BALCANI: Allargamento, il passo falso dell’UE

Il Consiglio UE “Affari Generali” del 13 dicembre si è chiuso senza un accordo sulle annuali conclusioni sulla politica d’allargamento. E’ la prima volta che ciò avviene dagli anni ’90 – e una delle poche volte in generale che il Consiglio non riesce a trovare un accordo tra i suoi membri.

L’Austria si mette di mezzo sulla Turchia al Consiglio UE e fa affondare la barca

La ragione del tonfo, questa volta, sta nella testardaggine dell’Austria. Vienna si è opposta fino all’ultimo ad un testo consolidato, approvato dagli altri 27, che dava il suo appoggio alla continuazione dei negoziati d’adesione con la Turchia. Secondo il ministro degli esteri austriaco, il giovane conservatore Sebastian Kurz, invece, i negoziati d’adesione con Ankara sarebbero dovuti essere immediatamente sospesi.

“Quando in centinaia di migliaia sono agli arresti, quando dissidenti e politici dell’opposizione sono in prigione… è qualcosa che non corrisponde allo spirito e ai valori fondamentali dell’UE“, ha dichiarato Kurz riferendosi alle estese purghe che hanno fatto seguito al tentato colpo di stato di metà luglio in Turchia. Lo stesso Kurz era finito nella bufera, solo pochi giorni prima, per il sostegno offerto durante la campagna elettorale al governo macedone uscente di Nikola Gruevski, accusato di estese intercettazioni e di tendenze autoritarie.

La volontà di rovesciare il tavolo da parte di Kurz, che durante la scorsa campagna elettorale per le presidenziali austriache si è posizionato sempre più a destra, non è stata ben accolta dagli altri 27. “Non considero questa una politica estera responsabile”, ha dichiarato il ministro degli esteri tedesco – e futuro presidente della repubblica federale, Walter Steinmeier. “Aiutiamo il popolo turco in questo modo? Io credo di no”, ha rimarcato l’omologo lussemburghese Jean Asselborn. E l’Hofburg ha messo in imbarazzo anche lo stesso Commissario europeo all’allargamento, Johannes Hahn, che con Kurz condivide paese d’origine e partito politico.

La politica d’allargamento in uncharted waters

Non è la prima volta che Kurz incrocia le corna con i turchi – si ricordano i suoi scambi con l’ex ministro agli affari europei Egemen Bagis – ma in questo caso l’intransigenza di Vienna è andata oltre, e ha fatto affondare tutta la barca. Perché senza l’accordo di Vienna sul capitolo turco non è stato possibile dare alla luce l’intero testo delle conclusioni del Consiglio sull’allargamento, inclusi i paesi dei Balcani occidentali, sui quali un accordo sarebbe stato invece trovato – nonostante varie questioni aperte, soprattutto da parte della Croazia, per quanto riguarda Serbia, contro cui Zagabria solleva accuse strumentali riguardo alla protezione della minuscola minoranza croata per giustificare la volontà di non aprire il capitolo 26 sull’istruzione, e Bosnia-Erzegovina.

La presidenza slovacca del Consiglio UE ha quindi cercato di raccogliere i cocci, pubblicando “un set di conclusioni che hanno ricevuto il sostegno della grande maggioranza delle delegazioni [degli stati membri] nel corso delle discussioni” come dichiarazione della Presidenza, dall’incerto valore legale – anziché le Conclusioni del Consiglio UE, un atto unanime di indirizzo politico vincolante per le altre istituzioni UE. Secondo il ministro degli esteri slovacco, Miroslav Lajčák, così “abbiamo riaffermato il nostro impegno all’allargamento come politica cruciale per l’UE e investimento strategico nella stabilità, democrazia e prosperità in Europa. Consideriamo di grande importanza la credibilità dell’allargamento come processo bidirezionale – se un paese introduce le necessarie riforme, l’UE deve tenere fede ai suoi impegni”.

Un testo senza accordo, alla mercé di interpretazioni di parte

La mossa della Presidenza di pubblicare le sue conclusioni non è stata scevra da critiche. In primo luogo perché il testo pubblicato come dichiarazione della Presidenza non è lo stesso che era stato approvato solo pochi giorni prima dagli ambasciatori dei paesi membri. Nella ricerca di un compromesso all’ultimo minuto, hanno trovato la propria strada nella dichiarazione della Presidenza varie formulazioni che durante la discussione tra i ministri degli esteri avevano sollevato l’opposizione di diversi stati membri.

Tra queste, per quanto riguarda la Bosnia-Erzegovina, fa risalto soprattutto l’ultima frase del paragrafo 62, in cui il Consiglio sottolinea la necessità di garantire “l’eguaglianza di bosgnacchi, serbi e croati e di tutti i cittadini della Bosnia ed Erzegovina”. Una formulazione paradossale, che mette insieme due principi in contraddizione: il principio etnico dei tre popoli costituenti sancito nella Costituzione di Dayton, contro cui si è espressa più e più volte la Corte europea dei diritti umani, dal caso Sejdic-Finci in poi; e il principio civico dell’uguaglianza in diritti e doveri di tutti i cittadini bosniaco-erzegovesi, che dal primo è negato. Una formulazione che soddisfa soprattutto la Croazia, che intende usarla come grimaldello per sostenere il diritto alla “piena eguaglianza” della propria minoranza nazionale in Bosnia.

Una formulazione che ha fatto sollevare più di un sopracciglio a Sarajevo – dove la Commissione europea ha appena consegnato un esteso questionario di pre-adesione – e che come era prevedibile è stata colta al balzo dalla diplomazia croata. Il neo-ministro degli esteri HDZ, Davor Ivo Stier, in visita a Roma, ha dichiarato come “è importante sottolineare che tutti i 28 stati membri hanno espresso il loro accordo a tale formulazione”. Una evidente falsità. Ma quei croato-bosniaci, che secondo il censimento del 2013 costituiscono il 15% della popolazione, sono un importante bacino elettorale per Zagabria – e quindi meritano di essere “un po’ più uguali degli altri“.

E’ la prima volta che il Consiglio non pubblica conclusioni annuali sulla politica d’allargamento. Di fatto cambierà poco: per tutti i paesi dei Balcani la Commissione ha comunque un mandato a procedere, anche solo in base alle ultime conclusioni del Consiglio UE dello scorso settembre. Resta un segnale poco rassicurante. E l’evidenza che la politica d’allargamento è sempre meno un business as usual e sempre più vulnerabile alle tendenze populiste e alle questioni bilaterali aperte da questo o quello stato membro.

Foto: Miroslav Lajcak, EU Council

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