TURKMENISTAN: Le elezioni presidenziali. Storie di ordinaria autocrazia

Scene di voto turkmene

97,69%, questa la percentuale con la quale Gurbanguly Berdimuhamedov è stato rieletto presidente del Turkmenistan; diamo subito questo dato, il meno interessante di tutti e andiamo oltre. Sì, perché nella maggior parte dell’Asia Centrale le elezioni sono solo un adeguamento ai tempi moderni della presentazione del nuovo sovrano al popolo acclamante. La vera lotta di potere non è nelle urne ma nelle quinte dei posti che contano,  in paesi come il Turkmenistan dare un valore alle elezioni – soprattutto le presidenziali – è praticamente inutile. Siamo nel foklore, non nella presunta sacralità democratica.

Questa tornata elettorale è stata la prima dove, insieme a quello di governo, hanno concorso altri partiti la cui esistenza è stata legalmente ammessa con una legge del 2016. Nello stesso anno è stato eliminato il vincolo di età per diventare Presidente – detto anche Eroe del Turkmenistan – e la durata del mandato è stata prolungata a sette anni. Per il resto otto altri candidati che hanno elogiato il presidente uscente, omaggi floreali alle diciottenni al primo voto ed un libro dello stesso Gurbanguly Berdimuhamedov regalato dai componenti dei seggi; ai tempi di Niyazov si regalavano orologi.

Oltre 150 gli osservatori presenti, alcuni hanno già dichiarato che le elezioni sono state trasparenti e regolari, l’OSCE si esprimerà otto settimane dopo il voto. A proposito di trasparenza vale la pena ricordare che l’esistenza di una “moglie presidenziale”, che vivrebbe a Londra, è desunta solo da Wikileaks. Radio Azatlyk, media oppositore e legato a Radio Free Europe/Radio Liberty (un network finanziato dal governo americano) parla di brogli e di un voto poco partecipato. Quale che sia la realtà dei fatti è indubbio che la popolazione turkmena stia vivendo un momento molto difficile.

Il 2016 è stato infatti per il Turkmenistan un annus horribilis soprattutto per via della diminuizione dei prezzi del petrolio e del rallentamento economico della Cina, praticamente l’unico partner possibile per il greggio turkmeno circondato dalla diatriba sullo statuto giuridico del Caspio, dalla guerra afghana e dalla concorrenza russa. Secondo alcune fonti, parlando del Turkmenistan il condizionale è più che d’obbligo, la crisi economica avrebbe portato addirittura alla penuria ed al razionamento di alcuni generi alimentari come la farina, mentre i dipendenti pubblici sarebbero senza stipendio da mesi.

Le elezioni turkmene aprono un anno che sarà molto importante per la vita politica in Asia Centrale, dando inoltre una risposta alla domanda sempre più formulata in merito al futuro di questa regione, vale a dire cosa cambierà con la successione dei vecchi leader centroasiatici, alcuni dei quali arrivati ormai ad un’età considerevole. Il Turkmenistan è stato il primo delle cinque repubbliche dell’Asia Centrale ad affrontare la difficile questione per via della morte improvvisa di Niyazov nel 2006. La nuova rielezione di Berdimuhamedov fornisce un chiaro segnale, vale a dire la continuazione di una politica assolutamente autocratica.

Altro paese che ha già fatto i conti con il fantasma della successione è l’Uzbekistan, a seguito della morte per infarto, comunicata con un ritardo non indifferente, di Islam Karimov. Il nuovo presidente, Shavkat Mirziyayev pur celebrando la lungimiranza del suo precedessore ne ha già sovvertito la politica: ora l’Uzbekistan è meno neutrale e più vicino a Mosca, inoltre Mirziyayev ha una visione dei rapporti con i paesi confinanti non conflittuale come quella che fu di Karimov. Da notare anche il suo rivolgersi direttamente al popolo con il rischio di mettere sulla brace i funzionari di medio livello.

Il gigante kazako sembra invece prepararsi al futuro, soprattutto dopo la serie di nomine compiute dal presidente Noursoultan Nazarbaïev che molti analisti hanno letto come movimenti legati alla sua successione. Al termine di un 2016 costellato da attentati e proteste della popolazione, il primo ministro Karim Massivov è stato trasferito alla testa dei servizi di sicurezza, un ruolo importante ma che potrebbe allontanarlo dalla presidenza. Nazarbaïev ha, tra l’altro, nominato la figlia Doriga presidente del Senato. Il Kazakistan sembra scaldare i motori sulla linea di partenza per lo sprint alla successione.

Il caso tagiko ci riporta invece ad un contesto più simile a quello turkmeno. Nello scorso maggio si è infatti tenuto un referendum relativo ad oltre 40 modifiche costituzionali, tra cui rendere Emomali Rahmon presidente a vita del paese. Il Tagikistan sembra sempre più dominato da un clan familiare che regna con il pugno di ferro, tanto da mettere fuori legge l’unico partico islamico (moderato) legalmente riconosciuto in tutta l’Asia Centrale. Il riconosciuto carattere paranoico di Rahmon e la minaccia del radicalismo proveniente dal vicino Afghanistan rischiano di essere un miscela letteralmente esplosiva.

Infine il Kirghizistan, caratterizzato da una vita politica meno autocratica rispetto alle altre repubbliche centroasiatiche. Tuttavia l’esperimento semipresidenziale kirghiso è andato di pari passo con una incertezza politica estrema, vedendo ben due presidenti  abbandonare il loro incarico dopo moti di piazza. Le elezioni per la più alta carica dello Stato si terranno nell’ottobre 2017, ma le polemiche sono già avvampate con la recente riforma costituzionale che ha ribilanciato i poteri tra il presidente ed il primo ministro. Una vicenda che molti esperti vedono connessa alle prossime elezioni.

Concludendo, si può dire che davvero le cifre sono l’ultima cosa di cui interessarsi in Asia Centrale, dove le elezioni sono solo una celebrazione, una in più, e nemmeno la più importante.

Fonte immagine: Turkmenistan.gov.tm

Chi è Pietro Acquistapace

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Laureato in storia, bibliofilo, blogger e appassionato di geopolitica, scrive per East Journal di Asia Centrale. Cura il blog Farfalle e trincee, e una pagina FB su Mongolia e Asia Centrale. Ha collaborato per varie riviste come Asia Blog e per il bollettino di Soyombo, associazione dedita alla diffusione della cultura mongola. Nel 2011 è andato fino in Mongolia in Panda.

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