ROMANIA: Oggi nel 1989 fu Timisoara, l’inizio di un inganno chiamato “libertà”

Quella che conosciamo come “Rivoluzione romena“, e che segnò la fine del regime di Ceausescu e l’inizio di un’epoca di libertà e democrazia per il popolo romeno, è in realtà il risultato di un grande inganno ordito dalle seconde linee del partito comunista e dagli agenti della Securitate. Vittima dell’imbroglio furono i romeni stessi. La notte tra il 22 e il 23 dicembre 1989 è la data chiave dell’imbroglio che vi vogliamo raccontare.

Città libera dal comunismo

La più riuscita messinscena di quella grande pièce che fu l’ottantanove europeo, ebbe inizio il 15 dicembre a Timisoara quando la Securitate, la temuta polizia segreta romena, arrestò il pastore protestante Laszlo Tőkés colpevole di avere denunciato i crimini del regime e le discriminazioni subite dalla minoranza ungherese del paese, di cui il pastore era esponente. Il suo arresto fu la miccia che fece esplodere le proteste della popolazione locale, brutalmente represse dall’esercito e dalla Securitate con spari sui manifestanti ordinati, si disse, da Ceausescu in persona che si trovava in quei giorni a Teheran in visita ufficiale. Il 18 dicembre i confini del paese vengono sigillati e gli scontri continuano fino al 20 dicembre quando le forze dell’ordine si ritirano. Timisoara viene proclamata “città libera dal comunismo“. Il muro di Berlino era caduto da poco più di un mese e anche in Romania il regime aveva ormai le ore contate.

I fischi al Conducator

Il 21 dicembre Ceausescu, tornato da Teheran, decide di tenere una contromanifestazione a Bucarest. Doveva essere la solita “piazza obbligatoria” a sostegno del conducator ma, inaspettatamente, la gente comincia a fischiare e scoppiano i primi tafferugli. L’assalto al palazzo sembra imminente. La polizia circonda allora la folla e spara sui manifestanti. Nella confusione, il generale Stanculescu convince Ceausescu a lasciare il palazzo presidenziale a bordo di un elicottero. Una fuga verso la morte.

La notte dei morti 

Il 22 dicembre, a Timosoara, agenti dai tetti dei palazzi sparano sulla folla radunatasi per festeggiare la libertà. Cecchini ignoti di cui mai nessuno conoscerà l’identità. La polizia li protegge, diventando alleata, rifacendosi una verginità. La gente intanto assalta la sede della televisione di stato “con una facilità che non convince”, scriverà Paolo Rumiz, all’epoca presente in città come cronista, e lancia il suo appello: “Ceausescu è agli arresti, condotto in un luogo segreto per essere processato”. La dittatura è finita.

Poi la notte escono i morti, dissepolti da una fossa comune scoperta in periferia. La pioggia battente non scoraggia i cronisti occidentali arrivati in città per raccontare quegli eventi storici. I cadaveri sono una quarantina, tutti con il segno di una sutura sul ventre “cucita per mascherare le torture della Securitate”, dice la gente, “e farli sembrare decessi naturali”. Si scoprirà che erano davvero decessi naturali e che i corpi erano stati portati lì dal vicino ospedale per farli sembrare vittime delle barbarie del regime. La messinscena prosegue atto dopo atto.

Cada Sansone ma non i filistei

E così viene Natale e a Bucarest altri cecchini e altri spari dai tetti, mentre Ceausescu e la moglie Elena vengono fucilati e sepolti in una località segreta. A coordinare le operazioni è Gelu Voican, uomo del partito comunista. Agisce per salvare se stesso e la nomenclatura cui appartiene, perché cada Sansone ma non i filistei. Loro, i filistei, dovranno gestire la transizione verso la democrazia: la transizione più lunga e la democrazia più finta di tutta l’Europa orientale.

Artifici di capodanno

A capodanno esce la notizia, che nessuno considera: “le vittime della fossa comune erano in realtà defunte di morte naturale,  i loro corpi erano stati rubati dalle celle frigorifere dell’ospedale civile”. L’imbroglio si svela, ma non interessa più. La rivoluzione è fatta, Ceasusecu è caduto, ucciso dopo un processo farsa e una condanna lampo, l’ottantanove può uscire di scena. E’ ormai il 31 dicembre, capodanno di spari che echeggiano nell’aria e artifici vari.

“E’ ovvio che solo gli agenti della polizia segreta – scrive Rumiz in Maschere per un massacro – potevano condurre un’operazione del genere”. Solo gli agenti della Securitate avevano accesso agli obitori degli ospedali, e solo gli agenti della Securitate avevano bisogno di un capro espiatorio la cui condanna avrebbe garantito “l’assoluzione dei suoi pretoriani e coperto il loro disinvolto passaggio dalla parte del popolo, quel popolo che fino al giorno prima avevano sanguinosamente tiranneggiato“.

Un popolo inconsapevole di essere oggetto dell’ennesima manipolazione, cui l’ottantanove non consegnerà la libertà ma solo un nuovo regime che, sotto il falso nome di “democrazia”, lo terrà in ostaggio per altri due decenni. Due decenni nel segno repressivo di Ion Iliescu, seguita da una gestione criminale e corrotta del potere da parte di Traian Basescu, senza che mai si siano fatti i conti col passato. Una cattività dalla quale solo oggi i cittadini romeni si stanno liberando, a colpi di proteste, manifestazioni, rivolte che sono il segno di una nuova consapevolezza. Una consapevolezza che, finalmente, potrà portare il paese lontano dagli inganni di Timisoara.

Chi è Matteo Zola

Matteo Zola
Giornalista professionista, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso, EastWest, il Giornale e il Dolomiti. E' stato redattore a Narcomafie, mensile su mafia e crimine organizzato internazionale. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015. Ha un master in Giornalismo, e una laurea magistrale in Lettere.

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