TURCHIA: Tra islamizzazione e kemalismo. Intervista a Fabio L. Grassi

Nelle scorse settimane il ministero dell’Istruzione turco ha presentato i nuovi curricula scolastici. Tra le tante modifiche, due aspetti in particolare sono oggetto di dibattito. Dai libri di biologia scompare la teoria dell’evoluzione di Darwin, mentre nei testi di storia è ridimensionata la figura di Atatürk, il fondatore della Turchia moderna. È l’ultimo capitolo di una contrapposizione sempre più evidente nel paese. Quella tra religione e secolarismo, tra il processo di islamizzazione che segna la cronaca degli ultimi anni e l’idea di laicità espressa dal kemalismo. Questione centrale per comprendere la Turchia di oggi e la direzione che potrà prendere nei prossimi anni. Ne abbiamo parlato con Fabio L. Grassi, docente di Storia dell’Eurasia e Lingua Turca alla Sapienza e autore di una biografia di Atatürk (Roma, Salerno, 2008).

Perché cancellare lo studio di Darwin a scuola?

Un certo atteggiamento censorio verso Darwin da parte degli ambienti di governo si è visto già da tempo. Nel 2009 ad esempio fu bloccata una pubblicazione del Tübitak, il Cnr turco, dedicata a Darwin per il 200° anniversario della nascita. Le motivazioni sono ideologiche. Ma questo è vero non solo per la Turchia. Gli ambienti religiosi – non solo musulmani – hanno sempre guardato con ostilità alle teorie che si basano sull’acquisizione fondamentale di Darwin. Noi occidentali siamo abituati a dosi che riteniamo mediamente sopportabili di ingerenza da parte delle chiese su certi temi. In altri paesi – è il caso della Turchia – le forze di ispirazione religiosa hanno più potere. È una questione di rapporti di forza.

Quali sono i termini di questo rapporto?

Da un lato la Turchia ha un’ideologia ufficiale ancora formalmente vigente, quella kemalista, basata su una visione del mondo positivista, legata alla scienza. Dall’altro lato esistono forze ideologiche caratterizzate da una visione del mondo ispirata alla religione, emarginate per molti decenni, che adesso hanno il potere e si possono sfogare. Da qui il processo di islamizzazione che Erdoğan sta portando avanti, e che è legato anche alla sua ricerca di consenso.

Erdoğan è espressione delle forze religiose?

Sì, ma non solo. Un aspetto interessante di Erdoğan è la sua pulsione anti-intellettualistica, che va oltre l’ostilità ideologica verso il laicismo ed è una concausa – non l’unica, certo – del consenso che raccoglie. Porto un esempio. All’indomani del golpe, al funerale di un amico di Erdoğan ucciso dai golpisti la notte del 15 luglio, l’imam che presiede la cerimonia dice: “E tu, Dio, proteggici dalla malizia dei dotti”. Erdoğan viene da un ambiente piuttosto umile e ha vissuto sulla sua pelle il disprezzo dei borghesi kemalisti, che fondavano la propria autolegittimazione sul fatto di essere moderni, devoti al pensiero scientifico. Quella frase esemplifica il recupero di idee come la “santa ignoranza”. Fa leva sul senso di rivalsa di diffusi strati popolari. Ma è una frase che va letta anche in contrapposizione a Gülen, che dai suoi seguaci è ritenuto un grande intellettuale e che considera molto importante avere potere nella scienza e nelle altre sfere della cultura.

Eppure l’Erdoğan degli inizi appariva molto diverso da quello attuale.

Perché cercava e otteneva il consenso non solo degli ambienti tradizionalisti e religiosi ma anche di una Turchia liberale che voleva una società aperta e l’adesione all’Ue, anche per lasciarsi alle spalle l’autoritarismo dello stato kemalista. Per molti anni, Erdoğan e l’Akp sono stati i garanti di un’importante evoluzione democratica e infatti hanno raccolto consensi anche tra strati dinamici, colti ed evoluti della società.

Sembra un’epoca lontana. Perché una svolta così netta?

Sono successe tante cose; forse soprattutto due. La prima è che fin dall’inizio dei negoziati, nel 2005, l’Ue è stata vergognosamente disonesta verso la Turchia proprio nel momento migliore del suo processo di democratizzazione. La seconda è Gezi Park. Il primo decennio di governo di Erdoğan ha portato benessere, crescita culturale (quasi triplicato il numero delle università), notevole aumento della libertà. Ma tutto ciò ha liberato forze che non potevano accettare un paternalismo di stampo religioso. La generazione che ha conosciuto un miglioramento delle condizioni di vita e delle proprie basi culturali si è rivoltata, come è avvenuto durante la stagione del ’68 in Occidente. Il movimento di Gezi Park evidenzia lo scollamento tra un gruppo dirigente sempre più basato sulla fedeltà personale ad Erdoğan e le realtà più libere e dinamiche del paese. Per mantenere il potere, Erdoğan si è arroccato dal punto di vista sia culturale che ideologico, mettendosi a recuperare tutte le forme peggiori di nazionalismo pre-2002.

Come si sta muovendo oggi Erdoğan?

In modo speculare ad Atatürk, che pur senza mai contrapporsi apertamente alla religione islamica aveva mirato a devitalizzarne il ruolo. Oggi c’è un combinato disposto diffuso di provvedimenti, prese di posizione, pressioni, pronunciamenti, scelte di programmazione dei canali radiofonici e televisivi di stato e di quelli legati al potere (ormai quasi tutti), che promuovono in modo pressante valori tradizionalisti e religiosi.

Erdoğan cancellerà il kemalismo o ne conserverà alcuni aspetti?

Del kemalismo gli può essere utile unicamente il nazionalismo. Quando si è visto abbandonato da alcuni settori importanti della società, quando ha visto che la sua politica di dialogo con il nazionalismo curdo gli si ritorceva contro in termini di voti, Erdoğan è andato a caccia di altri bacini elettorali. Primo tra tutti quello dell’Mhp. Aveva cercato di risolvere la questione curda, ma anche per avere un grande ritorno elettorale. Già molti curdi votavano – e votano – per l’Akp, ma lui si aspettava di fare il pieno dei voti curdi, invece si è ritrovato un Hdp capace di saldarsi con quei settori emergenti della società turca che chiedevano una società più democratica, di superare lo sbarramento del 10% e con ciò di minare la sua maggioranza. Ormai si potrebbe dire che l’Akp ha fagocitato il Mhp e che l’attuale alleanza di fatto tra i due partiti si è cementata a spese dell’eliminazione dall’agenda politica di qualsivoglia idea di soluzione politica della questione curda. Ma in realtà anche il vecchio Akp non esiste più. Dietro il simulacro dei due partiti, c’è il partito personale di Erdoğan.

Erdoğan può realizzare una sintesi inedita tra islamismo e kemalismo?

No, può mantenere Atatürk come figura totemica totalmente de-ideologizzata, un po’ come oggi Mao in Cina, può mantenerlo sugli altari come colui che ha sconfitto gli “infedeli” a Gallipoli ma omettendo il suo riformismo laicista. Penso che ad Erdoğan piacerebbe molto essere il Putin turco. Ma la Turchia non è la Russia, che è culturalmente e antropologicamente abbastanza compatta. In Turchia invece convivono tre società, ognuna delle quali incompatibile con le altre due: turchi kemalisti, turchi religiosi e curdi nazionalisti. Anche la geografia non aiuta. Quindi penso che ci sarà sempre un alto livello di tensione e che per Erdoğan conseguire in modo relativamente pacifico una stabilizzazione autoritaria sarà difficile.

Chi è Lorenzo Marinone

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Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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