UNGHERIA: Orbán contro Soros, una scelta politica

Da settimane Budapest è tappezzata di manifesti che ritraggono il volto sorridente di George Soros. Accanto all’immagine campeggia una scritta: “Il 99% rifiuta l’immigrazione illegale. Non lasciamo che Soros rida per ultimo”.

Chi è Soros

George Soros è il magnate americano di origini ebreo-ungheresi fondatore dell’Open Society Foundation, un network di fondazioni che opera con diversi progetti in un centinaio di paesi con l’obiettivo di costruire società tolleranti e inclusive. Tra questi progetti c’è anche la Central European University (CEU), da mesi alla ribalta della cronaca per la controversa legge che ha tentato di determinarne la chiusura.

La propaganda

Le campagne di manifesti non sono una novità per il governo Orbán. Già in occasione del referendum sulla ripartizione dei migranti il governo aveva speso cifre considerevoli per ricoprire la città di slogan imprecisi e politicamente scorretti. Infatti, secondo quanto dichiarato da Gabor Polyak, analista di Mertek Media Monitor: “Il mercato dei media e la maggioranza degli attori di mercato sono nelle mani degli uomini d’affari legati al Fidesz.”

L’antisemitismo

Questo spiega perché gran parte delle città ungheresi siano ricoperte di manifesti che prendono di mira un avversario che non si palesa apertamente nello spettro politico. Secondo Andràs Heisler, capo della Federazione delle Comunità Ebree in Ungheria, dipingere Soros come l’uomo nero “stimola sentimenti antisemiti.” Anche l’ambasciatore israeliano in Ungheria si era espresso criticamente rispetto alla campagna di manifesti organizzata da Orbán, salvo ritirare la dichiarazione quando il ministro degli esteri israeliano si è espresso contro Soros: “che mina il governo democraticamente eletto di Israele attraverso organizzazioni che diffamano lo stato ebraico e cercano di negargli il diritto di difendersi.”

Il primo ministro ungherese Orbán e la sua controparte israeliana Netanyahu si incontreranno a Budapest il 18 luglio, la prima visita in trent’anni di un premier israeliano in Ungheria. Probabilmente per questo motivo Israele ha scusato la recente campagna di manifesti dai risvolti antisemiti. Non sarebbe la prima volta. Infatti, Israele aveva già sorvolato sul discorso del 2 luglio nel quale Orbán ha elogiato Miklòs Horthy, reggente del governo d’Ungheria che ha collaborato con il regime nazista approvando leggi antisemite.

Con questa campagna di manifesti Orbán ha preso due piccioni con una fava, da un lato ha colpito un avversario politico, dall’altro ha strizzato l’occhio all’antisemitismo ungherese cercando di minare la base elettorale di Jobbik, uno dei suoi più agguerriti avversari.

L’inesistenza della neutralità politica

L’espressione “avversario politico” è utilizzata volutamente. Non perché Soros voglia sfidare Orbán, ma perché si può fare politica senza essere direttamente candidati. Il termine società viene dal latino societas ed era utilizzato dai Romani per indicare una sfera comunitaria diversa dallo stato e dal potere politico. Al contrario, per Aristotele l’uomo era animale politico e non esisteva se non come membro di questa comunità. In sostanza, è una falsa credenza pensare che la società civile sia politicamente neutra.

Soros, allievo del filosofo Karl Popper, autore de “La Società aperta e i suoi nemici”, lo sa bene, e ha deciso di chiamare la sua fondazione nella stessa maniera per decretarne la missione. Formare intellettuali attraverso una delle università più importanti dell’Europa orientale, favorire l’integrazione delle minoranze e supportare i diritti umani, sono scelte politiche. È stato lo stesso rettore della CEU Michael Ignatieff ad affermarlo in un suo libro.

I due minuti di odio

L’analista politico ungherese, Gabor Torok è stato il primo a tracciare parallelismi tra la campagna di manifesti di Orbán e 1984 di George Orwell. Nel romanzo, il partito del Grande Fratello organizzava ogni giorno i “due minuti di odio”, arco di tempo nel quale tutti i cittadini dello stato erano spinti a inveire contro l’effige di Goldstein, il nemico dello stato. Durante quei momenti il protagonista si estraniava dalla folla e si chiedeva il perché di tanto odio immotivato. Il ruolo dell’intellettuale è proprio questo, soffermarsi a pensare sul perché delle cose e chiedere agli altri: “Ehi, ma lo sai perché urli?”

Chi è Gian Marco Moisé

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Ha conseguito una magistrale in ricerca e studi interdisciplinari sull'Europa orientale e un master di secondo livello in diritti umani nei Balcani occidentali. Ha vissuto a Budapest, Sarajevo e Pristina. Parla inglese e francese, e di se stesso in terza persona.

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