SLOVENIA: Le nozze gay bocciate al referendum

Gli sloveni, con un voto referendario svoltosi nella giornata di domenica 20 dicembre, hanno bocciato la legge che legalizzava i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Gli entusiasmi che si erano accesi in occasione dell’approvazione della legge, avvenuta nel marzo scorso, che avevano fatto della Slovenia il primo Paese ex-comunista in cui era legale il matrimonio omosessuale, sono perciò stati sopiti dal voto popolare. Contro la legge si è espresso alle urne il 63,3% dei votanti, che sono stati il 36% degli aventi diritto. Per quanto di fatto abbia votato solo un terzo dell’elettorato, tale dato è bastato per raggiungere e superare ampiamente il quorum previsto per legge, fissato al 20%.

La legge che definiva il matrimonio come unione tra due persone e che prevedeva la possibilità di adozione di un bambino da parte di una coppia omosessuale, era stata approvata dal Parlamento di Lubiana nel marzo del 2015. Allora la proposta del partito di opposizione Sinistra Unita aveva ottenuto il sostegno delle forze di centrosinistra di governo, guidate dal premier Miro Cerar, raggiungendo la maggioranza parlamentare. Fin da subito, però, i partiti di opposizione, con a capo il Partito Democratico Sloveno di centrodestra, si sono mobilitate per bloccare il provvedimento, forti di un precedente referendum, datato 2012, in cui il 55% degli sloveni si era detto contrario al matrimonio tra omosessuali. Per quanto il dato sia influenzato dall’astensione di due terzi dell’elettorato, nei fatti quella posizione è stata riconfermata e gli sloveni recatisi alle urne hanno detto no al matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Oltre al blocco del centrodestra, una voce importante contro l’equiparazione del matrimonio omosessuale a quello tra uomo e donna e contro la possibilità di adozione è stata quella della Chiesa cattolica slovena, schieratasi apertamente a favore del no. Hanno fatto scalpore anche le dichiarazioni di Papa Francesco che, pochi giorni fa, al termine dell’Udienza generale, aveva esortato gli sloveni a preservare la famiglia come unità di base della società. Il peso di tali dichiarazioni, sommate alla mobilitazione in chiave antigovernativa del centrodestra, hanno avuto un effetto importante sul risultato finale.

La votazione del 20 dicembre porta con sé la questione, che non riguarda ovviamente solo la Slovenia, dell’appropriatezza di tenere referendum popolari su tematiche così delicate. Al riguardo il Parlamento sloveno aveva espresso la sua contrarietà, ma la Corte Costituzionale, con una decisione che ha creato molte polemiche dalle parti di Lubiana, ha, il 22 ottobre scorso, dato il via libera alla consultazione. Per quanto la favola della Slovenia primo Stato ex-comunista ad approvare le nozze gay sia per ora tramontata, il Paese una volta parte della Federazione Jugoslava continua ad avere una legislazione avanzata in materia di diritti LGBT, visto che le unioni civili sono e continuano ad essere regolate per legge.

Chi è Riccardo Celeghini

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Laureato in Relazioni Internazionali presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università Roma Tre, con una tesi sui conflitti etnici e i processi di democratizzazione nei Balcani occidentali. Ha avuto esperienze lavorative in Albania, in Croazia e in Kosovo, dove attualmente vive e lavora. E' nato nel 1989 a Roma. Parla inglese, francese, serbo-croato e conosce basi di albanese.

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