CAUCASO: Lo scontro tra Islam moderato e Islam radicale

Nel Caucaso russo, lo scontro tra il cosiddetto Islam moderato e l’Islam radicale sembra non arrestarsi. Sul territorio restano infatti attivi gruppi di guerriglieri islamisti che portano avanti la battaglia per la creazione di un Emirato caucasico, scontrandosi col governo russo, che cerca di ostacolarli, e con la porzione di popolazione che professa l’Islam confraternale, più moderato e in linea con l’operato di Mosca.

Intensificatosi ai tempi della guerra in Cecenia, per poi estendersi verso le repubbliche confinanti, il terrorismo caucasico è in constante trasformazione. Recentemente, l’Emirato del Caucaso, proclamato nel 2007 sulle spoglie della Repubblica cecena di Ichkeria e affiliato di al-Qaeda, ha progressivamente perso molti dei suoi adepti, specialmente dopo la morte dell’emiro Dokku Umarov; a partire dal 2013, inoltre, molti leader del gruppo hanno sposato l’ideologia dello Stato Islamico, che ha attratto molti dei combattenti caucasici in Siria e in Iraq, spingendo l’ISIS ad annunciare nel giugno 2015 la creazione del Wilāyah al-Qawqaz.

Nonostante il forte calo dell’attività terroristica nella regione, dovuto all’impegno in Medio Oriente di un gran numero di combattenti, la situazione è tutt’altro che sotto controllo, con episodi di violenza che continuano a manifestarsi. L’ultimo risale al 26 settembre, con l’uccisione in seguito a un agguato di Ravil Kaibaliyev, imam della moschea del villaggio di Kara-Tyube, nel Territorio di Stavropol’; nell’agosto 2015 era morto nelle stesse circostanze il suo predecessore Zamirbek Makhmutov. Kaibaliyev è il settimo imam ucciso nel Territorio di Stavropol’ dal 2012.

Anche se la dinamica dell’agguato resta da definire, sembra chiaro che dietro a questo omicidio ci siano gli islamisti radicali, i quali rifiutano l’ingerenza della Direzione Spirituale dei Musulmani di Russia, un’istituzione governativa che sostiene l’Islam cosiddetto “moderato” e nomina in via ufficiale gli imam locali. Al contrario, gli esponenti della comunità wahhabita puntano a mobilitare i musulmani tradizionali verso il radicalismo.

In questo contesto, il governo russo ha implementato misure sempre più oppressive in materia religiosa e di sicurezza, riscontrando anche successi. Già in vista delle Olimpiadi di Sochi erano state prese misure di sicurezza senza precedenti, in termini di uomini, mezzi e fondi; inoltre, in Cecenia, il presidente Kadyrov ha imposto una sorta di “certificato spirituale e morale” per i giovani, che riporta l’appartenenza etnica e religiosa, oltre a indicare il nome di un “responsabile” che fa da garante, mentre in Daghestan è stato creato un database contenente ogni sorta di informazione sugli aderenti al wahhabismo, compreso il DNA.

Ma nonostante il controllo, gli attacchi mirati e la prevenzione, la lotta di Mosca contro il terrorismo interno sembra non bastare. La situazione economica e politica in cui versa la Russia indeboliscono tutte queste misure: se da una parte la via della jihad, che passa attraverso il denaro introdotto nel Caucaso dai wahhabiti, diventa un’allettante alternativa per la popolazione musulmana più povera, dall’altra Mosca non si trova nella condizione di poter intervenire militarmente, come avrebbe fatto in passato. E nel frattempo, aumenta il rischio del rientro dei combattenti impegnati in Medio Oriente.

L’unica via rimasta sembra combattere direttamente con quella che è diventata la fonte della radicalizzazione, ovvero lo Stato Islamico. Che poi, altro non è che uno dei pretesti per giustificare l’intervento russo in Siria al fianco di Assad.

Questo articolo è frutto della collaborazione con MAiA Mirees Alumni International Association. Le analisi dell’autore sono pubblicate anche su PECOB, Università di Bologna

Chi è Francesca Barbino

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Nata in Calabria nel 1993, vive a Forlì dove si è laureata presso il MIREES, Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe. Da maggio 2016 collabora con East Journal, per il quale si occupa principalmente di Caucaso.

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