I ponti della Bosnia-Erzegovina

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di Marta Vidal (traduzione Gianluca Samà)

“Di tutte le cose create e erette dall’umanità, nella mia mente nulla è meglio e più apprezzabile dei ponti. Essi sono più importanti delle case, più sacri e più universali dei templi. Essi appartengono a tutti e trattano tutti in egual misura, in un luogo dove la maggior parte delle necessità umane si intrecciano.” – Ivo Andrić

La Bosnia è il Paese dei ponti: Sarajevo è famosa per i suoi 13 ponti, tra questi il celebre Ponte Latino dove l’Arciduca Francesco Ferdinando fu assassinato, in un evento che dato il via alla Prima Guerra Mondiale. Il ponte di Mostar è sulla copertina di quasi tutte le guide turistiche riguardanti la Bosnia, e le foto della sua distruzione durante la guerra ancora perseguitano il Paese. In molti piansero per il ponte come per un amico deceduto o un parente. Il libro “Il Ponte sulla Drina” del premio Nobel Ivo Andrić è un’elegia per il ponte ottomano di Višegrad, il quale connette le persone che vivono lì.
Ma i ponti hanno anche un importante significato simbolico. Un proverbio sostiene che i popoli combattono e si sentono sole perché costruiscono troppi muri e troppi pochi ponti. Essendo un elemento di connessione, il ponte è un bel simbolo di confronto e riconciliazione interculturale, importante soprattutto in un Paese ancora diviso e ferito dal recente conflitto.
Ma i ponti simboleggiano anche il movimento, la comunicazione e lo sviluppo. Essi possono connettere i popoli e permettere la reciproca conoscenza permettendo loro di raggiungere “l’altra parte”. Durante il mio soggiorno in Bosnia ho scoperto i suoi ponti e le persone che li hanno attraversati. Queste sono le loro storie.

Brisko Corda – Il ponte vecchio di Mostar

DSC_1536Il ponte a Mostar è una ricostruzione di un ponte ottomano del sedicesimo secolo che fu distrutto il 9 novembre 1993 durante la guerra. Mostar fu chiamata così dai custodi del ponte (mostari), e il vecchio ponte, che rimase in piedi per più di 400 anni sul fiume Neretva, è stato un importante simbolo della città. È stato un punto di ritrovo dove avveniva la famosa gara annuale di tuffi.
Brisko è nato a Mostar ed è vissuto nella città tutta la sua vita. È stata l’ultima persona ad attraversare il ponte prima che venisse distrutto durante la guerra.
“Il giorno che ho attraversato il ponte per l’ultima volta la mia famiglia era divisa ai due lati del fiume. Avremmo potuto vederci se avessimo attraversato il ponte,” racconta Brisko. In quel giorno uno dei due lati della città era privo d’acqua, quindi fu costretto a recarsi al fiume. “Stavo attraversando il ponte per portare l’acqua alla mia famiglia. Quando stavo per tornare, il ponte fu bombardato,” racconta Brisko.
L’8 novembre il ponte fu bombardato per tutto il giorno finché non collassò colpito da tre granate proprio mentre Brisko lo stava attraversando.
“Non riesco a credere come sia riuscito a vivere una cosa del genere e sopravvivere. Mi chiedo cosa abbia fatto per Dio affinché mi salvasse.” Brisko ricorda che pensò che sarebbe morto sul ponte e precipitato nelle acque della Neretva insieme ad a esso. Corse più veloce che poté, e appena raggiunse la fine del ponte era ricoperto da povere bianca. “Non avevo un graffio, sembravo soltanto un mugnaio”, ride.

DSC_1527Ma sente come se una parte di sé fosse crollata assieme al ponte. “Non solo una parte di me, ma di tutte le persone che sono naste a Mostar e che sentono il ponte come una parte delle loro vite.” dice Brisko. La gente di tutto i mondo è stata in lutto per il ponte, accogliendo la notizia della sua distruzione con dolore.
“Noi ci aspettiamo che la gente muoia, ma il ponte, in tutta la sua grzia e bellezza, è stato costruito per vivere più a lungo di noi; era un tentativo di raggiungere l’eternità. Trascende i nostri singoli destini. Una donna morta è una di noi – ma il ponte è uno di noi per sempre,” scrive Slavenka Drakulić, una giornalista e scrittrice croata, a proposito della distruzione del ponte di Mostar.
I lavori per la ricostruzione sono iniziati nel 1997 con il supporto dell’UNESCO, e il ponte è stato eretto nuovamente usando le stesse tecniche della costruzione originaria. Croati e Musulmani hanno lavorato congiuntamente per ricostruirlo. La cerimonia inaugurale è stata tenuta nel luglio del 2004. “Quando ho attraversato il nuovo ponte per la prima volta sentivo le gambe pesanti,” afferma Brisko. “È stata un’emozione indescrivibile”

DSC_1514Oggigiorno il turismo gioca un ruolo importante nella città, così come il ponte attrae un gran numero di visitatori. Esso rimane il simbolo più importante della città, e la sua ricostruzione uno speranzoso segnale di riconciliazione.

Elvin Rezepovic – Ponte di Olga e Suada a Sarajevo

DSC_1362Rinominato in onore delle prime vittime dell’assedio di Sarajevo, Olga Sučić e Suada Dilberović, il ponte di Olga e Suada fu costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il 5 aprile del 1992 a Sarajevo ci fu una manifestazione pacifica. Mentre i partecipanti marciavano per la pace, i cecchini spararono sui civili aprendo il fuoco sulla folla.
“Il 5 aprile è il giorno del mio compleanno, e lo stesso giorno in cui Olga e Suada furono uccise sul ponte. È un giorno veramente triste per me,” dice Elvin Reezepovic, il quale stava prendendo parte alla manifestazione per la pace quel giorno. “Ricordo di aver visto Suada cadere di fronte a me. È stato solo un caso trovarci sul ponte nello stesso momento; non la conoscevo,” continua Elvin.

DSC_1334Suada era una studentessa di medicina all’Università di Sarajevo. Era al suo sesto anno di studi quando la guerra iniziò. Elvin si trovava vicino a Suada quando fu colpita, e quando la vide esanime sulla strada iniziò a piangere, poiché le persone stavano morendo davanti a lui. Altre sei persone morirono quel giorno. “La abbiamo portata in macchina all’ospedale di Kosevo; volevo donare il sangue per salvarla, ma sfortunatamente non ce la fece. Ho ancora nella testa la terribile immagine del suo corpo trasportato sulla barella lungo l’ospedale.”
A causa dei brutti ricordi, alcune volte Elvin spera che il ponte non esista. “Quando lo attraverso mi guardo intorno e vedo le facce di coloro che sono morti,” racconta. Ma ancora ama il ponte. “Essi collegano popoli, città, Paesi. Le storie migliori riguardano i ponti”.

DSC_1361Un’altra storia lega Elvin a un altro ponte: il 9 novembre del 1993, pochi minuti dopo che il ponte di Mostar fu distrutto, lui venne ferito gravemente a Sarajevo. “Quel giorno per me rappresenta la rinascita. Ero stato dichiarato clinicamente morto dai dottori. Ero gravissimo, ma sono riuscito a sopravvivere.”
Elvin rimase ferito mentre combatteva per difendere Sarajevo, e ogni anno quel giorno lui si reca a Mostar per visitare il ponte. “Penso che il ponte sia quasi un’entità vivente. Poggio le mie mani su di esso e dico «Sei caduto, così come sono caduto io. Ti hanno rimesso in piedi, così come è successo a me»

Bojan Kanlić – Ponte Festina Lente

DSC_1297Il ponte pedonale Festina Lente è stato costruito nel 2012 di fronte l’Accademia di Belle Arti di Sarajevo. È diventato un’icona della città per il suo design originale e moderno. Nel 2007 fu indetto un concorso per la realizzazione del ponte di fronte l’Accademia. Il progetto vincente fu disegnato da un gruppo di studenti dell’Accademia stessa.
Bojan Kanlić ha studiato all’Accademia di Belle Arti ed era al suo secondo anno quando il progetto che aveva creato con altri due suoi colleghi, Amila Hrustić e Adnan Alagić, fu selezionato dalla giuria. “Penso che abbiamo vinto il concorso perché non pensavamo avremmo vinto,” dice Bojan. “Ci ha dato la possibilità di creare qualcosa di straordinario e totalmente nuovo.”
Il suo progetto di un anello in alluminio e acciaio che sfida la gravità ha vinto il concorso, ma Bojan e i suoi colleghi hanno dovuto attendere per cinque anni prima di iniziare a costruirlo proprio in virtù dello strano design del ponte.
All’inizio le persone si scagliarono contro il ponte; pensavano che fosse troppo moderno e brutto” dice Bojan. Ma lui è convinto che “le novità devono essere brutte perché sono diverse.” Attualmente lavora come insegnate nell’Accademia, e ogni giorno vede persone sedute sulle panchine intente a scattare foto. “Penso che la nostra idea abbia funzionato, e il ponte in qualche modo è diventato un simbolo della città.”

DSC_1339L’Accademia è collocata in una ex chiesa evangelica, pertanto Bojan e i suoi colleghi hanno voluto unire il sacro con il profano. L’idea di creare un anello è venua fuori come metafora dell’arte. “L’arte è vista da molte persone come qualcosa di completamente fuori dalla realtà. Ma l’arte è qualcosa che ti dà una differente prospettiva sul mondo.” Pertanto il progetto riguardava la creazione di un portale, “una connessione tra il mondo dell’arte e il mondo di tutti i giorni” spiega Bojan.
Festina Lente, che in latino significa “affrettarsi lentamente”, è secondo Bojan un simbolo della città. “È complementare alla mentalità della gente che vive qui. Il tempo viene vissuto in maniera diversa, e quando le persone sono lente esse pensano velocemente,” racconta Bojan. L’idea era di rendere l’attraversata del ponte un’esperienza. “Certamente se lo attraversi troppo velocemente non riuscirai a godere dei dettagli dell’architettura o della bellezza dell’Accademia.”

DSC_1230Bojan crede che Sarajevo sia caratterizzata dai suoi ponti, e per ognuno di essi ha una storia. Si sente onorato di aver costruito un ponte nella sua città natale. “I ponti sono veramente importanti qui, anche se abbiamo un fiume modesto. Durante la guerra la città fu separata dal fiume, e questi ponti sono ponti sono contemporaneamente il simbolo di una separazione e di una successiva connessione. Sono pieni di significato.”

Boris Gojkovic – Ponte Mehmed Paša Sokolović a Višegrad

DSC_1037Il ponte Mehmed Paša Sokolović di Višegrad è uno dei ponti più importanti di Bosnia. Ne Il ponte sulla Drina, il romanzo più famoso di Ivo Andrić, il Premio Nobel rappresenta la vita a Višegrad attraverso i secoli e le storie di coloro le cui vite hanno ruotato attorno al famoso ponte, costruito nel sedicesimo secolo dall’Impero Ottomano.
“Quand’ero più giovane lo vedevo come un semplice ponte, ma ora capisco quanto avere monumenti del genere nella nostra città sia una vera fortuna. Grazie al ponte ho realizzato quanto questa piccola città sia bella e importante,” dice Boris, che è nato a Višegrad e ha vissuto là tutta la sua vita.
“Questo ponte è stato qui per 400 anni, ed è un simbolo tangibile della durevolezza nel tempo,” racconta.
Ma il ponte è diventato anche un simbolo di morte. Nel famoso romanzo di Ivo Andrić, il ponte è un silenzioso testimone delle atrocità commesse durante gli Imperi Ottomano e Austro-Ungarico. Durante la guerra degli anni ’90 il ponte è stato scelto come luogo per svariate esecuzione pubbliche ai danni dei Musulmani, come parte del piano di pulizia etnica. Secondo l’ICTY [Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia ndt], Višegrad fu soggetta di “una delle più estese e spietate azioni di pulizia etnica.”
Nel 1992 il ponte era il luogo più sanguinoso di Višegrad, dove uomini, donne e bambini furono fucilati e gettati nelle acque della Drina. Visibile da quasi ogni angolo della città, le esecuzioni effettuate sul ponte erano da intendersi pubbliche.

DSC_1005Il numero delle persone assassinate sul ponte fu talmente alto che alla fine del 1992 un ispettore di polizia di Višegrad ricevette un reclamo dai gestori dell’impianto idro-elettrico posto lungo il confine serbo. “Chiunque sia responsabile, potrebbe gentilmente diminuire il flusso di cadaveri lungo la Drina? Stanno ostruendo le condutture della diga,” riportava Ed Vulliamy, un giornalista del quotidiano britannico The Guardian.
Il romanzo di Ivo Andrić era un’elegia nei confronti del ponte ottomano, e del modo in cui connetteva popoli di diverse etnie, religioni e culture che vivevano attorno ad esso. Ma il ponte non sarà più un simbolo di questi legami, fintantoché i ricordi delle atrocità ivi commesse durante la guerra infesteranno ancora Višegrad.

Enver Hadžiomerspahić – Ponte Ars Aevi a Sarajevo

DCS_Il ponte Ars Aevi è stato disegnato dal celebre architetto italiano Renzo Piano, e fu costruito nel 2002 come parte del Museo di Arte Contemporanea Ars Aevi. È stato concepito come un punto d’accesso al museo di arte contemporanea, progettato per essere costruito accanto al Museo Nazionale di Sarajevo.
L’idea di creare un museo di arte contemporanea si materializzò nella notte del 27 aprile del 1992, giacché il Museo dei Giochi Olimpici di Sarajevo era stato bombardato. Il progetto emerse come reazione alle divisioni etniche e religiose createsi durante la guerra.
“Era folle pensare di costruire un museo di arte contemporanea in quei giorni nei quali nessuno di noi poteva sapere se saremmo stati ancora vivi il giorno successivo,” dice Enver Hadžiomerspahić, responsabile del concept e della gestione del Progetto Ars Aevi.
Insieme ad artisti locali e con il supporto ufficiale di figure chiave di Sarajevo, Enver ha invitato i massimi esponenti del mondo dell’arte per formare una collezione per un museo d’arte contemporanea. L’iniziativa puntò a rispondere all’assedio e alla guerra come “un’espressione della volontà collettiva internazionale.”
Noi volevamo che Ars Aevi fosse un progetto internazionale, che fosse al di sopra di tutte le nazionalità e religioni,” dice Enver. Nel momento in cui il progetto iniziò a raccogliere donazioni da artisti di tutto il mondo “non fu soltanto perché la città era sotto assedio, fu una risposta emotiva degli artisti e dei loro sentimenti nei confronti di Sarajevo, dove diversi mondi entrano in collisione.”

DSC_1573Quando l’architetto Renzo Piano si recò a Sarajevo nel 1999 per l’apertura di un’esibizione del progetto Ars Aevi fu folgorato dai ponti di Sarajevo. “Era un raro esempio di una città popolata da ponti. Lui pensò che sarebbe stato meraviglioso costruire un ponte di fronte al museo,” rivela Enver.
Piano costruì il ponte da solo in collaborazione con i soci della sua fondazione. “Il ponte è un regalo di Renzo Piano a Sarajevo. Quando mi disse dell’idea del ponte, dissi che sarebbe stato fantastico. Lui mi rispose «Certo che lo sarà, lo farò io,»” Enver ricorda con un sorriso.

(Articolo originale di Marta Vidal, pubblicato su Balkan Diskurs il 13 gennaio 2016)

Photo Credits Marta Vidal

Traduzione di Gianluca Samà

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