or Albert  Camus The Plague, the books of our dreams in these times?

)Oggi chiediamo: cosa ci è accaduto? Perché abbiamo trasformato la carta dei diritti umani  in una carta di credito e perché consultiamo con meno piacere ‘Lord Jim’ di Joseph Conrad o ‘La Peste’ di Camus, libri che sognavamo in quel periodo?)

Michnik 2 PoloniCult
Fot. Piotr Wojcik

Perché leggerlo

Nel complesso ‘The Trouble with History’ è un volumetto interessante per avvicinarsi al pensiero di Michnik degli ultimi anni. Un pregio dell’opera è quello di sapere evadere dai confini polacchi delineando quadri e prospettive più ampie sia nel tempo che nello spazio. Una qualità che rischia però di trasformarsi in un limite quando, ad esempio, l’autore riserva maggiore spazio alle motivazioni dei giacobini francesi o dei personaggi di Stendhal rispetto a quelle di Lech Wałęsa o Willy Brandt. Ecco perché pur essendo scritti con erudizione e competenza, i cinque saggi della raccolta forse difettano di un’aneddotica circostanziata che coinvolgerebbe di più i non accademici.

L’assunto che la storia sia un fenomeno ciclico condizionato da dinamiche ripetibili viene avvalorato e smentito al tempo stesso dall’autore con piena consapevolezza nel farlo. Appare evidente come l’intento sia quello di stimolare nel lettore la necessità di interrogarsi sul tema e di trarre le proprie conclusioni. Il vero leitmotiv e filo conduttore dei saggi raccolti in quest’opera resta tuttavia il tema della moralità e lo scarso credito di cui oggi sembra godere nel mondo del potere esecutivo. Una situazione che non piace a un intellettuale appassionato di politica come Adam Michnik il quale, senza il timore di passare per idealista, solleva la moralità dall’oblio e la posiziona al centro del proprio sistema di valori. Per ribadire come oggi il compito di governare non debba spettare soltanto a farabutti e canaglie.

Questo articolo è uscito originariamente su PoloniCult

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