IRAN: Il ruolo del nazionalismo


La Russia ha chiesto all’Iran l’utilizzo di alcune delle sue basi per sferrare attacchi aerei in Siria.  Nonostante Teheran e Mosca siano alleati sul fronte siriano al fianco di Bashar al-Assad, l’esito della richiesta è stato negativo: Mosca non ha ottenuto il consenso per l’accesso alla base militare di Hamedan, ma solo un appoggio temporaneo. Questo perché – com’era prevedibile – nel Paese degli ayatollah la notizia ha suscitato più di qualche polemica. Il tema al centro della discussione è senz’altro di natura politica: esiste davvero una sovranità nazionale, o in politica estera l’Iran è ostaggio delle ingerenze straniere? Per comprendere questo dibattito bisogna inquadrare la natura del nazionalismo iraniano.

Le radici del nazionalismo iraniano

In Iran non sono nuovi a questi discorsi: l’impronta nazionalistica del Paese ha sempre influenzato il dibattito pubblico. Un brevissimo salto all’indietro: il XIX secolo è stato il momento in cui questo sentimento – più che patriottico – è andato montando. Di certo in risposta al saccheggio che stava avvenendo nel paese per mano di potenze capitaliste straniere: nel 1890 lo shah Pahlavi concesse a un britannico l’esclusiva sul diritto di vendita e acquisto di tabacco, un movimento di massa guidato da ‘ulema ne chiese immediatamente l’annullamento. Il risultato di tale sommossa popolare fu il blocco del mercato del tabacco per due anni e la rinuncia alla concessione da parte dello shah. I commercianti e la popolazione cavalcarono l’onda della protesta per affermare l’autorità nazionale sulle risorse primarie, intendendo così ribadire la propria autonomia.

Altra diatriba per l’Iran furono le concessioni per i pozzi petroliferi: durante un dibattito parlamentare del ‘47 in merito allo sfruttamento del Paese viene deciso di vietare ulteriori concessioni petrolifere a compagnie straniere. Trent’anni dopo, con la Rivoluzione Khomeinista del ‘79, il sentimento nazionalista si avvalse della spinta religiosa promossa dalla propaganda islamica: “indipendenza dal diavolo occidentale” era lo slogan principale di quegli anni. Pur essendo stata, la rivoluzione, un’inversione di rotta rispetto al laicismo imposto dai Pahlavi, questa ha rinvigorito il nazionalismo già diffuso nel Paese, dotandolo di una connotazione religiosa inedita, che è riuscita a raccogliere lo spirito dell’islam sciita, da sempre in lotta con la maggioranza sunnita del resto del mondo.

Nazionalismo “aperto”

C’è da dire che questa sensibilità campanilistica accomuna molti Stati del Nord Africa e del Medio Oriente. Ma, a differenza di quanto accaduto nei paesi arabi, dove si esprime con una variegata casistica, in Iran si è integrata all’islam attraverso le gerarchie sciita. In apparente contraddizione con la sua nascita da presupposti laici. La risposta al nazionalismo di stampo religioso è stata la partecipazione – sempre più massiccia – di giovani iraniani nella vita culturale delle università straniere d’Europa e degli Stati Uniti, pur restando legati al paese d’origine in maniera viscerale. Ne sono un esempio i molti intellettuali – conosciuti anche in occidente – che pure criticano aspramente il loro paese, ma che hanno scelto, nonostante tutto, di non abbandonarlo.

Chi è Francesca del Vecchio

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Classe 1987, laureata in Lingue e Letterature Straniere e in Studi Arabo-Islamici, con una tesi sull’Islam Politico in Iran. Vive a Milano (ma è nata a Benevento) dove “prova” a fare la giornalista. Collabora per alcune testate come Il Manifesto, Prima Comunicazione e D di Repubblica. Per East Journal si occupa di Medio Oriente, in particolare di Iran.

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