Il neo-razzismo e la falsa idea dello “scontro di civiltà”

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Nel 1996 veniva dato alle stampe “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale” del politologo statunitense Samuel P. Huntington. Un libro destinato a produrre alcune delle più resistenti categorie interpretative della nostra epoca al punto che il suo titolo, così capace di restituire una chiara visione del mondo, è presto diventato formula usata e abusata anche al di fuori dell’ambito accademico, diventando infine slogan invalso nel discorso pubblico e politico. Lo “scontro di civiltà” sembra infatti un concetto capace di descrivere la complessità del nostro tempo: l’estremismo islamico, le guerre “di faglia” in Ucraina o in Siria, i fenomeni migratori, le rinnovate ambizioni delle potenze mondiali, tutto questo sembra potersi riassumere nella formula dello “scontro di civiltà”. Anche a questa capacità sintetica si deve il successo editoriale del volume di Huntington.

E poco conta che la teoria dello “scontro di civiltà” fosse utile a ratificare e giustificare le scelte di politica internazionale degli Stati Uniti durante e dopo gli anni Novanta: il testo di Huntington è rapidamente diventato bussola per coloro che cercavano una spiegazione, una chiave di lettura, del mondo globalizzato. Un libro “sacro” che, però, produce una visione distorta della realtà. Huntigton, infatti, deriva la propria idea del mondo dal concetto di cultura. La diversità culturale – sostiene il politologo americano – e i luoghi dove questa diversità si incontra, generano conflitto. L’altro, quindi, è portatore di conflittualità. Una concezione che predispone allo scontro. In altre parole il testo di Huntington produce codici e rappresentazioni dell’alterità funzionali a un progetto conflittuale – ovvero il progetto di “nuovo ordine mondiale” a stelle e strisce. Si tratta quindi di una rappresentazione che alimenta stereotipi in cui gli altri diventano di solito “barbari” o “selvaggi”. A suffragio di questa teoria, si individuano così linee di frattura (di “faglia”, le definisce l’autore), di disaccordo, di incommensurabilità tra i “nostri” modi di vivere e quelli degli altri.

Creata un’alterità negativa, la rappresentazione dell’altro subirà giocoforza l’effetto di stereotipi in cui la diversità diventa oggetto di stigmatizzazione, di rifiuto, di odio. La strada verso il razzismo è spianata. Non s’intende qui affermare che il testo di Huntington promuova il razzismo, si sottolinea piuttosto come certe impostazioni concettuali – alimentate da testi come quello citato – producano una visione del mondo in cui le diverse culture sono viste come antitetiche, irriducibilmente diverse e di impossibile convivenza: conflitti, differenze, interessi, tutto si viene a spiegare con la “cultura”. Anche lo scontro di civiltà si deve all’esistenza di differenti culture che tra loro non possono comunicare, in quanto intese come rigide, calcificate in un modello preordinato. Ne deriva la necessità di classificare le culture, creando compartimenti stagni. Ma è accaduto di peggio.

Il concetto “rigido” di cultura ha rafforzato il razzismo presente nella società occidentale, trasformandolo. Non potendo più fondarsi su dati biologici (anche se c’è ancora chi lo fa), il discorso razzistico si avvale oggi dell’idea antropologica di relativismo culturale estremizzandola al punto da sostenere che le culture umane siano tra loro radicalmente diverse, incommensurabili e incomunicanti. Su altri versanti la cultura è spesso invocata per rivendicare un proprio diritto alla differenza, ma anche per affermare la propria supposta superiorità nei confronti di altri. In slogan come “aiutiamoli a casa loro” c’è il riconoscimento dell’altrui cultura ma ciò è funzionale al rifiuto di quella cultura stessa. Ancora Huntington, nel 2000, ha curato un libro dal titolo Culture Matters, (“Questione di cultura”) la cui tesi di fondo è che i divari e gli squilibri socio-economici tra differenti regioni del pianeta sono il prodotto di eredità e disposizioni culturali. Quindi, il mancato sviluppo economico, si deve a una “arretratezza culturale”: il discorso biologico non c’è più, è vero, ma il razzismo permane.

Questo neo-razzismo è largamente diffuso nella società e si esprime attraverso impliciti e non più con evidenti richiami biologici alla superiorità della razza. Tuttavia, proprio nel suo essere sotterraneo, il “neo-razzismo” si mimetizza, facendosi invisibile benché assai presente nel discorso pubblico occidentale. L’ascesa dei nuovi nazionalismi europei, che sovente usano i temi culturali per le proprie retoriche sulla “tradizione” e l’autenticità, si alimenta di questo sentimento coperto dall’uso di termini all’apparenza positivi, come cultura, etnia, relativismo, ma che possono essere usati come strumento per costruire una società discriminatoria. Anche il termine “multiculturalismo“, che traduce un’idea di società in cui le diverse culture convivono, giustapponendosi le une alle altre, nega implicitamente l’idea che le culture possano ibridarsi.

L’ibridazione è forse l’unica risposta possibile agli Huntington e al neo-razzismo. Riconoscere cioè che da sempre le culture si incontrano, si guardano magari con sospetto, entrano in conflitto, scambiano, dialogano, imparano le une dalle altre influenzandosi a vicenda. Le culture, nella storia umana, non si sono solo “irrimediabilmente scontrate”. In ciascuno di noi è presente una parte dell’altro: non esiste cultura immutata e autentica, originale e pura. Basterebbe forse essere consapevoli di questo a disinnescare ogni nuova forma di razzismo.

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022) e di "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022); "Congo, maschere per una guerra"; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015); "Il pellegrino e altre storie senza lieto fine" (Tangram, 2013).

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