TURCHIA: I dubbi dell’Europa spingono Erdogan verso nuovi partner orientali

I governi di Recep Tayyip Erdogan avevano promosso diverse riforme per condurre Ankara dentro i parametri di adesione all’UE. Tuttavia questo riformismo sembra essersi fermato. Dall’altra parte, Bruxelles ha fatto poco ed il sorpasso delle adesioni di nuovi membri ha deluso le ambizioni turche. Oggi Erdogan è sempre più autoritario in casa, antioccidentale ed antieuropeista. Dopo il tentato golpe, la situazione è divenuta più critica ed ha indotto l’UE a minacciare la sospensione delle trattative con la Turchia, accentuando lo scontro con Ankara fino alla recente escalation di insulti pre-referendaria con Bruxelles, Amsterdam e Berlino. In parallelo a questo progressivo allontanamento dall’UE, Erdogan aveva dato il via ad una politica neo-ottomana per fare della Turchia la potenza regionale del mondo sunnita. In linea con questo programma, si intendono gli interventi in Siria ed Iraq, ma anche la nuova politica verso oriente, un tempo fronte di secondo piano rispetto alle relazioni con l’occidente.

Grazie alle scuole di Fethullah Gulen, Erdogan aveva condotto una serie di iniziative panturche in Asia Centrale: furono portati avanti scambi culturali e commerciali che coinvolsero numerose persone, provenienti da queste regioni asiatiche, per studiare e lavorare in Turchia. Tuttavia, alcuni di questi progetti si sono arenati a causa delle rimozioni di dirigenti, professori e studiosi vicini a Gulen. Nel frattempo, la liberalizzazione dei visti, la crescita dei viaggi e delle relazioni con questi paesi, ha favorito gli spostamenti di Abdulkadir Masharipov, l’attentatore al Reina di Istanbul, e degli attentatori all’aeroporto Ataturk, cellule di Daesh in Turchia, tutti di origine caucasica o centroasiatica. A questo punto, la lotta al terrorismo islamico è divenuta per Erdogan una questione da affrontare non solo con l’occidente, ma anche con i paesi centroasiatici, nuove culle dello jihadismo, con Mosca, presa dalla guerriglia cecena-daghestana, e con Pechino, contro il separatismo uiguro.

Il 20 novembre 2016, l’Hurryet Daily News ha citato le affermazioni del presidente turco di ritorno da un tour ufficiale in Uzbekistan e Pakistan: “La Turchia deve sentirsi prima di tutto rilassata con UE e non deve essere fissata” riguardo alla sua adesione, ed aggiungeva: “per esempio perché la Turchia non dovrebbe far parte della Shangai Cooperation Organisation (SCO)? Se la Turchia dovesse aderirvi, questo gli permetterebbe di agire con maggior facilità”. La SCO è l’organizzazione intergovernativa non Occidentale più grande in Eurasia. Essa comprende Cina, Russia, Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan ed accoglierà a breve altri paesi asiatici, con lo scopo di migliorare la cooperazione economica tra i membri e la lotta contro il terrorismo, l’estremismo ed il separatismo. Erdogan concludeva dicendo di aver già discusso l’idea di adesione allo SCO con Putin e con Nazarbayev. Tre giorni dopo, il Daily Sabah ha riportato la notizia che la Turchia presidierà l’incontro della SCO sull’Energia del 2017 e sarà il primo paese non SCO a farlo (la Turchia è solo un interlocutore del SCO). L’incontro riunirà alcuni dei più grandi produttori mondiali di energia, come la Russia e l’Iran, con i più grandi consumatori di energia al mondo, Cina e India. 

Che le parole e gli insulti di Erdogan siano un bluff, volto a ricattare l’adesione all’UE, o uno storico cambio di orientamento verso l’Asia, è ancora difficile da constatare. Tuttavia, il presidente non era nuovo a simili dichiarazioni pro-SCO e le recenti invettive contro l’UE fanno pensare a qualcosa di irreparabile. Se da un lato pare improbabile un allontanamento dalla NATO, è meno difficile che questo antieuropeismo turco possa far ritirare l’adesione dall’UE (tramite referendum?), a favore di una nuova alleanza in Oriente, che provocherebbe un duro colpo all’Occidente. L’UE ne uscirebbe ancora una volta indebolita. 

Foto: Summit del SCO, giugno 2016

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