terrorismo

KOSOVO: Il paese non è una base per terroristi islamici

di Daniel Serwer

L’articolo sulla prima pagina del New York Times [ripreso in Italia da La Stampa e altri, ndr] sulla radicalizzazione in Kosovo è l’incubo di ogni diplomatico: una storia ben scritta e di primo piano, con solidi fatti che contraddicono ciò che il suo governo vuole che gli americani credano. Ma ci sono altri due terzi della storia che hanno ricevuto ben poca attenzione:

  • il governo del Kosovo ha già reagito con forza e in modo efficace alle incursioni degli estremisti islamisti, e
  •  gli albanesi del Kosovo, così come il loro governo, rimangono in maniera schiacciante e con grande entusiasmo filo-americani e filo-europei.

L’articolo sarebbe stato un fervido appello all’azione, tre o quattro anni fa. Ma oggi è in gran parte una notizia vecchia. La storia raccontata da Carlotta Gall di livelli relativamente alti di reclutamento estremista e di finanziamenti dall’Arabia Saudita è già stata ampiamente documentata. I kosovari stessi hanno versato un sacco di inchiostro in materia, in particolare sulla connessione saudita che è uno dei punti principali e meglio narrati di Gall. Come viene scritto, “in termini di numero di combattenti stranieri pro capite tra loro popolazione musulmana, il Kosovo è nella parte inferiore della lista dei paesi, classificato 14° tra i 22 paesi con il maggior numero di combattenti stranieri pro capite delle rispettive popolazioni musulmane”. Il governo del Kosovo sostiene che non ci sono stati ulteriori reclutamenti da parte dello Stato Islamico in Kosovo nel 2016. A mia conoscenza, nessuno nega tale affermazione.

Il reclutamento globale dell’ISIS è complessivamente in declino, a causa delle sue perdite territoriali e di combattenti armati nel corso dell’ultimo anno. Inoltre, Pristina ha condotto una repressione giuridica, descritta dal direttore di polizia all’inizio di questo mese a Bruxelles. Essa comprende 110 arresti, 67 rinvii a giudizio e 26 condanne finora. Questa non è una cosa facile da fare per un giovane paese, non ancora membro dell’Interpol e con un sacco di altri problemi. Ma si è sempre fatto. Il governo ha inoltre predisposto una strategia 2015/2020 per contrastare l’estremismo violento che comprende l’identificazione precoce, la prevenzione, l’intervento e de-radicalizzazione e il reinserimento.

Il clima politico generale è propizio a mettere fine ai reclutamenti dell’ISIS: i kosovari restano molto pro-NATO e filo-europeo, con oltre il 90% dei cittadini a sostegno della Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea. Nonostante la polarizzazione politica interna che ha portato a manifestazioni di piazza volte a contestare il dialogo di Pristina con Belgrado, i dissidenti dal percorso di integrazione euroatlantica che il Kosovo ha scelto sono pochi e distanti tra loro.

Gli americani sono rapidi in questi tempi a vedere minacce, in particolare da popolazioni musulmane. Il Kosovo, tuttavia, è uno stato costituzionalmente laico la cui popolazione a maggioranza musulmana è filo-occidentale quanto ogni altra sulla terra. L’Alleanza ha salvato gli albanesi del Kosovo dal tentativo della Serbia di espellerli nel 1999, ha protetto il paese da allora e sta aiutandolo a costruire le sue forze di sicurezza. L’Unione europea è stata generosa e disponibile, fornendo la maggior parte delle truppe NATO schierate in Kosovo e gran parte degli aiuti internazionali. Non è sorprendente che la maggior parte dei kosovari veda Washington e Bruxelles come amici e protettori, non nemici.

Naturalmente ci sono alcuni individui che la pensano in modo diverso. Senza essere stato provocato, un kosovaro ha ucciso due aviatori americani cinque anni fa a Francoforte. Altri incidenti possono accadere. Quello che dobbiamo fare per assicurare che siano pochi e distanti è di continuare a contribuire a garantire il successo della democrazia e dell’economia del Kosovo, così come il rispetto dello stato di diritto. Nonostante l’articolo in prima pagina sul New York Times, il Kosovo è una delle ultime cose di cui gli americani dovrebbero preoccuparsi.

Daniel Serwer è professore alla Johns Hopkins University

Commento pubblicato in lingua inglese su peacefare.net il 23 maggio 2016

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