BIELORUSSIA: “Il primo dei parassiti è Lukashenko”, proteste nel centro di Minsk

Erano circa 2000 i “bielorussi indignati” che hanno marciato lo scorso 17 febbraio nel centro di Minsk per chiedere l’abolizione della cosiddetta “tassa sul parassitismo”. La protesta ha visto un tasso di partecipazione tra i più alti degli ultimi anni in Bielorussia, e si è conclusa senza scontri né arresti da parte delle forze di polizia. Tra gli organizzatori della Marcia vi erano i leader dell’opposizione Nikolai Statkevic e il poeta Vladimir Nekliaev, entrambi ex-candidati alle presidenziali arrestati nel corso delle proteste di massa che seguirono le elezioni-farsa del dicembre 2010.

Chi sono i “parassiti sociali”

L’espressione parassitismo sociale” ha un suono puramente sovietico: non lavorare era un’onta nonché un reato severamente punito ai tempi dell’URSS. Ma una legge bielorussa dell’aprile 2015 ha riportato la lotta contro il “parassitismo” tra gli argomenti di attualità. Il Decreto presidenziale n°3 sulla “prevenzione della dipendenza sociale” impone infatti il pagamento di una tassa annuale a tutti coloro che, pur essendo idonei a svolgere un’attività, lavorano per meno di 183 giorni all’anno, non contribuendo dunque alle entrate statali. Le persone iscritte alle liste di disoccupazione, i minorenni e i pensionati sono esentati dalla tassa; essa si applica invece a coloro che non sono ufficialmente disoccupati, ma anche ai liberi professionisti, a chi lavora all’estero così come alle casalinghe – a meno che non siano madri di almeno 3 figli (!). La somma annuale da pagare per i “parassiti” è di 460 rubli (circa 230€): è chiaro che si tratta una cifra significativa in un paese in cui lo stipendio medio si aggira attorno ai 300€ mensili.

La risposta dei “parassiti”

In un paese colpito da una recessione economica galoppante, dalla mancanza di opportunità e posti di lavoro, non sorprende che la “tassa sul parassitismo” abbia generato l’indignazione popolare. Fin dalla sua entrata in vigore il decreto è stato oggetto di scherno, come dimostra l’hashtag #придумайналогдлябеларуси (“inventa una tassa per la Bielorussia”) lanciato su Twitter nel 2015 che incitava i cittadini a proporre finte tasse per il paese.

Stando ai calcoli del Ministero delle Finanze bielorusso, la “tassa sul parassitismo” avrebbe dovuto far rientrare nelle casse statali circa 400 miliardi di rubli in più all’anno. Eppure, in barba alle previsioni, la stragrande maggioranza (il 90%) dei 470.000 “parassiti” individuati dagli ispettori ha finora semplicemente ignorato la tassa, rifiutandosi di pagarla. L’imposta ha quindi generato un guadagno molto debole per lo stato, rivelandosi totalmente inefficace.

Secondo alcuni difensori dei diritti umani, l’imposta sarebbe anticostituzionale poiché introdurrebbe la pratica del lavoro forzato sotto minaccia di pena. Una petizione richiedente l’abolizione della “tassa sul parassitismo”, lanciata da esponenti dei sindacati, ha raccolto oltre 46.000 firme in un mese.

Possibili sviluppi da seguire

Le proteste sollevate dalla “tassa sul parassitismo” non sono che la punta dell’iceberg di un malcontento popolare molto più profondo. Le rivendicazioni dei manifestanti scesi in piazza a Minsk non si limitavano all’abolizione del decreto: è stato chiesto lo stop all’aumento dei prezzi dei servizi pubblici, e sono state ugualmente invocate le dimissioni di Lukashenko e nuove elezioni libere ed eque. Nekliaev ha dichiarato che l’opposizione è pronta ad organizzare nuove azioni collettive se nel giro di un mese le autorità non verranno incontro alle richieste della piazza.

Come riportato dal sito Charter97.org, altre manifestazioni si sono tenute nelle città bielorusse di Gomel’ e Mogilev, e di fronte al consolato bielorusso a Mosca.

Foto: Reuters

Chi è Laura Luciani

Laura Luciani
Nata il giorno in cui tre presidenti riuniti in una dacha decidevano la dissoluzione dell'URSS, è appassionata di mondo post-sovietico e russofono. E' dottoranda in Scienze Politiche presso la Ghent University (Belgio). Marchigiana di nascita, brussellese d'adozione, ha trascorso vari periodi di studio, ricerca e lavoro "a est" - tra cui un programma di mobilità studentesca all'Università statale di Mosca MGU, un soggiorno di ricerca in Lettonia e uno SVE a Tbilisi. Per East Journal scrive di Caucaso, Baltico e Russia.

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