Torneo “Canestri senza reti”, storia di un ponte tra Ivrea e i Balcani

Il 27 dicembre a Ivrea prenderà il via la XVII edizione di Canestri senza reti, torneo internazionale di basket per la categoria under 14. Per quattro giorni, 16 squadre si sfideranno sui parquet di diverse palestre della cittadina piemontese. Potrebbe sembrare un normalissimo torneo natalizio, ma già dal nome si evince come questa manifestazione vada di molto oltre il basket: Canestri senza reti viene definito un torneo internazionale di solidarietà.

La storia che andiamo a raccontare ebbe inizio nel 2000, mentre alcuni volontari italiani si trovavano nella città serba di Kragujevac, in un paese in ginocchio a causa della guerra e dell’embargo. I volontari si videro davanti un gruppetto di ragazzi serbi e la loro richiesta: volevano giocare a pallacanestro con dei ragazzi italiani. Una richiesta molto semplice, ma che allo stesso tempo appare piena di significato, quando si riflette sulla sua origine: i ragazzi in questione, infatti, non erano mai usciti dal proprio paese e per lunghi anni erano stati accompagnati dal suono di bombe e proiettili. Poter giocare a basket con dei coetanei, in un paese appena al di là del mare Adriatico, era un sogno e un bisogno di tornare alla normalità.

Centrale in tutto questo fu la figura di Enrico Levati, medico, pacifista e primo presidente del consorzio italiano per la solidarietà, già promotore di progetti in aiuto ai popoli dell’ex-Jugoslavia. Fu lui a portare a Ivrea la richiesta dei giovani cestisti serbi, che venne prontamente accolta da un gruppo di allenatori eporediesi, grazie ai quali si è potuta organizzare la prima edizione del torneo ed esaudire l’agognato desiderio dei ragazzi. Così, nel gennaio del 2001, nasceva Canestri senza reti, un nome che da solo riesce ad evocare l’intero spirito del torneo, in cui lo sport riesce ad appianare ogni differenza culturale e sociale. La mobilitazione della società civile eporediese fu notevole e una vera e propria gara di solidarietà rese possibile ospitare i giovani giocatori giunti a Ivrea.

La finale del torneo si giocò tra la squadra serba di Kragujevac e quella bosniaca di Mostar, probabilmente l’incontro più rappresentativo che si potesse immaginare, in un torneo avente come obiettivo la solidarietà verso i popoli dell’ex-Jugoslavia. La manifestazione riuscì nel suo intento, riuscendo ad avvicinare ragazzi di paesi dove fino a pochi anni prima si era combattuta una guerra sanguinosa.

A Canestri senza reti i Balcani la fanno da sempre da padroni; chi si intende un minimo di basket ha ben presente il talento degli slavi del sud per questo sport. Tuttavia, il torneo ha visto la partecipazione di ottime squadre anche da paesi dell’ex-URSS (Russia, Georgia, Lituania) e da altri paesi, tra cui Spagna, Francia, Germania, Danimarca e, naturalmente, Italia.
Il torneo è cresciuto, dunque, in numeri e in popolarità, ma non ha perso il suo spirito originario. Nel 2015 la manifestazione è stata insignita del premio “Il testimone ai testimoni”, consegnato direttamente dal presidente di Libera don Luigi Ciotti. Canestri senza reti è riuscito e riesce a tramandare i valori più sani dello sport, come il rispetto per l’avversario a prescindere dalla sua identità e l’idea dello sport come cultura della solidarietà, della socializzazione e dello scambio, come recita la motivazione al premio. Per questi motivi, il compito di questo torneo non è terminato.
Le guerre balcaniche sono finite, ma in tutta Europa c’è ancora un disperato bisogno di abbattere muri, siano essi mentali o fatti di mattoni e filo spinato. Canestri senza reti dimostra, nel suo piccolo, che giocare a basket può essere un buon punto di partenza.

Chi è Maria Baldovin

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Nata a Ivrea (To) nel 1991, ha studiato lingue e letterature straniere all’università di Torino ed è poi migrata verso Forlì, dove ha frequentato la specialistica in studi interdisciplinari sull’Est Europa (MIREES). Per East Journal scrive di Russia, ma ha un debole anche per la Germania (ex orientale, ovviamente). Gli articoli di analisi scritti per East Journal sono co-pubblicati anche da PECOB, università di Bologna.

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