TURCHIA: Viaggio nella memoria della minoranza armena

Testo e foto di Giancarlo Casà*

Lo studio sui massacri subiti dalla minoranza armena alla fine del XIX secolo in Anatolia orientale, e l’analisi sul caso del vilâyet di Diyarbakir sono state le tematiche su cui si è concentrato, negli ultimi tre anni, il mio dottorato ricerca. Tuttavia vi sono elementi all’interno di questo argomento, che non è stato possibile comprendere esaustivamente soltanto attraverso i libri e i documenti d’archivio. Da qui la necessità e la volontà di avere un contatto diretto con l’Anatolia orientale al fine di avere un contatto diretto con i luoghi della memoria del popolo armeno vittima delle violenze di massa del 1894-1896.

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Nel luglio del 2015, dunque prima dell’avvento degli attentati dello Stato Islamico e degli scontri a fuoco tra il PKK e le forze di sicurezza turche, mi sono recato nella città di Diyarbakir motivato dalla volontà di scoprire i luoghi che alla fine del XIX secolo venivano descritti nelle lettere dei diplomatici e dei missionari residenti. Durante il soggiorno nella città ho avuto modo di visitare non solo le varie chiese armene e il vecchio quartiere cristiano, oggi abitato in maggioranza da Curdi, ma anche di cercare la posizione del consolato francese e la missione religiosa dei Cappuccini.

La chiesa armena ortodossa di Surp Giragos, oggi chiusa a causa degli scontri armati tra Curdi e Turchi, la chiesa armena cattolica di Surp Yosep, restaurata dallo Stato turco e oggi utilizzata come oratorio per i bambini di Diyarbakir, sono solo alcune delle tracce lasciate dal popolo armeno in questa città dai tanti volti e colori. Ad esempio la chiesa armena ortodossa di Surp Sarkis, oggi in rovina e una parte di essa abitata una famiglia povera che mi ha permesso di visitare l’interno dove un tempo venivano svolte le funzioni religiose e custodita la reliquia del “Santo Chiodo”.

Nel resto della provincia la città di Mardin tra le sue vie, le sue case e le boutique di souvenir per i turisti, vi sono ancora chiese simbolo della cristianità armena e siriaca. All’esterno di queste due città, centri nevralgici dell’economia della provincia, le tracce della minoranza armena sono molto più rare. La toponomastica imposta dalla Turchia dopo l’avvento della Repubblica, ha quasi totalmente cancellato i nomi di piccoli centri urbani come ad esempio Kizıltepe (collina rossa) un tempo chiamata Tell-Ermen (collina armena). La turchizzazione dei nomi è solo uno degli strumenti utilizzati per cancellare la memoria di luoghi dove gli Armeni ottomani vivevano convivendo con Curdi, Siri, Zaza, ecc.

In altre zone, come fuori dal paesino di Chinkoosh, nel territorio di Elazig, la grande voragine naturale che numerosi studiosi hanno identificato come una delle foibe dove furono fatti precipitare centinaia di armeni nel 1915, oggi è sovrastata da una grande scuola pubblica dove sventola la bandiera turca. Nell’antica città fortezza di Kharput invece, i resti del quartiere armeno vengono utilizzati come panchine e per le grigliate da giovani che molto probabilmente sconoscono la storia di quel luogo.

Non lontano da Kharput, nel piccolo villaggio dei Eski Palu, alle pendici della grande montagna che lo sovrasta, vi sono le rovine dell’antico monastero armeno Madre di Dio. Oggi utilizzato da pastori come riparo, al suo interno s’intravedono ancora due affreschi con figure angeliche circondate qua e là da murales in lingua turca. Anche a Mus, qualcosa degli Armeni resiste ancora alle intemperie e alle trasformazioni del tempo. Le mura di una chiesa, scoperte grazie all’aiuto di un Imam, rappresentano a Mus l’unica testimonianza della comunità armena che fino al XIX secolo l’abitava con migliaia di famiglie. Probabilmente, fra qualche anno i resti di questa chiesa saranno spazzati in quanto situati all’interno di un quartiere periferico oggi sottoposto a grandi trasformazioni urbanistiche.

Il viaggio ha anche previsto la visita della città di Bitlis, le rovine dell’antica Lidje dove vi sono i resti di un villaggio armeno e la zona montuosa di Sassoun dove nell’estate del 1894 vi fu il primo massacro di Armeni durante il regno di Abdülhami II.

I luoghi visitati durante questo viaggio in Anatolia orientale, nonostante le profonde trasformazioni subite, sono ancora ricchi di storia e di tracce del popolo armeno. La popolazione curda, che abita in maggioranza queste province, negli ultimi anni sta cercando di riportare alla luce e valorizzare la memoria storica del territorio senza escludere da questo quadro l’eredità lasciata dagli Armeni ottomani. Tutto ciò in un ottica anti-nazionalista turca mira a difendere non solo l’identità del popolo curdo, ma anche importanti tratti della storia e della memoria di quelle comunità armene con cui i Curdi, fino al 1915, hanno convissuto nella buona e nella cattiva sorte.

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Giancarlo Casà è un dottore di ricerca in Storia presso l’Università di Pavia, laureato in Scienze Politiche Internazionali (Pisa) e Studi Afro-Asiatici (Pavia). Nel 2012 ha conseguito il Master in Diplomacy presso l’ISPI di Milano. I suoi principali ambiti d’intesse sono le relazioni internazionali, le violenze di massa, le trasformazioni della memoria storica e la geopolitica.

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