TURCHIA: Immunità per l’esercito impegnato in Kurdistan, quali conseguenze?

Una mano cancella l’immunità ai parlamentari, l’altra mano regala l’immunità all’esercito. Il 23 giugno il parlamento turco ha approvato uno scudo legale per i militari impegnati nella lotta al PKK curdo. Fatto ancora più rilevante, un emendamento inserito all’ultimo minuto dal partito di governo AKP l’ha esteso anche alle guardie di villaggio, paramilitari senza addestramento specifico disseminati sul territorio, che d’ora in avanti avranno garanzia di impunità per le loro azioni. Come per la cancellazione dell’immunità ai politici, anche stavolta AKP, nazionalisti dell’MHP e kemalisti del CHP hanno votato compatti, con la sola opposizione del partito filo-curdo HDP. La direzione è chiara: la lotta al PKK sarà senza quartiere, non è questa la stagione di abboccamenti e distensioni.

Cosa prevede la nuova legge

Secondo Human Rights Watch, la norma farà aumentare gli abusi dell’esercito e renderà quasi impossibile ottenere giustizia. Abusi che sono stati denunciati a centinaia dallo scorso luglio, quando è venuto meno il cessate il fuoco con il PKK e gli scontri sono dilagati nelle principali città del sud-est. Probabilmente non finiranno mai in un’aula di tribunale, visto che la legge appena approvata ha valore retroattivo.

Il provvedimento si applica esclusivamente alle operazioni anti-terrorismo, cioè quelle dirette contro i militanti curdi. Da oggi un militare può essere rinviato a giudizio soltanto con il consenso del primo ministro. Anche in quel caso, però, sarà giudicato da un tribunale militare e non da una corte civile. Inoltre i militari possono emettere mandati di perquisizione senza chiedere il via libera di altre autorità in caso di ‘emergenza’.

Curdi contro curdi

Ma è l’immunità concessa alle guardie di villaggio (Köy Korucuları) che può avere più conseguenze nella guerra tra Turchia e PKK. Sono formazioni paramilitari composte in massima parte da curdi che assistono l’esercito in pattugliamenti e controllo del territorio. Braccia e orecchie di Ankara sparpagliate sull’intera regione montuosa del Kurdistan turco, ricevono armi e paga dal governo. Nel 2013 erano ufficialmente 59mila (più 23mila altri volontari), ma i benefici economici e di status loro riconosciuti andavano a vantaggio, tra famiglie e parenti, di almeno 500mila curdi.

Il sistema delle guardie di villaggio risale al 1985, meno di un anno dopo l’avvio ufficiale della guerriglia da parte del PKK. Ankara le usò per sottrarre l’appoggio popolare ai ribelli, che dovevano scegliere se ritirarsi o ammazzare altri curdi. Il PKK li considerò traditori e decise nel terzo congresso del 1986 di attaccare le guardie (molti finirono appesi agli alberi con i ‘soldi di Ankara’ cacciati in bocca a forza). Fu un’escalation di violenza, che spesso e volentieri aveva moventi ben poco ideologici, legati a faide famigliari. Il PKK capì che avrebbe perso il favore della popolazione, così Ocalan nel 1990 cambiò idea, bloccò gli attacchi alle guardie e offrì loro una sorta di amnistia. Ma oggi gli attacchi sono ricominciati.

Aspettando il generale Inverno

L’immunità alle guardie di villaggio che oggi viene concessa sancisce, di fatto, il ‘liberi tutti’. In questa fase Ankara vuole alzare il tiro, aumentare la pressione sul PKK dopo essersi fatta trascinare in operazioni di guerriglia urbana dove i militanti curdi, anche se non hanno la meglio, riescono a sopravvivere. E intanto l’esercito non può fare altro che indietreggiare o radere al suolo interi quartieri. Erdogan ha scelto la seconda opzione, ma non può continuare così a lungo.

Ecco il senso di questa legge: rafforzare il legame con l’esercito, ripetere l’operazione tentata 30 anni fa per spaccare le comunità curde dall’interno, ma soprattutto spostare la lotta fuori dalle città. Proprio in quei villaggi dove adesso le guardie hanno mano libera. Se l’operazione riesce, il PKK sarà costretto a tornare in montagna. E la neve dell’inverno bloccherà la guerriglia, lasciando respirare il governo.

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Chi è Lorenzo Marinone

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Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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