La fine dell’URSS e la tradizione malinconica della sinistra

enzo-traversoEnzo Traverso

Malinconia di sinistra. Una tradizione nascosta

Feltrinelli, Milano 2016

 

Il 25 dicembre di venticinque anni fa, in sordina e senza celebrazioni, veniva ammainata dal pennone del Cremlino la bandiera rossa con la falce ed il martello. Così, nell’indifferenza generale (soprattutto di quella classe operaia nel cui nome si era avviata l’esperienza sovietica), finiva un paese. Finiva anche un’epoca, quella bipolare, ed il secolo si faceva “breve” (Hobsbawm). Ma finiva anche un’idea, quella comunista, che per buona parte del Novecento aveva profuso speranze, progetti, sogni, utopie, esperimenti sociali e politici.

Il dito puntato verso l’orizzonte delle tante statue di Lenin disseminate in tutti i paesi detti socialisti stava ad indicare – come il Mosè biblico sul Sinai – una speranza messianica in un mondo radicalmente nuovo (nel 1921 l’impressionista Konstantin Yuon dipingerà appunto Il nuovo pianeta). Ma dall’orizzonte ha continuato a non arrivare nulla e l’avvenire come categoria fondante del marxismo (la rivoluzione “non può trarre la propria poesia dal passato, ma solo dall’avvenire”, scriveva Marx) ha continuato ad essere avaro ed insoddisfacente. L’avanzata speranzosa del Quarto stato (1901) dalle tenebre verso la luce dell’emancipazione si è rivelata a dir poco problematica.

Anzi, non solo il futuro rivoluzionario e disalienante non è mai arrivato, ma con la fine del Novecento risulta addirittura passato se non trapassato. Lo sfacelo semantico è gigantesco: del comunismo oggi sembra rimanere solo il tratto duramente totalitario e la sua assoluta, anacronistica inattualità. Il pessimismo incupisce la sinistra rivoluzionaria: come scrive Traverso, “Il marxismo… non può che assumere una tonalità malinconica. Amputato del suo principio speranza… esso interiorizza una sconfitta storica.”

Sconfitte e delusioni che si sono disseminate nel tempo, come con la Comune del 1870 o il ’68 praghese e la fine di Praxis in Jugoslavia, o la deriva misera delle lotte anticoloniali e di “liberazione nazionale”. Delle tre rivoluzioni che hanno nutrito l’immaginario della giovane sinistra radicale degli anni sessanta e settanta –  anticapitalistica in occidente, antiburocratica nei paesi del socialismo reale, antimperialista nel Terzo mondo – nessuna è andata esattamente a buon fine, come ben sappiamo.

Comunque, nota l’autore, la malinconia non esplode improvvisamente con l’89 o il ‘91 e tutto ciò che ne consegue – in URSS come in Jugoslavia o con la nostrana “svolta della Bolognina” – ma è sempre stata carsicamente presente nella vita della sinistra. Una tradizione nascosta – come recita il sottotitolo – che già Campanella individuava nel continuo attrarsi e respingersi di malinconia ed utopia. Solo che la cultura della sinistra ha sempre ben occultato “l’umore nero” con le speranze messianiche, una sorta di escatologia scientifica verso un fine (telos) sicuro e gioioso.

Ma oggi lo spirito del tempo privilegia le categorie del presente e dell’incertezza ed è ontologicamente incredulo, cioè post-ideologico. Allora ci si potrebbe consolare con la nota poesia di Brecht sul sarto cinquecentesco di Ulm, che volendo provare a volare con un marchingegno si sfracellò al suolo confermando l’idea che l’uomo non era nato per volare. Oggi però l’uomo vola per cui, mutatis mutandis, se il comunismo ha fallito nel Novecento nulla può escludere che in futuro, in un qualche futuro, possa realizzarsi appieno.

Ma per ora la situazione è questa: la democrazia liberale e l’economia di mercato  – intese come “ordine naturale del mondo” – condannano le utopie rosse novecentesche e colpevolizzano la malinconia di sinistra. Eppure, per l’autore, quest’ultima va recuperata, perché: “La malinconia segue i passi della rivoluzione, come un’ombra, facendosi discreta durante la sua ascesa, manifestandosi quando essa finisce, avvolgendola completamente dopo la disfatta. I vinti ne sono i portavoce, ma essa impregna la storia di tutti i movimenti che, per due secoli, hanno cercato di cambiare il mondo. E’ attraverso la sconfitta che l’esperienza rivoluzionaria si trasmette da una generazione all’altra”.

Insomma, senza il dovuto ricordo delle occasioni perdute non si tornerebbe a riannodarne i fili interrotti. Questa malinconia senza rassegnazione è, alla fine, la presa d’atto di una storia titanica che però non è riuscita a trasformare il mondo come avrebbe voluto. L’impresa – per chi ci crede – resta ancora tutta da compiere.

Chi è Vittorio Filippi

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Sociologo, docente Università Ca’Foscari e Università di Verona, si occupa di ricerca sociale, soprattutto nel campo della famiglia, della demografia, dei consumi. Collabora nel campo delle ricerche territoriali con la SWG di Trieste, è consulente di Unindustria Treviso e di Confcommercio. Insegna sociologia all’Università di Venezia e di Verona ed all’ISRE di Mestre. E’ autore di pubblicazioni e saggi sulla sociologia della famiglia e dei consumi.

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