Italiani d’Albania, una storia dimenticata raccontata da William Bonapace

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William Bonapace
Italiani d’Albania. Breve storia di una grande rimozione: italiane e italiani dimenticati nel Paese delle Aquile
Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria 2015

Alla fine della seconda guerra mondiale le frontiere dell’Albania, nel giro di poco tempo, si chiusero ermeticamente al proprio interno, trattenendo anche numerosi cittadini italiani, giunti nel Paese delle Aquile per motivi e in tempi diversi. Una storia in larga parte dimenticata o volutamente nascosta da parte italiana per celare il passato fascista e la rovinosa ritirata dopo l’8 settembre 1943, per non inficiare i rapporti internazionali del nuovo ordine geopolitico postbellico, ma anche per semplice quanto banale inerzia amministrativa e politica.

Furono i barconi dei primi anni novanta, carichi di cittadini albanesi diretti verso il mito dell’Italia prospera e libera, in cerca della loro personale America, o Lamerica come il titolo del film di Gianni Amelio, a riportare nella patria perduta alcuni di quegli italiani. A partire da quel periodo iniziarono a trapelare storie di isolamento, anni di carcere politico duro, maltrattamenti, esclusione sociale e culturale. Una storia lunga e articolata, che si innesca a partire dalle velleità imperialiste del fascismo.

Tutto ebbe inizio negli anni venti, quando l’Italia decise di investire nel piccolo stato balcanico, indipendente dall’Impero ottomano dal 1912. Denaro, lavori pubblici, costruzioni di infrastrutture portarono molti cittadini italiani in Albania. I primi erano stati pescatori pugliesi, giunti appena dopo la prima guerra mondiale, cui Mussolini ne farà seguire numerosi altri, insieme a imprenditori, forze dell’ordine, professionisti con le proprie famiglie, che nel 1941 arriveranno ad essere circa  51.000.

La progressiva infiltrazione italiana in Albania culminò il 7 aprile 1939 con l’invasione del paese e l’inaugurazione di un processo di italianizzazione e colonizzazione, destinato ad essere di breve durata. Il 28 ottobre 1940 dal confine albanese prese avvio quella che avrebbe dovuto essere la rapida e fruttuosa campagna di Grecia. I 140.000 soldati schierati al fronte, in realtà poco attrezzati per le asperità del territorio ellenico, in breve tempo trasformarono in disastro la loro impresa, lasciando alla Germania il completamento dell’occupazione nell’aprile 1941. Ma non fu questa sconfitta né le ingenti perdite tre le file degli italiani a determinare la vera tragedia, quella sarebbe arrivata con l’armistizio del 1943. Diventati improvvisamente nemici, gli italiani si trovarono tra due fuochi: quello dei tedeschi e quello degli ex sottoposti, gli albanesi, che nel frattempo si erano in larga parte organizzati nel Movimento di liberazione nazionale, di cui faceva parte il Partito comunista di Enver Hoxha, e il Fronte nazionale. Gli italiani che si unirono alla Resistenza furono i pochi a salvare anima e pelle dalle violenze diffuse, che per molti versi ricordano le repressioni titine contro gli italiani di Istria e Dalmazia. Ricondotti in maniera spesso acritica sotto l’etichetta di fascisti, gli italiani si ritrovarono perlopiù in trappola. A differenza di Tito, però, che oltre alla repressione violenta, scelse la linea dell’espulsione attraverso la spinta all’esodo degli italiani, Hoxha, al termine della guerra, chiuse i propri confini.

Tra il 1945 e il 1950 si giocò la sorte degli italiani di Albania attraverso declinazioni differenti. I militari che avevano partecipato alla Resistenza, interessante a tal proposito la vicenda della Brigata Gramsci, poterono tornare a casa con l’onore delle armi; gli altri militari, coloro che sfuggirono alle retate tedesche nascondendosi per cadere poi prigionieri degli albanesi, poterono rientrare anch’essi, ma senza armi e con grandi difficoltà. I civili, invece, per la gran parte furono bloccati e subirono i trattamenti peggiori. In particolare i funzionari dello Stato, i Carabinieri e le forze dell’ordine, per la loro contiguità evidente con il regime fascista, subirono processi farsa, pene molto dure e talvolta persino la condanna a morte. I semplici lavoratori rimasero per lunghi anni in un regime di semi-libertà, neppure le mogli e i mariti di cittadini albanesi ebbero la possibilità di rientrare in Italia, scontando così un esilio forzato, privati di ogni diritto relativo alla loro cittadinanza italiana.

Di queste vicende dimenticate e ancora grandemente sconosciute ne scrive per la prima volta William Bonapace, ricercatore, storico e docente, che ha condotto ricerche d’archivio, ha ascoltato testimoni dell’epoca, ha viaggiato nei luoghi di cui narra. Al di là della rigorosa ricostruzione storica, ha saputo far emergere con sapienza e delicatezza drammi personali e familiari, stupore e sofferenza per destini non scelti, ma subiti senza possibilità di scampo.

 

 

 

 

 

 

Chi è Donatella Sasso

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laureata in Filosofia con indirizzo storico presso l’Università di Torino. Dal 2007 svolge attività di ricerca e coordinamento culturale presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Iscritta dal 2011 all’ordine dei giornalisti. Nel 2014, insieme a Krystyna Jaworska, ha curato la mostra Solidarność nei documenti della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. Alcune fra le sue ultime pubblicazioni sono La guerra in Bosnia in P. Barberis (a cura di), Il filo di Arianna (Mercurio 2009); Milena, la terribile ragazza di Praga (Effatà 2014); A fianco di Solidarność. L’attività di sostegno al sindacato polacco nel Nord Italia (1981-1989), «Quaderni della Fondazione Romana Marchesa J.S. Umiastowska», vol. XII, 2014.

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