ESTONIA: Il rinforzo militare NATO e l’identità nazionale

Il contingente militare assegnato all’Estonia nell’ambio della enhanced Forward Presence (eFP) della NATO si è insediato ufficialmente nella base militare di Tapa giovedì 20 aprile, alla presenza delle più alte cariche dello Stato e dei Ministri della Difesa britannico e danese. Lungi dall’essere un’occasione sterilmente militaresca, essa è stata invece una parata di identità.

Aprendo la cerimonia, il Ministro della Difesa estone Tsahkna ha sottolineato come la messa in pratica della eFP sia sintomo della prontezza dell’Estonia a reagire in caso di minaccia, così come di solidarietà e condivisione di intenti all’interno dell’Alleanza tutta. Ma al di là dell’ovvio, le questioni militari non hanno quasi ricevuto menzione, tanto che il discorso ha assunto piuttosto la forma di un panegirico alla vilipesa virtù baltica e alla sua rinnovata saldezza.

Gli studiosi dei processi di affermazione delle identità nazionali troverebbero in Estonia la palese dimostrazione della correttezza delle tesi di Anderson, Gellner e Hobsbawm. L’identità estone è ribadita ad ogni occasione, nel tentativo di sostenere la sua giovane costruzione dinnanzi ai pericoli contemporanei – in parte concreti, in parte percepiti solo attraverso quella stessa lente identitaria già vestita dalla Nazione.

La meccanica coinvolta vede intrecciarsi il primordialismo à-la Fichte col “plebiscito quotidiano” di cui di parlava Renan. Da un lato, infatti, il carattere nazionale estone sarebbe fondato su un’essenza immutabile che è commistione di nordicità ed occidentalismo – l’una concretizzata nelle peculiarità etno-linguistiche, l’altro rappresentato dai “valori e principi eterni” della democrazia liberale. Dall’altro lato, sarebbe la costante libera scelta della comunità a fornire sostanza all’unione e all’auto-affermazione della Nazione, riconoscendo nei caratteri suddetti lo specchio della propria essenza e la via verso le proprie ambizioni.

Il raccordo tra queste due dimensioni è nella storia – una storia di occupazione, soprusi e violenze che anche a Tapa ha trovato voce, monopolizzando tre quarti (letteralmente) del discorso di Tsahkna. E’ interessante la reinterpretazione degli eventi che nel 1939 portarono Tallinn a cedere all’ultimatum sovietico. Tale scelta sarebbe figlia non solo dell’abbandono da parte dei propri presunti alleati, ma anche e soprattutto della degenerazione morale dei leader estoni di allora, che preferirono non lottare per l’indipendenza.

Insomma, l’inglobamento nell’Unione Sovietica sarebbe stato conseguenza di un proprio errore. Un’auto-accusa che non assolve certo Mosca, né tantomeno demonizza la Nazione in toto. Anzi, a ben vedere, la Nazione sarebbe vittima di quei politici che di propriamente estone non avevano nulla, poiché un vero connazionale non avrebbe mai scelto la via della sottomissione – bensì quella delle armi e dell’onore.

E così la eFP diventa ben più di un mero strumento di deterrenza. Esso diventa una rassicurazione dalle ansie storiche e dimostrazione che oggi, a differenza del 1939, impegno internazionale e fermezza nazionale sono presenti. Se non vi sarà più alcuna occupazione, dunque, non è tanto (o non solo) perché vi sono gli Alleati sul territorio, ma perché lo spirito nazionale è al pieno della propria consapevolezza.

Ecco allora che pure in questo caso è rintracciabile la consueta profonda fusione tra politica identitaria e militarismo, in una simbiosi che ci lascia intendere le ragioni per cui l’Estonia sia tra gli Stati più militarizzati al mondo – in buona compagnia dei propri colleghi est europei e post-sovietici.

Questo articolo é frutto della collaborazione con MAiA Mirees Alumni International Association ed é pubblicato anche su PECOB, Università di Bologna.

Chi è Nicolò Fasola

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Nato nel 1993, è Dottore Magistrale in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES). Già Segretario Generale della sezione di Milano della UN Youth Association, è stato intern presso l'Ambasciata d'Italia a Tallinn e ricercatore presso l'Institute of International Relations di Praga. Si interessa principalmente di sicurezza e cultura strategica, nonché di Russia e spazio post-sovietico. Parla inglese, tedesco, francese e russo. Nella propria vita cerca di unire politica e poesia. I suoi articoli per EastJournal sono co-pubblicati anche da PECOB, Università di Bologna.

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