GRECIA: A Idomeni arrivano le ruspe

Per mesi, Idomeni è stato un simbolo. Simbolo della chiusura europea, ad un confine, quello greco-macedone, che segna l’ultimo muro della rotta balcanica, ma anche grande esempio di umanità, solidarietà e mobilitazione.

Era da giorni che circolavano notizie, ufficiali e non, sullo sgombero di Idomeni. Ebbene, lo sgombero del campo profughi più grande d’Europa è iniziato, e curiosamente proprio nel giorno in cui a Istanbul si sta svolgendo il World Humanitarian Summit dell’ONU. Migliaia di migranti (circa 8000) che per mesi hanno sperato di proseguire il viaggio infernale alla volta dell’Europa verranno spostati verso i campi governativi militarizzati a nord della Grecia. Lì, in tempi non specificati verranno identificati e potranno fare richiesta d’asilo in Grecia o chiedere la ricollocazione in un altro stato.

Stando a quanto riportato da Melting Pot , già da lunedì 23 maggio gli ingressi al campo sarebbero stati limitati a poche ONG e giornalisti accreditati dal governo greco. Nella notte tra lunedì e martedì, i primi agenti in borghese avrebbero iniziato a far uscire gli esterni presenti nel campo, fino all’alba di martedì 24, quando sono arrivati centinaia di uomini tra polizia ed esercito, numerosi pullman, e un elicottero a sorvegliare la zona.

La gente è stata esortata “con le buone” a lasciare il campo. Le forze dell’ordine non hanno fatto ricorso alla violenza, i migranti non hanno opposto resistenza. Ma d’altra parte, hanno un’alternativa? Nessuno sa bene cosa succederà, ma tutti hanno ormai capito che Idomeni sta finendo: in poche ore, il campo è rimasto privo di medici e la distribuzione del cibo è stata bloccata. Sono stati mandati via i Bomberos, vigili del fuoco spagnoli che tenevano un ambulatorio medico indipendente; il Cultural Center, la scuola del campo creata dai volontari, è stata evacuata, e anche la postazione del “No Border Wifi” è stata smantellata in via preventiva.

E’ evidente che, al di là della stanchezza fisica e psicologica, non c’è più speranza per nessuno. Eppure qualche volontario è riuscito a rimanere nel campo per qualche ora in più al fine di documentare quello che evidentemente vuole essere tenuto nascosto, riscontrando la grande solidarietà “inversa” dei migranti, che li hanno accolti nelle proprie tende, aspettando il momento di andare.

Il dissenso non ha tardato a manifestarsi. Gli attivisti allontanati hanno organizzato delle proteste lungo la strada che porta ad Idomeni, non solo contro quella che viene definita “una delle più grandi deportazioni della storia d’Europa dopo decenni”, ma soprattutto contro le condizioni, contro la negazione del loro supporto, contro l’allontanamento della stampa. Nella giornata di mercoledì molti migranti si sono uniti al corteo e la polizia è intervenuta per cercare di liberare la strada. Degli scontri sono stati registrati in serata.

In un comunicato, Save the Children ha esortato le autorità greche a prendersi cura dei minori, che rappresentavano il 40% degli “ospiti” di Idomeni, e ha denunciato la mancanza di servizi per minori non accompagnati nelle strutture dove verranno trasferiti. La stessa preoccupazione è espressa da UNICEF: secondo Andrea Iacomini, portavoce Unicef Italia, “lo sgombero di Idomeni è inaccettabile.” E ancora “assistere a questo sgombero, attuato con le ruspe, per questi bimbi che già hanno un vissuto di tragedia è assurdo: non è questo il modo in cui l’Europa può trattarli.

E dai campi militarizzati arrivano già le prime testimonianze, grazie alla rete di contatti che si è creata tra volontari e migranti. Attraverso Tommaso Gandini della staffetta #overthefortress, scopriamo che i migranti vengono divisi per nazionalità in una quindicina di strutture, che a quanto pare hanno una capacità massima di 5000 persone.

Antonio Nicolini di Hopeful Giving è riuscito invece ad entrare per poche ore in un campo governativo di Salonicco: “tre hangar polverosi dove l’aria è irrespirabile, con poca luce e 18 bagni per 600 persone. L’acqua potabile viene fornita solo in bottiglie. Il pavimento è pieno di polvere e fango. E la gente vuole scappare.”

Nessuno sta spiegando cosa succederà. Infatti, quello che accomuna tutte le testimonianze in questa situazione è proprio l’incertezza. Dove saranno mandati? In quali condizioni vivranno? Ma soprattutto, verranno rimandati a casa?

Ed ecco che Idomeni, luogo simbolico per eccellenza, ha prodotto un’altra immagine: i migranti, scortati dalla polizia, preparano le valigie e salgono sui pullman, mentre alle loro spalle le ruspe buttano giù quel che rimane di quella che, dopo guerra e viaggio, era faticosamente ritornata ad essere “casa”. E’ l’ennesima immagine dell’Unione Europea che ancora una volta fugge, e reprime proprio lì dove l’Europa dell’accoglienza ha provato per mesi a ricordarci di restare umani.

Foto: CalabriaXidomeni/Facebook

Chi è Francesca Barbino

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Nata in Calabria nel 1993, vive a Forli’ dove frequenta il MIREES, Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe. Da Maggio 2016 collabora con East Journal, per il quale si occupa principalmente di Caucaso. Parla fluentemente inglese e francese, ha delle basi di russo, e sta imparando il serbo-croato. Gli articoli di analisi scritti per East Journal sono co-pubblicati anche da PECOB, Università di Bologna.

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