Bin Laden è morto, viva Bin Laden

Bin Laden è morto, l’abbiamo letto tutti. I dubbi sono molti, certo, ma bisogna che ci accordiamo su cosa stiamo parlando. Chi (o cosa) è Bin Laden? un uomo morto dentro una fotografia? un leader militare a capo di una rete terroristica che persegue fini politici? Un simbolo, uno spauracchio, un’invenzione giornalistica? Forse è tutto questo, ma quale Bin Laden è morto?

Posto che, senza falsi moralismi, esultare nelle piazze per la morte di una persona è triviale, quei festeggiamenti testimoniano come Bin Laden non sia mai stato percepito come persona, come un leader politico pur avversato, benché eminentemente politica sia la missione qaedista: creare teocrazie a base islamica, così ci dicevano dal Pentagono. E teocrazie già ce ne sono, Iran e Israele in testa, non una grossa novità dunque. Lo “sceicco del terrore” però non è mai stato “raccontato” come un leader politico. Bin Laden è un simbolo del male, espressione del manicheismo “occidentale”. Un male assoluto, indiscusso, Bin Laden è il Mr.Hide della coscienza “occidentale”. Isolare il male, porlo fuori di noi, combatterlo. Bin Laden è stato una grande consolazione, un meccanismo di coesione sociale. A essere morto è quindi il principe del male, il dio è caduto, il simbolo è infranto.

E adesso quale simbolo* lo sostituirà? dietro chi o cosa si creeranno il consenso e la coesione necessari a guerre transnazionali? Ci hanno detto che Bin Laden finanziava e guidava una rete terroristica, questa rete si esaurisce con lui? Morto un Bin Laden se ne farà un altro, se servirà agli interessi atlantici. Ma ragioniamo sul Bin Laden simbolo: dietro di lui, metaforicamente, c’era tutto il terrore islamista. La sua faccia, i suoi video, erano l’icona del male. La distruzione del simbolo è anche la distruzione dell’oggetto che esso rappresenta. Quindi la guerra con il terrorismo è finita, è vinta. E’ quindi giusto esultare nelle piazze. Se così fosse, però, la temuta Al-Qaeda sarebbe stato solo uno sparuto gruppo di fondamentalisti barbuti che si nascondono sulle montagne dell’Afghanistan e che scompaiono con la morte del loro capo.

Se invece, come ci hanno detto, Osama è ricchissimo e potentissimo e la sua rete è capillare, allora ucciderlo non significa aver vinto la guerra contro il terrore. Ci saranno altri capi e il terrorismo potrà colpire anche senza di lui. Allora perché esultare. Morto un Bin Laden se ne fa un altro, anche da parte islamista.

Eppure, con la morte dello sceicco, la guerra sembra davvero finita. La guerra fiction, la guerra contro il male, utile a celare interessi economici (la costruzione di oleodotti e gasdotti in Afghanistan da parte di compagnie “occidentali” ne è un esempio) è finita. E’ ora di chiudere il sipario, di cominciare a smobilitare, quel che si è potuto razziare si è razziato. Come Roma antica, Washington ha combattuto la sua guerra contro i Parti, senza vincerla e senza perderla. Soldi se ne sono fatti, ora i costi non devono superare i benefici. Ucciso Bin Laden non vedremo più i suoi video messaggi debitamente ripresi dalle televisioni ‘dipendenti’. Dipendenti non tanto dal potere politico, quanto dalla fiction, dalla narrazione, dal racconto della realtà che non corrisponde alla realtà stessa ma a una sua rappresentazione. Una narrazione che si autoalimenta, tipico fenomeno mediatico. Una narrazione che è anche propaganda politica, come ai tempi in cui i cinegiornali americani disegnavano con grottesca superficialità il nemico sovietico o quello nazista. Oggi sappiamo che quella era una narrazione per un popolo bambino, che aveva bisogno di riconoscere il bene e il male e di separarli. Hitler e Stalin furono ciò che è stato Bin Laden: uno spauracchio per bambini.

Attenzione, qui nessuno nega gli attentati compiuti dal terrorismo islamico  ma è possibile che parte di quelli rivendicati da Al Qaeda siano stati condotti da gruppi autonomi che hanno in Al Qaeda una auctoritas di riferimento. Anche questo attiene all’universo simbolico e alla narrazione finzionale della realtà. Un po’ come quelle popolazioni delle steppe che, per spaventare il nemico, si autonominavano “unni” anche se gli unni erano scomparsi da secoli. E Al Qaeda è Bin Laden. Senza di lui si rompe il giocattolo.

Le domande che già rimbalzano sulla rete, gli editoriali e le analisi dei grandi giornali, le foto artefatte (palesemente artefatte!) continuano invece a giocare con lo stesso balocco. Alimentare la fiction, attingere a quel potere simbolico che anche la morte del nemico mantiene, proseguire con la narrazione. Una narrazione di cui recentemente si sono impossessati altri attori, come Gheddafi e Assad, che agitano lo spauracchio Bin Laden e il pericolo integralista per rimanere al loro posto contrattando una qualche credibilità con l'”occidente”. Forse anche per questo Bin Laden è morto.

A chi si chiede perché gli Stati uniti non abbiano arrestato Bin Laden, facendolo processare da un tribunale internazionale, si può rispondere che il male non si processa, il male si distrugge. L’equilibrio originale, perduto a causa della venuta del nemico esterno, è così ristabilito. La frattura, simboleggiata dal crollo delle torri, è ricomposta. La favola si può chiudere.

Altri bambini già aspettano una nuova Storia.

Simbolo deriva dal greco ‘súmbolon’ col significato di “mettere insieme”, “unire” due parti distinte. Il simbolo è quindi rappresentazione dell’unità, del consenso. In questa accezione lo si usa qui, e non (come diceva Hobbes) in luogo di “segno convenzionale”.

Chi è Matteo Zola

Matteo Zola
Giornalista professionista, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso, EastWest, il Giornale e il Dolomiti. E' stato redattore a Narcomafie, mensile su mafia e crimine organizzato internazionale. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015. Ha un master in Giornalismo, e una laurea magistrale in Lettere.

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9 commenti

  1. Gran bell’articolo Matteo! “Uno spauracchio per bambini” lo inserirsco subito nel mio repertorio.. Da notare che è la prima volta nella storia che un criminale internazionale viene freddato in un’attentato militare anzichè essere catturato per un processo futuro (chissà poi perchè…), e poi gettato in mare.

  2. Dany

    Bell’articolo.
    Simbolo lo era di sicuro, di una guerra al terrorismo “inventata” dagli Stati Uniti che, alla fine della guerra fredda, cercavano un nemico definito e non avevano ancora imparato a muoversi nel cd mondo unipolare. Troppo potenti, troppo soli.
    Per questo mi chiedo che ne sarà ora. La CIA mette in guardia dalla vendetta di Al Qaeda. E se fosse stato un modo per ridare credibilità al proprio nemico, privato del proprio capo ma in grado di proporne un altro? Si sa, del resto, che Bin Laden era il leader politico, ma non la mente fredda e organizzatrice.
    Oppure gli Stati Uniti hanno imparato – in questi vent’anni dalla fine della guerra fredda – a muoversi in un rapporto di forze completamente nuovo rispetto ai precedenti multipolari e bipolari? Una nuova politica internazionale, oppure no?
    O ancora, semplicemente, un nuovo nemico, che incarni il male come Hitler, l’Urss, dopo gli stati canaglia e il terrorismo?

  3. Condivido pienamente
    ottimo articolo!
    finalmente una degna riflessione dopo tante parole spese inutilmente .
    Grazie

  4. Ottimo! finalmente una riflessione seria dopo tante parole inutili
    bell’articolo complimenti !

  5. bellissimo articolo.
    complimenti.
    siamo davvero in attesa dei nuovi nemici che ci proporranno…..

  6. Condivido e apprezzo molto l’articolo,
    quei festeggiamenti testimoniano davvero quanto poco sia considerato
    l’uomo,Bin Laden sarà anche stato un terrorista ,ma andava processato,
    non condivido i crimini e tanto meno quello degli americani che fan così poco per evitarli,ma si sà il teatro di guerra porta alle stelle…
    Grazie e complimenti

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