CROAZIA: La Costituzione di Natale

Il 22 dicembre in Croazia è stato l’anniversario dell’approvazione della Costituzione di Natale (Božićni Ustav) del 1990. La nuova carta determinò la transizione dal sistema di potere dell’autogestione socialista ad uno sistema semi-presidenziale ritagliato sulla figura del Presidente dell’Unione Democratica Croata (HDZ), Franjo Tuđman. La Costituzione di Natale eliminò le prerogative di cui godeva la popolazione serba di Croazia (il 12,5% del totale), determinò per reazione la proclamazione della Regione Autonoma Serba della Krajina il 21 dicembre 1990 e funse da catalizzatore finale per la guerra che sarebbe scoppiata apertamente l’anno successivo. La stessa denominazione di Costituzione di Natale, con una definizione di carattere simbolico-religioso, identificava espressamente la nuova carta come la costituzione dei croati cattolici.

Le prime elezioni multipartitiche e la vittoria dell’HDZ

La Costituzione di Natale è stata frutto del disegno esclusivo del Presidente dell’Unione Democratica Croata Franjo Tuđman, storico, leader nazionalista, ex-partigiano e personalità ossessionata dal diritto del popolo croato all’autodeterminazione. Rimangono note le paranoie del padre della patria croato, il quale considerava qualsiasi ideologia universalista (socialismo, cattolicesimo e “diritti umani e libertà dei media”) o regionalista (jugoslavismo e europeismo) un mezzo per assoggettare le piccole nazioni.

Alle prime elezioni multipartitiche del aprile-maggio 1990, Tuđman e l’HDZ riuscirono ad assicurarsi quasi 2/3 dei seggi parlamentari e poterono così scrivere la nuova costituzione in totale autonomia. La campagna elettorale aggressiva, anti-comunista e anti-serba riscosse un forte sostegno popolare, pari al 41% degli elettori, e consegnò all’HDZ 205 su 351 rappresentanti. In questo, Tuđman fu favorito dalla politica sprovveduta della Lega dei Comunisti di Croazia, che avevano approvato un sistema elettorale maggioritario a doppio turno, convinti di assicurarsi la vittoria grazie a una supposta predisposizione naturale dell’elettorato alla stabilità e alla continuità.

La Costituzione di Natale – La Costituzione di Tuđman

Il 22 dicembre 1990 Franjo Tuđman presentava la nuova costituzione come una rottura netta con “il sistema comunista cosiddetto di autogestione socialista” e come “una base solida per la sovranità dello stato-nazione della Croazia: per l’habitat reale e spirituale […] nel quale il popolo croato sarà in grado di costruire e raggiungere finalmente la completa libertà e indipendenza […]”.

La mano del Presidente Tuđman – da tempo impegnato in modo a dimostrare il diritto all’esistenza di uno stato esclusivamente croato – è chiara sin dal principio; nella prima parte della Costituzione – le “Fondamenta Storiche” – si passano in rassegna le varie compagini statali croate dal Regno medievale del VII secolo sino al Repubblica Socialista di Croazia. Al termine vi si dichiara solennemente che “procedendo dai fatti storici e dal generalmente accettato principio moderno del inalienabile, indivisibile, non-trasferibile e inestensibile diritto all’auto-determinazione e alla sovranità del popolo croato […] la Repubblica di Croazia è costituita come lo stato nazionale del popolo croato e delle sue minoranze nazionali […]”. La nuova costituzione proponeva un sistema semi-presidenziale che assicurava al Presidente della Croazia, carica che ricoprì Tuđman dal ’90 al ’99, importanti prerogative costituzionali, interpretate da Tuđman in modo decisamente estensivo. Tanto che fino al 2000 gli osservatori internazionali definivano la Croazia una “democrazia autoritaria” e uno stato semi-libero.

In quel sabato di dicembre, prima della sospensione natalizia dei lavori parlamentari, con fare messianico e trasporto religioso Tuđman invitava ad approvare, “…nel crepuscolo del comunismo e all’alba della libertà nazionale e della democrazia borghese, la nuova costituzione […] in nome dell’Uomo e per volontà di Dio, […] come una nuova ode alla libertà, alla democrazia, all’onore e alla gloria eterna della nostra Croazia”.

Tra le tante differenze rispetto alla precedente Costituzione della Repubblica Socialista di Croazia, una, allora, risaltò in particolare: i serbi di Croazia passarono dal ruolo di popolo co-costituente a minoranza nazionale. Nella regione della Krajina, dove erano localizzate diverse municipalità a maggioranza serba già in subbuglio dalla vittoria elettorale dell’HDZ, il 21 dicembre 1990, i vertici politici serbi proclamarono ufficialmente la Regione Autonoma Serba della Krajina (SOA Krajina) come “entità territoriale autonoma all’interno della Repubblica di Croazia”. Il solco che si era aperto tra la leadership nazionalista croata e la minoranza serba veniva così istituzionalizzato con il venir meno della partecipazione a istituzioni comuni: l’SDS, il partito nazionale serbo fondato da Jovan Rasković, boicottò da allora le sedute parlamentari. Di lì a poco, la leadership di Rasković, contraria alla secessione della Repubblica di Krajina, verrà sostituita dal più radicale Milan Babić sostenuto dal Presidente della repubblica socialista di Serbia, Slobodan Milošević. Nel 1997, parte delle forze politiche dei serbi di Croazia si ricostituiranno, a guerra conclusa, col nome di Partito Indipendente Democratico Serbo (SDSS), a sottolineare la propria autonomia rispetto a Belgrado.

Dopo quel 22 dicembre l’agonia dello stato federale jugoslavo durerà ufficialmente ancora un anno, e il referendum sull’indipendenza croata del maggio ’91 ratificherà con un quesito ambiguo una decisione già presa. Più a nord, in Slovenia, già il 23 dicembre 1990 si votava sull’indipendenza della piccola repubblica settentrionale. In Croazia, invece, la secessione andava minuziosamente preparata, il conflitto andava covato, non si poteva rischiare che il popolo croato sovrano non si esprimesse a favore dell’indipendenza nel referendum del 19 maggio ’91. La netta contrapposizione tra il popolo titolare dello stato e la minoranza serba, il coinvolgimento diretto di Belgrado nella Krajina, il referendum sull’unione tra la SOA Krajina e la Repubblica socialista di Serbia (12 maggio ’91) imporrano, alla fine, una scelta di campo chiara all’elettorato croato.

Chi è Pierluca Merola

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Nato a Roma nel 1992, ora vive a Zagabria. Si è laureato in triennale in Storia moderna e contemporanea, con una tesi sulla Lega dei Comunisti di Jugoslavia, per poi dirigersi a Forlì per frequentare il MIREES, MA internazionale per studi sull’Europa orientale, che ha completato a settembre 2016 con una tesi sulla recente storia politica della Croazia. Collabora con East Journal da Maggio 2016, per il quale narra di avvenimenti croati e balcanici. Parla correntemente inglese e francese, e serbo-croato con chi ha pazienza. Gli articoli scritti per EastJournal sono co-pubblicati anche da PECOB, Università di Bologna.

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