ESTONIA: Tallinn si schiera con Trump e l’intervento USA in Siria

I vertici istituzionali estoni hanno definito l’attacco con armi chimiche subito dai civili siriani come un crimine di guerra, senza dubbio imputabile ad Assad. Tale flagrante violazione del diritto internazionale è, secondo il Primo Ministro Ratas, l’estremo esempio del fallimento degli sforzi per risolvere il conflitto in Siria. Uno scenario determinato non tanto da una qualche incapacità occidentale, quanto piuttosto dall’inaffidabilità del regime baatista e dalla complicità russa di cui gode.

Coerentemente, Tallinn ha accolto con favore il bombardamento statunitense della base militare dalla quale sarebbe stato lanciato l’attacco. Da più parti del panorama politico e militare estone la reazione ordinata da Trump è stata definita come “naturale”, “legittima”, se non addirittura “appropriata e necessaria” – nelle parole del Ministro degli Esteri Mikser.

Quella che parrebbe la riesumazione di una “politica delle linee rosse” trova un pubblico entusiasta in Estonia, a suo tempo delusa dalla reticenza di Obama nel punire i trasgressori di quelle stesse soglie. Astraendo dal contesto, Tallinn legge nell’intervento degli Stati Uniti una smentita della minaccia trumpiana di ridurre l’impegno verso la sicurezza in Europa e, nello specifico, nel Baltico. Non vi sarebbe dunque più alcun timore: l’art.5 dell’Alleanza è salvo! L’Occidente (leggi: Washington) risponderà prontamente nel caso in cui i propri avversari (Mosca) eccedano i limiti di comportamento fissati.

Insomma, anche lo scenario mediorientale si fonde in Estonia con le tradizionali insicurezze politiche locali, reinterpretando gli eventi nel modo più consono alla narrativa del “male che risiede oltre i confini” permeante la politica di Tallinn. Ironicamente, ciò pone l’Estonia su un piano poi non lontano – per retorica ed auto-referenzialità – dallo stesso manipolatore russo che tanto teme.

Il risultato non è uno stravolgimento totale della realtà, ma pur sempre una sua mutazione. Chiaro: a differenza del vicino orientale, qui la tenuta delle istituzioni locali non è legata a doppio filo col ritratto della barbarie oltreconfine. L’identità nazionale, tuttavia, lo è. Nel loro tentativo di rassicurare l’idea di una nazione coraggiosamente liberatasi dall’oppressore sovietico e ancora oggi in lotta contro l’ingerenza del successore russo, si ha però l’impressione che gli estoni stiano precipitando le proprie conclusioni in merito al caso specifico, affannandosi a scovare rassicurazioni laddove non necessariamente ve ne siano.

Ciò che davvero hanno dimostrato gli Stati Uniti con la decisione in questione è l’imprevedibilità della nuova amministrazione: come in tale occasione Trump ha agito apparentemente in linea con l’Occidente, così potrebbe non essere la prossima volta. Quel che Tallinn pare ora dimenticare – quando fino a poco fa ne era terrorizzata – è che personalità e dinamiche domestiche hanno giocato e giocheranno un peso determinante nelle scelte del Presidente statunitense.

Vi è poi la questione Russia. Infatti, la stessa azione che oggi rassicura l’Estonia potrebbe in futuro ritorcervisi contro. Il sistema internazionale di oggi è meno connesso di quanto si pensi, ma non è impensabile che un peggioramento dei rapporti Washington-Mosca in Siria possa avere ricadute negative sul più ampio gioco geopolitico tra i due Paesi. E’ improbabile che ciò possa precipitare la situazione nel Baltico, che a dispetto di tutto è una preda difficile per il Cremlino; tuttavia, potrebbe invece risentirne la stabilità della linea di faglia che separa NATO e Russia, sulla quale Tallinn è situata.

Questo articolo é frutto della collaborazione con MAiA Mirees Alumni International Association ed é pubblicato anche su PECOB, Università di Bologna.

Chi è Nicolò Fasola

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Nato nel 1993, è Dottore Magistrale in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES). Già Segretario Generale della sezione di Milano della UN Youth Association, è stato intern presso l'Ambasciata d'Italia a Tallinn e ricercatore presso l'Institute of International Relations di Praga. Si interessa principalmente di sicurezza e cultura strategica, nonché di Russia e spazio post-sovietico. Parla inglese, tedesco, francese e russo. Nella propria vita cerca di unire politica e poesia. I suoi articoli per EastJournal sono co-pubblicati anche da PECOB, Università di Bologna.

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