KOSOVO: Presto riaprirà il ponte di Mitrovica, simbolo delle tensioni etniche

Il ponte di Mitrovica, simbolo della divisione in due della città, sarà aperto al traffico a partire dal prossimo gennaio. L’annuncio è arrivato dall’Unione Europea, che ha finanziato il progetto con 1.2 milioni di euro, con l’obiettivo di trasformare il ponte in un simbolo della normalizzazione delle relazioni tra serbi e albanesi in Kosovo. I lavori sono iniziati il 14 agosto, nel lato sud, quello dove vivono gli albanesi, e stanno procedendo regolarmente.

L’apertura del cantiere è avvenuta in una situazione di tranquillità, con tanti giornalisti e pochi curiosi, anche se l’ottimismo generale è stato subito raffreddato: nella notte successiva un ordigno è stato lanciato da ignoti vicino al ponte, nel lato nord, quello a maggioranza serba. Un segnale che non tutti approvano questo passo in avanti nel complesso equilibrio del nord del Kosovo.

L’annuncio e l’inizio dei lavori hanno fatto seguito all’incontro tra le due delegazioni a Bruxelles lo scorso 2 agosto, che ha sbloccato un’impasse riguardante gli accordi raggiunti tra Belgrado e Pristina nell’agosto del 2015. Il ministro kosovaro per il Dialogo, Edita Tahiri, e il Capo negoziatore serbo, Marko Djuric, hanno difatti concordato l’apertura del ponte, mentre altre questioni restano sul tappeto. Tra queste, la più spinosa è sicuramente l’istituzione dell’Associazione delle municipalità serbe, un organo che garantirebbe una maggiore forma di autonomia ai serbi nell’ambito del sistema statale kosovaro. Le forti proteste delle opposizioni a Pristina hanno per ora bloccato la sua realizzazione, voluta espressamente dall’Unione Europea.

Mitrovica e il ponte sul fiume Ibar sono negli ultimi anni divenuti il simbolo delle tensioni tra serbi e albanesi. Quella che era una città etnicamente mista, al termine della guerra si è divisa in due, tanto che oggi esistono due municipalità distinte, Mitrovica Nord e Mitrovica Sud. Dal fiume inizia quel lembo di territorio kosovaro abitato in larga maggioranza dai serbi e su cui il governo di Pristina fatica ad esercitare il controllo. Il ponte è perciò agli occhi di molti serbi un confine protettivo da mantenere, per evitare di finire sotto il controllo delle autorità kosovare. Per questa ragione, da anni il passaggio è ostruito da diverse barricate, che impediscono il transito dei veicoli. Nel 2014 la loro rimozione fu seguita dalla costruzione del cosiddetto “Parco della pace“, un giardino posizionato sul ponte che funziona di fatto come una barricata, scatenando la rabbia degli albanesi.

Questo contesto fa capire la rilevanza del piano dell’Unione Europea, convinta che con il libero passaggio riprendano anche i contatti tra le due comunità. Il progetto, però, non è detto che avrà vita facile nella sua realizzazione. Dopo il lancio di una bomba avvenuta nel lato serbo, non sono da escludere altre azioni di forza, sabotaggi, manifestazioni, orchestrate dai nuclei nazionalisti (e spesso anche criminali) attivi nel nord del Kosovo.

La prova più difficile, però, riguarderà il dopo l’apertura del ponte. Di fatto, anche oggi il ponte è attraversabile a piedi, seppur sorvegliato dai militari della NATO. Nonostante una relativa facilità nell’attraversamento, sono poche le persone che passano nelle due direzioni. Tra i cittadini di Mitrovica prevale ormai l’accettazione della divisione: o si ha paura nell’andare “dall’altra parte” o manca totalmente l’interesse a vedere un posto dove ci si sente estranei. Molti giovani non hanno mai visitato l’altro lato della città e non sembrano intenzionati a farlo. Per avere successo, dunque, l’apertura del ponte dovrà essere affiancata da un processo sociale più profondo, che aumenti le opportunità di interazione tra le due comunità e incentivi le persone ad entrare in contatto. Solo così la normalizzazione del nord del Kosovo e delle relazioni tra albanesi e serbi potrà avere successo.

Chi è Riccardo Celeghini

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Laureato in Relazioni Internazionali presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università Roma Tre, con una tesi sui conflitti etnici e i processi di democratizzazione in Bosnia Erzegovina, Macedonia e Kosovo. Si è occupato di Balcani Occidentali durante i suoi studi e ha avuto esperienze lavorative in Albania, in Croazia e in Kosovo. Collabora con altre testate. E' nato nel 1989 a Roma. Parla inglese, francese e conosce basi di serbo-croato.

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