BOSNIA: Apre il museo dell’infanzia di guerra

Ha aperto sabato 28 gennaio, a Sarajevo, il museo dell’infanzia di guerra (War Childhood Museum / Muzej ratnog djetinjstva). Jasminko Halilovic, il suo ideatore, aveva a lungo lottato, ed era arrivato più volte vicino a gettare la spugna.

“Tutto è iniziato quando ho fatto una domanda online: Cosa significa per voi l’infanzia durante la guerra?“, spiegava a Reuters Halilovic, 28enne di Sarajevo con una laurea in economia. “Ho chiesto ad amici e conoscenti di mandarmi le loro memorie d’infanzia della guerra. Più di mille hanno risposto”. Con questi contributi nel 2013 Halilovic pubblica un libro, War Childhood, che viene tradotto in varie lingue.

“Col tempo, mi sono reso conto che molti avevano ancora oggetti che conservato per oltre vent’anni, oggetti che collegavano alle memorie della guerra, e che avevano un forte bisogno di condividere le loro storie. E’ così che è nata inizialmente l’idea del museo”, spiegava Halilovic a BIRN. Donare al museo questi oggetti legati alle memorie di guerra per molti ha avuto un effetto catartico, dice Halilovic. “Molti piangevano, ma erano quelle lacrime di quando passi oltre e sei pronto a ripartire.”

Memorie di guerra dei bambini di Bosnia

La collezione del museo raccoglie oltre tremila oggetti  e più di 70 ore di registrazioni. Per la maggior parte si tratta di effetti personali dei bambini di Sarajevo durante la guerra, così come foto, lettere e diari. “Il progetto è aperto a tutti quelli che sono stati bambini durante la guerra, senza discriminazioni etniche o nazionali“, mette in chiaro Halilovic.

Uno degli oggetti più significativi sono le scarpette da ballo di Mela, che sognava di diventare ballerina al Teatro Nazionale. “Questo museo è un’opportunità per noi, che eravamo bambini durante la guerra, di ricordare le nostre vite durante l’assedio senza alcun tipo di odio o nazionalismo. Eravamo troppo piccoli per capire qualcosa della situazione politica, per cui possiamo solo condividere la verità della guerra e la nostra esperienza personale”, spiegava Mela a BIRN.

Un altro tra i pezzi forti del museo sono le confezioni di cioccolato e altri pacchetti umanitari che Filip Andronik ha collezionato durante il conflitto. “I ragazzi cercano sempre una maniera di divertirsi. Per me, era collezionare le confezioni di aiuti umanitari che ricevevamo”.

Un altro oggetto in esposizione è la bambola Barbie donata da Asmira, che aveva tre anni quando fu espulsa con la famiglia da Bratunac e si trovò a passare la guerra in un centro per rifugiati a Tuzla in cui gli unici giocattoli a disposizione erano delle spugne gialle – finché un vicino non le donò quesat bambola. “Me ne prendevo cura come se fosse sacra. Dormiva sempre in una scatola di scarpe, e quando ci giocavo le facevo vendere il pane o curare i feriti. Oggi sono diventata un dottore anch’io.”

Il senso di questi oggetti e di queste memorie è anche di mostrare la capacità di adattamento e resistenza dei bambini, spiega a Blix Selma Tanovic, che con Halilovic ha portato avanti l’idea del museo. “Non solo i traumi, ma anche la maniera in cui questi sono riusciti a superarli e a diventare membri attivi della società. E’ fantastico vedere come i partecipanti al progetto siano oggi professionisti di successo, genitori, amici, nonostante la storia tragica della guerra.”

Un avvio difficile, un ampio programma per il futuro

Il progetto del museo non ha avuto vita facile. Halilovic aveva raccolto il sostegno delle autorità municipali della Città Vecchia di Sarajevo, che avevano promesso uno spazio pubblico. L’apertura era prevista per l’agosto 2016. Ma all’ultimo momento gli spazi sono stati concessi invece ad un club di fitness. Complice, forse, anche il fatto che il museo dell’infanzia di guerra, con le sue storie di bambini, uguali di qua e di là dalle linee del fronte, non rientra negli schemi delle diverse narrative nazionaliste. “Non è giusto che queste storia non siano raccontate”, ha pensato.

Halilovic non si è dato per vinto. E grazie all’approccio inclusivo del progetto, ha raccolto sempre più sostegno dal basso, incluso quello dei tifosi della squadra di calcio dello Zeljeznicar Sarajevo. Una mostra temporanea di dieci giorni presso il Museo Storico di Sarajevo, nel maggio scorso, attirò più di 4000 persone. Tramite crowdfunding, il progetto ha raccolto oltre 200.000 dollari, che hanno permesso di affittare a prezzi di mercato l’ex centro culturale di via Logavina 32, in cui montare un’esibizione permanente di 50 oggetti. Il museo ha finalmente aperto il 28 gennaio, e i proprietari originari degli oggetti hanno partecipato alle ultime preparazioni prima dell’apertura.

E il progetto prosegue. “Vogliamo espanderne lo scopo e iniziare a raccogliere memorie anche da altre zone di conflitto, per creare un’esibizione universale che serva di monito contro nuove guerre”. Un ampio programma, da condurre con il team di antropologi, storici e psicologi del museo. Ma a Jasminko non manca la tenacia.

Chi è Davide Denti

Davide Denti
Dottorando in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea e Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina. Collabora con varie altre testate, tra cui Osservatorio Balcani e Caucaso e Aspenia online.

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