RUSSIA: Un'economia da diversificare

L’agenzia Interfaks ha reso noti i dati, elaborati dalla Rosstat, sull’import di prodotti alimentari in Russia per il primo bimestre del 2015: a gennaio e febbraio si è registrato un brusco calo su praticamente tutti i generi alimentari, che si attesta in media al -42,5%. Rispetto allo stesso periodo del 2014, la spesa dedicata all’import si è ridotta di 3,6 miliardi di dollari. Nel dettaglio, carne e pesce hanno visto un calo tra il 46,5% e il 56,5%, i prodotti caseari tra il 34% e il 61%, frutta e verdura tra il 25% e il 40%. Unici prodotti in rialzo olio di palma (+37%) e arance (+7%). I dati riflettono chiaramente un trend economico derivante, tra le altre cose, dalle sanzioni e dal crollo del rublo, e che fa ben pensare ad una Russia rinvigorita da uno stimolo, inevitabile, verso un aumento della produzione interna, verso uno sviluppo dell’”industria leggera” che permetta una graduale autonomia di sostentamento.

Sorokin e la Grande Muraglia Russa

Lo scrittore contemporaneo Vladimir Sorokin, che già nel suo romanzo distopico La giornata di un Opričnik (ed. it. Atmosphere 2014; prima ed. rus. Zacharov 2006) intravede una Russia del 2027 barricata all’interno di una materiale Grande Muraglia, ritornata alla realtà storica di Ivan IV il Terribile, eppure circondata della più alta tecnologia moderna, in una intervista spiega chiaramente quello che vede nel futuro più prossimo: un mondo a compartimenti stagni, in cui la Russia comunica con l’esterno unicamente attraverso due grosse tubature, l’una che es-porta petrolio, l’altra che im-porta tecnologia. E a ben pensare, per lo meno dal punto di vista del modello economico, non c’è andato poi troppo lontano.

Un modello economico incentrato cronicamente sulle materie prime…

La fortuna geografica della Federazione Russa, vale a dire la ricchezza del suo sottosuolo, ha avuto lo stesso effetto della troppa fama sulle grandi star. L’ha fossilizzata, criogenata, imprigionata in delle maglie che le hanno sì permesso di divenire una potenza mondiale indiscussa e capace di influenzare le sorti degli altri stati (si vedano anche le recenti vicende del South/Turkish Stream e dell’Iran), ma che la hanno anche abituata a basarsi unicamente, e cronicamente, su queste risorse naturali. La storia, che le ha dato fama, assieme ad un senso di esoticità e mistero agli occhi degli stranieri, l’ha resa avvezza a sistemi autocratici, in cui vige un pressoché totale monopolio; la privatizzazione seguita al 1991 non ha portato a una pluralità di personaggi sulla scena economica e politica, ma ha solo allargato il monopolio ad oligopolio e sostituito un’autocrazia con un’oligarchia.

I fattori geografico e storico si sono così riuniti, nell’economia odierna, sotto l’egida delle poche enormi compagnie che gestiscono le risorse energetiche (e non solo quelle) e che sono in mano ad oligarchi privati oppure in gestione statale (e quindi in mano ad oligarchi, per così dire, politico-economici). Gli stessi multimilionari poi, spesso, risultano essere gli stessi grandi azionisti dei maggiori istituti di credito (è il caso ad esempio della Sberbank, la principale banca russa, il cui più importante azionista è Kerimov, uno degli uomini più ricchi del mondo e grande azionista di Gazprom), di certo ben poco interessati a concedere prestiti a nuovi possibili imprenditori loro concorrenti.

Grazie alle sue risorse energetiche naturali, la Federazione Russa si classifica sempre nella top ten delle potenze mondiali. Per PIL nominale occupa il nono posto. Questo modello di economia, basato su estrazione, lavorazione ed esportazione di materie prime, risponde però unicamente alle esigenze ed agli interessi dello Stato e dei singoli oligarchi (e spesso i due non sono scissi), mentre la popolazione rimane essenzialmente povera e chiusa in ceti sociali che diventano delle vere e proprie caste immodificabili. Lo squilibrio tra ricchi e poveri e la stratificazione sociale sono particolarmente tangibili; i milionari russi ammontano dopotutto a meno di centomila persone su una popolazione di quasi 144 milioni. Stando ai dati Rosstat per il 2014, il reddito medio pro capite mensile in Russia si attesta a 23.813 rubli (480 euro circa); in seguito al crollo del rublo, all’aumento del prezzo delle merci importate e all’inflazione, i redditi reali sono inoltre calati del 9,3% rispetto all’anno scorso.

…e sull’import di prodotti lavorati

L’Indice di Complessità Economica (ECI, Economic Complexity Index) assegna alla Russia un punteggio molto basso per un paese da G8 (0,531661; l’Italia ottiene l’1,31207). Il dato viene ottenuto attraverso l’analisi dell’export e dell’import, delle merci e dei quantitativi esportati e importati, delle destinazioni e delle provenienze delle merci, e determina il grado di diversificazione dell’apparato economico di uno stato in relazione anche ai rapporti internazionali. Al di là del dato in sé, l’analisi sottolinea in maniera chiara la dipendenza cronica della Russia dai prodotti lavorati esteri di qualunque tipo (dalle automobili, alla farmaceutica, all’informatica, all’alimentare) e vede tra le merci che al contrario esporta unicamente risorse energetiche per lo più allo stato grezzo (petrolio, gas, carbone, ferro, alluminio, oro, etc). Interessanti anche i paesi di provenienza delle merci importate: in primis, Cina (15% del totale dell’import), seguita da Germania (14%), Ucraina (5,5%), Bielorussia (4,6%), Giappone (4,4%), Stati Uniti (4,1%), Italia (3,9%), etc. Le destinazioni del suo export invece prevedono unicamente l’Europa (e la Cina per un 8%). Mosca e Vecchio Continente sono quindi, inevitabilmente, interessati in modo reciproco l’uno verso l’altro, almeno dal punto di vista strettamente economico. Lo è l’Europa, di per sé incapace di trovare sostentamento energetico da sola, ma lo è anche la Russia, la quale può sì pensare di rivolgersi verso altri continenti in cerca di prodotti da importare, ma che dai 17 miliardi di euro  di esportazioni di gas in Europa è altrettanto economicamente dipendente.

Verso un’autonomia della produzione?

In un quadro economico simile diviene necessario orientarsi verso nuovi modelli di sviluppo, che permettano alla Federazione Russa di rendersi gradualmente indipendente dalle merci di importazione; d’altro canto, sviluppando la sua produzione interna e la sua industria leggera, la Russia potrà gradualmente arrivare a concorrere realmente con le potenze dalle quali importa, e non solo limitarsi ad esportare a queste le materie prime che necessitano; e per raggiungere questi obiettivi ha tutte le potenzialità.

Un grande scoglio perché questo sviluppo abbia luogo è rappresentato però dall’assenza in territorio russo di un ampio e ramificato sistema di industrie medio-piccole che si specializzino nella realizzazione di singoli prodotti finiti. Il settore manifatturiero russo conosce principalmente grandi compagnie, enormi agglomerati di fabbriche che lavorano in genere nel settore dell’industria pesante (meccanica, petrolifera, metallurgica, militare, chimica). Manca quasi del tutto il concetto di piccola e media impresa; ed è proprio questa che il governo dal 2009 sta cercando di sviluppare. In quell’anno infatti vennero ampiamente potenziati i fondi destinati alla creazione di PMI: si passò dai 3,5 miliardi di rubli ai quasi 50 miliardi. I risultati furono fin da subito piuttosto buoni: le piccole e medie imprese incrementarono solo in quell’anno del 20% il loro numero, arrivando a 1,37 milioni. Oggi se ne contano 3,8 milioni; gli aiuti che vengono destinati a queste imprese si concretizzano in sgravi fiscali, sistema di tassazione semplificato, sussidi economici. Piccoli passi che potrebbero voler dire molto, soprattutto alla luce della situazione economico-politica odierna.

Chi è Martina Napolitano

Martina Napolitano
Dottoranda in Slavistica presso l'Università di Udine e Trieste, per EaST Journal scrive principalmente di Russia e cura la rubrica Linguae.

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2 commenti

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    La Russia può potenzialmente sviluppare una buona rete di imprese medio-piccole che portino il paese ad un allentamento importante dell’import, ma questo porta inevitabilmente, a mio parere, a scontrarsi con le tradizionali ambizioni russe: la Russia è, da molti secoli, sempre stata un impero, cosa che si è decisamente ridimensionata a fine 1991. Ora…è sotto gli occhi di tutti il fatto che la Russia stia pian piano reinserendo nella propria orbita diversi paesi ex-vassalli, con cui intrattiene generalmente corposi scambi commerciali; questo, di per sé, impedisce che la Russia sviluppi un proprio tessuto volto all’indipendenza produttiva, in quanto i giochi economico-commerciali sono volti a creare tutta una serie di scambi che tengano i vari paesi in gioco. Se la Russia si rende autonoma, per certi versi senza dubbio arricchendo la propria popolazione, dall’altro lato perderebbe la presa sui paesi confinanti. E’ una scelta politica, forse, più che economica.

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    Leggendo l’articolo si ha la strana sensazione di un sandwich: tra due fette di (ingiustificato) ottimismo un ripieno drammaticamente realistico anche se non portato alle logiche conseguenze.
    Mi spiego: quando si afferma, apoditticamente”, “dalle sanzioni e dal crollo del rublo, e che fa ben pensare ad una Russia rinvigorita da uno stimolo, inevitabile, verso un aumento della produzione interna, verso uno sviluppo dell’”industria leggera” che permetta una graduale autonomia di sostentamento.” non colgo il nesso tra la produzione locale di derrate alimentari e lo sviluppo di una industria leggera, mentre mi è ancora più oscuro in questo contesto il significato di “inevitabile”…
    Il vero nodo è nel “ripieno”: il regime putiniano sta sempre di più assumendo l’aspetto, le strutture e l’ideologia di uno stato corporativo. La cupola mafiosa-oligarchica (privata o pubblica) che controlla l’economia russa utilizza tutte le classiche parole d’ordine e leve del fascismo per assicurarsi il completo controllo della società civile: il nemico ci accerchia, bisogna stringere la cinghia per la grandezza della Patria, l’inquadramento della gioventù, l’esasperato nazionalismo, l’unicità e la superiorità della grande tradizione russo ortodossa, una politica estera aggressiva ed imperialista e la straordinaria popolarità del “Capo”: ricordiamoci che Mussolini aveva piazza Venezia strapiena quando proclamava l’Impero o dichiarava la guerra.
    Di più, la famigerata cupola mafiosa-oligarchica non ha alcun interesse a sviluppare altri settori dell’industria russa o diversificare la struttura produttiva del paese, anzi non ha nemmeno interessa a investire nel settore energetico. La sua unica preoccupazione è difendere la propria rendita di posizione, spremendo fino all’osso gli investimenti pregressi (fatti dallo stato sovietico) e cincischiando sui vari stream e power.
    Quindi fintanto che al Cremlino comanderanno questi oligarchi, tramite Putin o qualcun altro, non vedo la possibilità di veri cambiamenti.