Il ritorno alle piccole patrie. Intervista a Massimo Fini

RUBRICA: Opinioni ed eresie

Massimo Fini non ha certo bisogno di presentazioni, giornalista, attualmente scrive sulle colonne del Fatto Quotidiano. Già inviato dell’Europeo negli anni ’70, nel 1978, in collaborazione con Walter Tobagi e Franco Abruzzo ha fondato la componente sindacale “Stampa democratica”. Pensatore ribelle, capace di svelare le contraddizioni delle nostre società “occidentali”, ha esordito nel 1985 con “La ragione aveva torto?”. Progressivamente avvicinatosi al pensiero di Alain De Benoist, oggi Fini è un campione della lotta al pensiero unico. East Journal l’ha intervistato sul tema del futuro dell’Unione Europea.

Che cos’è l’Europa, un’espressione geografica, un’utopia politica, una dittatura economica, o cos’altro?

E’ un’Utopia giusta ma costruita nel modo sbagliato. Si è partiti dall’economia per arrivare alla politica invece che fare il contrario. Dico che l’Europa deve essere unita, nucleare, armata e autarchica. Quando dico “nucleare” e “armata” intendo che deve liberarsi dalla sudditanza americana, da quell’alleanza sperequata che aveva senso ai tempi della Guerra Fredda ma oggi non serve a nulla, provvedendo da sé alle proprie necessità. Le condizioni sono radicalmente cambiate ed è interesse di noi europei rivedere i termini di quell’alleanza nata in un contesto tanto diverso e probabilmente scioglierla. Quando nel 1992 Kohl e Mitterrand cercarono di far nascere l’Eurocorp, un corpo d’armata franco-tedesco aperto alla partecipazione degli altri Paesi della Cee, l’allora segretario di stato Baker dichiarò senza mezzi termini che “gli Stati Uniti sono contrari anche alla sola ipotesi di una forza militare europea indipendente”. E il progetto abortì. È venuta l’ora di riprenderlo. Quindi dico “autarchica” poiché l’Europa ha risorse per fare da sola, certo questo comporta dei costi, potrebbe portare a un impoverimento se ragioniamo con gli schemi economici invalsi. Ma, dico io, che bisogno abbiamo di ingrassare ancora? Piuttosto dobbiamo smagrire, distribuendo diversamente le risorse e sottraendoci dagli esiti peggiori della globalizzazione.

Quando parla di globalizzazione si riferisce all’economia o anche quello che, secondo alcuni, sarebbe un processo di omologazione delle menti?

A entrambe, senz’altro. Poiché sono collegate tra loro. L’omologazione delle menti è quella che fa più orrore, sembra di entrare nel Mondo Nuovo di Huxley dove trionfa il pensiero unico. Tant’è che siamo ancora qui a parlare di destra e sinistra senza accorgerci che sono la stessa cosa. E non da oggi, da sempre. Poiché entrambe sono figlie della Rivoluzione industriale. Capitalismo e comunismo, apparentemente avversari, in realtà funzionali l’uno all’altro, si sono sostenuti a vicenda come le arcate di un ponte. Ma ora il crollo del marxismo prelude a quello del capitalismo, non fosse altro che per eccesso di slancio. Su questi temi però si tace o li si mistifica. Anche le critiche apparentemente più radicali si fermano di fronte alla convinzione indistruttibile che, comunque, quello industriale, moderno, è “il migliore dei mondi possibile”. Ecco, io sono contrario a questa utopia bifronte dell’industrialismo e alla sua mistica del lavoro, identico feticcio per retoriche apparentemente opposte.

Il progetto europeista sembra incontrare un momento di difficoltà: a testimoniarlo sarebbe soprattutto il diffondersi del nazionalismo (o dell’etno-nazionalismo) in molti Stati europei, come in Ungheria, in Finlandia, in Olanda. Lei come giudica questo?

Lo giudico male. E’ chiaro che c’è un bisogno diffuso di identità ma si tratta di un nazionalismo antico, anacronistico, roba da otto-novecento. Invece dovrebbe realizzarsi l’idea dell’Europa delle piccole patrie. Un’Europa unita politicamente i cui terminali periferici non siano più gli stati nazionali ma comunità armoniche culturalmente, politicamente, climaticamente.

L’idea delle “piccole patrie” sembra però esclusiva. C’è il grande fenomeno dell’immigrazione cui far fronte, oggi più che mai…

Identità significa rispetto della propria come dell’altrui. La mediazione tra culture è possibile. Certo sarebbe meglio se ognuno potesse starse a casa sua. Ma finché si va a invadere altri mondi, come l’Africa ad esempio, non si può pensare di non doverne pagare il prezzo. E poi, se si ritiene  che il capitale debba andare dove è meglio remunerato, allora non si può negare agli uomini il diritto di andare dove il lavoro è meglio remunerato. A meno che non si dica che il denaro è più importante dell’uomo!

Altro aspetto della crisi dell’Europa comunitaria è l’economia. La crisi europea è la crisi di un modello politico che troppo ha confidato nelle banche e nella moneta?

L’Europa non è in crisi. Il modello, sbagliato, su cui è stata costruita è in crisi. Lo ripeto, si è fatta l’Europa partendo dall’economia anziché dalla politica. Per forza che è in crisi! E poi, non abbiamo bisogno di avere di più. Dobbiamo smagrire, lo ripeto. Quelli su cui si calcola la crisi sono parametri di benessere che non danno la felicità, unica cosa di cui l’uomo ha davvero bisogno. L’economia non deve essere al centro della vita dell’uomo, ne esserne il punto cardinale. L’economia prima della Rivoluzione industriale era inglobata nella società, non la dominava. Economia e tecnologia hanno tolto l’uomo dal centro della sua esistenza.

Oggi l’Unione Europea è indebolita da quello che viene definito deficit democratico: il Consiglio detiene il potere esecutivo e quello legislativo ma non è eletto dal popolo mentre il parlamento, eletto dal popolo, non ha nessun potere di controllo sull’esecutivo.  Quale può essere la via per “democratizzare” l’Unione? Forse il ritorno alle “piccole patrie”?

La democrazia esisteva quando non sapeva di essere tale, quando rispondeva alle necessità di una comunità ristretta. Quella era democrazia diretta, quando Rousseau ne parlava pensava a Ginevra… la democrazia rappresentativa è solo un modo sofisticato per truffare la gente. Churchill diceva che la democrazia è il peggior sistema a esclusione di tutti gli altri. Non è vero. La democrazia rappresentativa è una aristocrazia mascherata, un’oligarchia. Anche quelli che la sostengono, come Sartori, parlano in molti casi di “poliarchia”. Personalmente non sono in grado di dire cosa sarebbe meglio al posto della democrazia, dico solo che va superata, che è una fase storica e non è eterna né perfetta: certe dittature illuminate non hanno fatto più danni del berlusconismo.

L’Islam è sempre più indicato come un corpo estraneo all’Europa, oggetto delle retoriche dei partiti nazionalistici, eppure molti studiosi hanno evidenziato l’apporto della cultura islamica nella costruzione dell’Europa. Lei crede che tra le “radici” d’Europa ci siano anche qu
elle islamiche?

Il contenzioso aperto con il mondo islamico non è europeo, è americano. Le bombe della Nato hanno fatto 60mila morti civili, venti volte più delle vittime causate dal terrorismo. Certo che ci sono rapporti tra l’Occidente e l’Islam ma dipende anche di quale Islam parliamo: quello arabo? o quello periferico, ad esempio afghano? Lo stesso Occidente ha con il primo un rapporto di alleanza, per via del petrolio, mentre il secondo lo bombarda. E nessuno lo difende, il cri de douleur del Papa non si mai sollevato per le vittime afghane. Ci hanno detto che i talebani sono dei fondamentalisti perché hanno reintrodotto la shari’a ma pure in Arabia Saudita c’è la shari’a e nessuno si straccia le vesti. L’Islam afghano è forse più tradizionale, maggiormente legato al mondo contadino, più povero di quello arabo, ma questo non significa che sia legittimo bombardarlo né che sia “peggiore”.

La guerra del cosiddetto “occidente” al terrorismo sembra un modo per esportare il nostro modello di sviluppo. Trova legittima quest’operazione?

Ovviamente no. Ogni cultura ha una sua coerenza interna, pretendere di cambiarne una parte significa compromettere l’equilibrio complessivo. In Occidente si fa un gran parlare della dignità della donna nel mondo islamico affermando da più parti che il velo è un simbolo di coercizione del potere maschile dal quale la donna si deve liberare. Non si comprende che è solo un modo per scaldare gli animi più tiepidi, anche di sinistra, e portarli nel solco del contenzioso con l’Islam così che poi, quando si interviene militarmente, nessuno fiati: io sostengo il diritto di un popolo a svilupparsi come vuole, ma anche non svilupparsi affatto.

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6 commenti

  1. silviabiasutti

    Sono perfettamente d’accordo con Fini sulla critica ad un’economia avvelenata e fuori misura in Europa, forse se lasciassimo perdere l’idea di crescere a ritmi folli ne guadagneremmo tutti, in primis le famiglie.

  2. Pietro

    Direttamente dal blog di Fini http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/09/condannati-alla-crescita/103187/
    Io seguo Fini da diverso tempo. Il suo pensiero ha degli spunti notevoli come ha delle debolezze la sua messa in pratica.
    Sono stato uno dei primi abbonati alla sua rivista “La voce del ribelle” ma ho disdetto l’abbonamento. Diciamo che, mia opinione personale, apprezzo Fini ma non tutte le persone che gli stannon intorno. Quella rivista a tratti mi sembrava a volte l’organo dell’Uomo Qalunque e a volte la brutta copia di qualcosa già tentato (in modo più sofisticato) da Veneziani con L’Iatalia Settimanale (ma meno libero, infatti quando si è schierato per Cacciari alle comunali è arrivato Caprettini come direttore).
    Ora sono molto incuriosito dalla sua collaborazione con Giulietto Chiesa.
    Sta di fatto che Fini è una di quelle persone che pone problemi molto forti di ripensamento di sè alla sinistra italiana.
    Si riuscirà mai in italia a fare un serio discorso di analisi politica? Chi lo sa. Ma tra una cultura cattolica e una sinistra dogmatica siamo messi bene…
    A volte tremo pensando che forse in Italia di laico c’è solo il berlusconismo…

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