GRECIA: Il presepe nel 2016. Una foto per ricordarci che apparteniamo tutti alla stessa razza umana

Una foto. Come spesso accade, una foto è più forte e più potente di qualsiasi parola, frase, discorso detto.

E’ questa, infatti, che ha scosso ancora una volta tutto il mondo. Non i numeri (16mila persone bloccate nella sola Idomeni), non le storie dei sopravvissuti (“Hanno cominciato a uccidere le persone come fossero animali”, “Sono diventato vecchio prima di invecchiare”), ma una foto tragica, che sembra riproporre quel presepe che tutti difendono ma pochi sanno riconoscere: una donna che lava il suo neonato nella tendopoli di Idomeni, un uomo che l’aiuta, due bambini dietro che – forse abituati alla scena – continuano a giocare, il tutto baciato da un raggio di sole, quasi volesse asciugare le lacrime e la sofferenza giornaliera di chi, da mesi, non vede l’ora solo di ricominciare a vivere.

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Perché la situazione è veramente tragica a Idomeni, come vi avevamo già raccontato un paio di settimane fa (quando le persone bloccate erano “solo” 5mila e non 15mila, sempre a fronte di una capienza massima di 1200).

Ma non sembra trovarsi una soluzione. Qualche giorno fa, il premier italiano Matteo Renzi ha bacchettato i colleghi europei per i continui e inconcludenti colloqui che vengono messi in piedi per trovare una soluzione condivisa e credibile. Ma l’unica risposta che ha ricevuto è stato un invito a un prossimo meeting per affrontare i problemi sollevati, mentre il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk – nel corso di una conferenza stampa con Alexis Tsipras – pensava che la soluzione a tutti i problemi fosse semplicemente invitare i profughi a non venire in Europa.

Intanto le persone continuano ad arrivare e la situazione si fa sempre più insostenibile. Ad aggravare le cose, ci si mettono poi elezioni che premiano chi si mette “più a destra della destra”, come avvenuto qualche giorno fa in Germania. L’unica speranza è, tragicamente,racchiusa in questa foto, che ci ricorda che, nonostante tutto – nonostante le cravatte, le mani strette di fronte alle telecamere, le auto eleganti che percorrono da mesi la stessa strada verso un ennesimo vertice -, la vita non s’arresta e continua anche di fronte al disastro. E chissà, magari un giorno Bayane – questo il nome del bambino – potrà studiare e crescere in Europa, in un’Europa possibilmente un po’ più umana, maturata anche grazie alla tenacia e alla caparbietà di sua madre, che quel giorno non si arrese di fronte a qualche filo spinato, ma lo abbatté con il suo esempio.

Chi è Flavio Boffi

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27 anni, dottorando in Studi Politici a La Sapienza, laureato in Relazioni Internazionali all'Università degli Studi Roma Tre. Collaboro con East Journal da giugno 2014, dopo aver già scritto per The Post Internazionale e Limes.

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