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BALCANI: A 28 anni dal discorso di Milosevic a Kosovo Polje. Perchè perseverare nell'inganno?

A distanza di quasi tre decadi dalla famosa frase di Slobodan Milosevic “Nessuno vi può picchiare”, le conseguenze di una politica dissennata continuano a farsi sentire ancora nel tempo presente.

Era il 24 aprile 1987 quando Milosevic si recò alla periferia di Pristina, allora capoluogo del Kosovo e provincia autonoma della Serbia. Milosevic, leader dei comunisti della Serbia da circa un anno, avrebbe dovuto partecipare ad un incontro con la società civile locale, diremmo oggi. In sostanza era disceso, per la seconda volta nell’arco di soli cinque giorni, a Kosovo Polje, per ascoltare le lagnanze dei serbi del Kosovo, che affermavano di essere vittime di discriminazione da parte degli albanesi. Il processo si innestava su una serie di rivendicazioni della popolazione albanese che assunsero toni drammatici nel 1981, a cui fecero seguito delle misure draconiane da parte delle forze di sicurezza. Pristina avrebbe voluto non solo l’autonomia da Belgrado (ottenuta da appena un decennio), bensì divenire una repubblica jugoslava. Per Belgrado ciò sarebbe stata l’anticamera dell’indipendenza del Kosovo dalla Serbia e dalla Jugoslavia, e della creazione di una Grande Albania con Tirana. Nel frattempo, decine di migliaia di serbi migravano dal Kosovo, tanto che già nei primi anni ’80 si parlava di “genocidio”. D’altro canto, anche gli albanesi migravano massicciamente in Germania o in Svizzera, ma il fenomeno era spiegato con la disoccupazione e la stagnazione economica. Per i serbi questa spiegazione non era ammissibile.

L’elite politica, a Belgrado, temeva che le proteste dei serbi del Kosovo dilagassero in Serbia e potessero eventualmente saldarsi con gli scioperi legati alla grave crisi economica e sociale di quel periodo storico. Milosevic non creò le tensioni tra serbi e albanesi in Kosovo, seppe però cooptare e sfruttare a proprio vantaggio la protesta popolare. Non potendo risolvere i problemi economici, utilizzò il nazionalismo serbo per ricostruire il consenso e la legittimità del potere politico. Tra il 1989 ed il 1999, l’escalation di violenze che seguitò nelle repubbliche ex jugoslave può attribuirsi in buona misura a quelle politiche dissennate.

A distanza di quasi trent’anni, nella regione i problemi non sono affatto spariti, sebbene la gestione politica sia largamente mutata. Anche volendo soprassedere su ciò che è accaduto nel decennio precedente, il recente flusso di migranti albanesi dal Kosovo verso l’Unione Europea, attraverso il territorio della Serbia, è un dato allarmante. Come se ciò non bastasse, l’indipendenza del Kosovo non è ancora riconosciuta dalla metà dei paesi membri ONU, a partire ovviamente da Belgrado. In questo modo il Kosovo non può prendere parte, formalmente, alle maggiori organizzazioni internazionali.

E’ cronaca di questi giorni che in Macedonia, al confine con il Kosovo, un gruppo di sedicenti paramilitari dell’Esercito di Liberazione del Kosovo ha occupato una stazione di polizia, riportando alla memoria i gravi scontri del non lontano 2001. Alcuni affermano che sia un chiaro segno della frustrazione della popolazione albanese del Kosovo che, a causa del sottosviluppo economico, e non potendo cercare liberamente lavoro nell’UE, riversa la propria rabbia con dimostrazioni di carattere nazionalista. Sull’altro versante, sulla scia di mesi di scandali politici a carico dell’attuale governo della Macedonia, si suppone che l’episodio di violenza sia stato una messinscena per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla crisi politica e scaricare la colpa sulla minoranza albanese del Paese balcanico. La Macedonia stessa, sin dalla sua indipendenza nel 1991, a causa del veto della Grecia è costretta ad utilizzare l’acronimo FYROM (former Yugoslav Republic of Macedonia). Ciò impedisce alla Macedonia di accedere agli organismi internazionali di cui la Grecia è già parte, prime tra tutti UE e NATO.

Dalla dissoluzione della Jugoslavia la politica del non riconoscimento del proprio vicino, il perseverare nella fiction collettiva secondo cui si possa all’infinito non riconoscere una situazione fattuale, sia essa la sovranità, l’indipendenza o il nome stesso dello stato confinante, ha giocato a detrimento del benessere collettivo dei cittadini. I piccoli nazionalismi locali, come se fossero delle religioni universalizzanti e mutualmente esclusive, se non troveranno soluzione all’interno di un paradigma ed un contenitore più ampio, non condurranno a nulla di positivo e costruttivo. Sono trascorsi 28 anni dal discorso di Milosevic a Kosovo Polje, eppure quelle stesse dinamiche, le stesse strutture e mentalità sono ancora in atto, apparentemente quasi intoccate ed immutabili. L’economia nella regione non prospera, il flusso di migranti è elevato, le tensioni permangono, alcuni scaltri politici credono che giocare la carta del nazionalismo possa prolungare la loro permanenza al potere.

Sarebbe tuttavia errato fornire una visione prettamente pessimista. L’Unione Europea, pur con i propri limiti, ha giocato un ruolo fondamentale, assieme agli USA, nel portare al tavolo dei negoziati le parti politiche (si pensi al dialogo tra Belgrado e Pristina, oppure agli accordi di Ocrida). Ciò che sino a pochi anni addietro pareva inimmaginabile è divenuto reale. In Serbia, uomini che furono legati a Milosevic (si veda Ivica Dacic) oppure a Seselj (si veda Aleksandar Vucic) sono assurti alle massime cariche dello stato, assumendo una posizione pragmaticamente filo-europeista. Dialogano con gli ex leader dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, come Hashim Thaci.

Milosevic credette di poter risolvere i problemi con la demagogia, promettendo ai Serbi di controllare nuovamente da Belgrado il Kosovo. Ora sappiamo che i suoi metodi sono un tipo di carburante politico che brucia in fretta e, come il sonno della ragione, produce mostri. Perché perseverare nell’inganno e vivere in uno stato di allucinazione collettiva a proposito di confini, sovranità, statualità e nomi di stati?

Photo credit: Tomislav Peternek/Polaris

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