RUSSIA: Cosa vuol dire combattere per i diritti della comunità LGBT?

Mentre la rappresentante della rete LGBT concede l’intervista ad East Journal, in Cecenia ancora degli omosessuali sono tenuti illegalmente in prigioni segrete ed il Comitato Investigativo sta vagliando le informazioni. Sono delle investigazioni di cui non fidarsi troppo, in ogni caso, sottolinea lei: “stanno semplicemente fingendo di portare avanti le indagini”. Anche perché alla rete LGBT Russia, sono al corrente delle situazione probabilmente più delle autorità stesse, dice la rappresentante, nessun inquirente ha chiesto di fornire informazioni.

Il 25 maggio l’ufficio dell’organizzazione è stato visitato da un uomo, racconta, che senza fornire documenti o mandati, ha lungamente preteso di entrare in qualità di membro del Comitato Investigativo e “cercare una persona”. Non è stato lasciato passare; in risposta lui ha minacciato di “tornare e portare con sé un gruppo di uomini incappucciati”.

Sarebbe auspicabile che le indagini fossero internazionali per sperare di avere davvero delle risposte e delle soluzioni, sostiene la rete LGBT.

La rete LGBT Russia, non appena Novaja Gazeta ha pubblicato l’inchiesta sulle repressioni degli omosessuali ad aprile, ha aperto una hotline per aiutare ed evacuare le persone a rischio. Cinquanta sono state trasferite in altre regioni della Russia, dodici hanno ottenuto un visto ed hanno lasciato la Federazione. Si mantiene il massimo riserbo sui luoghi di espatrio per questioni di sicurezza.

ONG e Foreign Agents

La prima difficoltà nell’aiutare gli omosessuali perseguitati è stata guadagnarsi la loro fiducia: “non sapevano chi fossimo, né se dando i loro dati a noi, poi li avremmo consegnati alla polizia o alle autorità cecene; erano increduli all’idea che qualcuno li avrebbe aiutati”.

Quindi sono giunti i problemi pratici: l’evacuazione, la messa in sicurezza, anche rispetto agli stessi parenti pronti spesso a macchiarsi di “delitti d’onore”. Alcune persone evacuate inoltre incontrano difficoltà linguistiche perché non sanno nemmeno il russo. Infine, c’è il problema dell’ottenimento dei visti.

A tutto questo è bene aggiungere le limitazioni che l’etichetta “foreign agent” pone sull’attività delle ONG in Russia: questioni burocratiche, permessi, ispezioni senza preavviso. “Ci si abitua, alla lunga, ad avere un Grande Fratello che ti osserva, ci conviviamo, diventa la normalità”. Ogni materiale pubblicato deve essere marchiato come prodotto da un “agente straniero” e “questo ha delle forti connotazioni negative in seguito all’epoca sovietica”, spiega la rappresentante.

Il problema principale è comunque quello del sostegno finanziario, che “chiaramente non ci proviene dallo stato, ma da fondazioni, come la Open Society Foundation che è ora considerata organizzazione non desiderata e non può più sovvenzionarci”.

Le organizzazioni etichettate come “agenti stranieri” in Russia sono ormai tante e la rete LGBT è in buona compagnia: “direi che la lista dei foreign agent è una lista d’onore, perché le migliori organizzazioni sono tutte lì”.

L’omofobia in Russia e Cecenia

Con il crollo dell’URSS il paese si è certamente ritrovato con una forte eredità omofobica sovietica sulle spalle; tuttavia, sono state soprattutto le narrazioni propagandate dal regime putiniano a sviluppare e inasprire il sentimento omofobico. In un paese dove l’80% della popolazione segue l’informazione solo attraverso la tv, il messaggio promosso dal governo è stato velocemente recepito. Il livello di violenza e intolleranza verso le minoranze sessuali è cresciuto. L’omosessuale è considerato soggetto “pervertito” e da curare.

Ciononostante, al di fuori della Cecenia, le altre regioni della Russia possono essere considerate “sicure”. La Cecenia fa storia a sé per due fattori, continua la rappresentante: il primo, giuridico; il secondo, culturale. Essendo uno “stato dentro lo stato” le autorità locali hanno instaurato “un regime nel quale è possibile impunemente rapire, torturare ed uccidere attivisti, giornalisti ed altre persone”. Culturalmente poi, i “delitti d’onore” sono pressochè consuetudine.

Chi è Martina Napolitano

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Dottoranda in Slavistica presso l'Università di Udine e Trieste, è caporedattrice per EaST Journal. I suoi interessi spaziano dall'amata letteratura russa alle dinamiche politiche internazionali, in particolare se legate all'area russa e/o russofona. Tra le esperienze di studio e lavoro all'estero, uno stage negli USA, un Erasmus a Vilnius e una borsa di studio presso l'MGU di Mosca.

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