UNGHERIA: Il parlamento vota la detenzione forzata dei rifugiati

La mattina del 7 marzo il Parlamento ungherese votava una nuova legge anti-migranti che aggiunge un altro tassello al mosaico delle politiche di Orbán in materia. La nuova normativa è stata approvata con 138 voti a favore, 6 contrari e 22 astensioni. Fidesz, il partito di governo, e il partito di estrema destra Jobbik, hanno lavorato insieme questa volta, superando quei problemi di politica interna che nei mesi scorsi avevano messo a repentaglio il fronte comune contro l’emergenza migranti.

Secondo il nuovo provvedimento, i richiedenti asilo in attesa che il loro caso venga esaminato vivranno in containers lungo il confine serbo-ungherese. Solo da qui infatti sarà possibile richiedere ufficialmente accoglienza; in virtù di questa norma tutti i così detti asylum-seekers rischiano di essere rimandati in Serbia e costretti ad aspettare di nuovo l’accesso alle zone di transito in Ungheria dove appunto resteranno nei containers in attesa della decisione finale. Ovviamente possono scegliere di andarsene, ma solo attraverso la Serbia o la Croazia, tornando quindi indietro. E se la richiesta d’asilo non venisse accolta? Sarà possibile appellarsi solo entro tre giorni dal verdetto, ed entro altri tre giorni l’autorità competente sarà tenuta a prendere una decisione vincolante. Se anche il tentativo di appello dovesse fallire il rifugiato verrà allontanato dalle zone di transito, iniziando una nuova procedura per la richiesta d’asilo senza nessun rifugio assicurato. Le peripezie dei migranti in territorio magiaro comunque non finiscono qui: con la nuova legge, l’agenzia competente per le richieste d’asilo può revocare i documenti per la richiesta qualora il richiedente si rifiuti di lasciare le impronte digitali, di farsi fotografare, di rilasciare dichiarazioni sul suo status oppure semplicemente esca dalla transit-zone. Anche i minori tra i 14 e i 18 anni attenderanno l’esito delle loro richieste in queste aree, mentre dei minori di 14 anni si occuperà lo stato.

Numerose ONG e Istituzioni Internazionali hanno espresso la loro indignazione e preoccupazione di fronte alla nuova legge. Gauri Van Gulik il Direttore di Amnesty International per l’Europa ha detto che queste decisioni vanno “oltre il limite” e che  “scaricare i rifugiati nei containers non è una politica migratoria, ma equivale ad evitarne una”. Anche l’Agenzia dei Rifugiati per i Diritti Umani (UNHCR) ha espresso le sue preoccupazioni per la vicenda: Cécile Pouilly, portavoce dell’organizzazione ha dichiarato che la detenzione forzata e prolungata cui sarebbero sottoposti anche donne e bambini violerebbe gli obblighi ungheresi verso l’Unione Europea e il Diritto Internazionale, per non parlare dell’impatto fisico e psichico sui migranti, persone che hanno già sofferto lungo il viaggio che li ha portati fino in Ungheria.

Quando l’Unione Europea propose il sistema quote, aveva chiesto al governo magiaro di accogliere 1294 rifugiati, quelli che hanno chiesto di rimanere in Ungheria sono 29.432 ma solo 425 richieste sono state accettate nel 2016.

Alle problematiche istituzionali e legislative si aggiungono quelle d’ordine pubblico sul confine serbo-ungherese. Alcuni media svedesi infatti avrebbero denunciato abusi e violenza ai danni dei migranti da parte delle guardie di confine magiare, notizie smentite dal governo di Fidesz. Alcuni rappresentanti di Medici Senza Frontiere hanno dichiarato che molti richiedenti asilo denunciano di aver subito attacchi brutali prima di essere rimandati in Serbia e che alcuni di loro sono arrivati nel campo profughi di Belgrado feriti.

Mentre il Primo Ministro Orbán  parla di migranti “come il cavallo di troia del terrorismo” nel cuore dell’Europa “sotto assedio”, le associazioni a tutela dei rifugiati tra cui l’Hungarian Helsinki Committee e MigSzol dichiarano che difficilmente si arrivi ai 400 richiedenti asilo nel paese, e che quest’ultima mossa governativa non sia altro che l’ennesimo tentativo di accrescere paura e sospetto nella popolazione.

Questo articolo è frutto della collaborazione con MAiA Mirees Alumni International Association e Pecob, Università di Bologna.

 

 

 

 

 

 

 

Chi è Giulia Stefano

Giulia Stefano
Nata a Roma nel 1990, dopo una triennale in Relazioni Internazionali all'Università di Roma Tre con una tesi in Storia dell'Europa centro- orientale, si è iscritta al MIREES (Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe) presso l'Università di Bologna. Parla inglese, tedesco e sta studiando russo. Da giugno 2016 collabora con East Journal. Gli articoli di analisi scritti per East Journal sono co-pubblicati anche da PECOB, Università di Bologna.

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