GRECIA: Atene salda il suo debito. Ma un accordo con Bruxelles è ancora lontano

ROMA – Alla fine, la Grecia ha saldato la prima rata – di 459 milioni di euro – del suo debito con il FMI, in scadenza il 9 aprile. Lo ha riferito a Bloomberg una fonte del ministero delle Finanze ellenico: «Il pagamento è stato registrato e sarà effettuato in giornata», dice una fonte ufficiale del governo greco. Insomma, quelli additati per anni e visti tuttora come “i fuggitivi d’Europa” hanno ancora una volta rispettato il diktat del Brussels Group e saldato il loro conto, e alle parole di qualche giorno fa del ministro degli Interni, Nikos Voutsis – “se il 9 aprile dovremo scegliere se pagare il FMI o stipendi e pensioni, opteremo per quest’ultima opzione” – non sono seguiti i fatti. Probabilmente perché, ancora, non si è arrivati al bivio decisivo. La stessa scelta della Banca Centrale Europea (ancora da ufficializzare) di aumentare di altri 1,2 miliardi di euro la liquidità d’emergenza (Ela) erogata dalla Banca centrale greca agli istituti di credito ellenici – portando il totale a 73,2 miliardi – allontana Atene dalle scelte estreme e dal definitivo tracollo del Paese, e continuando a tenere a galla il “malato d’Europa”.

E ora?

Con ogni probabilità, adesso si continuerà con l’estenuante valzer di dichiarazioni d’intenti che ci hanno accompagnato in questi primi mesi del 2015, con l’Europa che chiede le riforme, Atene che ne propone alcune e la prima che gliele boccia. Il tutto condito da perentori ultimatum che non incoraggiano certo il dialogo. L’ultimo, arrivato sempre da Bruxelles, è datato proprio 9 aprile, giorno in cui – nonostante Atene abbia pagato il suo debito – i vertici dell’Unione europea non si sono detti soddisfatti e tranquilli; fa sapere il giornale greco Kathimerini che l’Euro Working Group – l’organismo tecnico dell’Eurogruppo – ha concesso alla Grecia una scadenza di sei giorni lavorativi per rivedere la lista di riforme da presentare all’Eurogruppo entro il 24 aprile, data nella quale si terrà una riunione informale dei ministri delle Finanze europei (“ma un accordo anche prima è benvenuto”, ha dichiarato un portavoce della Commissione Ue) e data presentata dal governo greco anche come “the last day”, l’ultimo prima del default.

La visita di Tsipras a Mosca

Almeno ufficialmente, l’incontro tra il Primo ministro greco e il Presidente russo Putin, avvenuto l’8 aprile a Mosca, non si è concluso con la firma di un “patto d’acciaio” tra i due paesi; la visita, come già si sospettava, è servita più a Putin che a Tsipras: il primo, infatti, ha smentito di voler utilizzare la Grecia come “cavallo di Troia” per distruggere l’Europa, ma ha poi assicurato che «le compagnie russe sono pronte a partecipare alle privatizzazioni in Grecia». Il settore a cui la Russia guarda maggiormente «è quello delle infrastrutture: porti, aeroporti e pipeline», ma anche «trasporto di energia e sfera industriale», ha sottolineato il leader del Cremlino. Inoltre, per Mosca, partecipando al Turkish Stream la Grecia potrebbe diventare «uno dei principali centri per la distribuzione energetica» in Europa, «attirando investimenti importanti e creando posti di lavoro», ma qualsiasi decisione in merito, ha aggiunto Putin, «dipenderà da dettagli tecnici».

Dal canto suo, Tsipras ha dovuto ribadire il suo “niet” alle sanzioni europee nei confronti della Russia, ottenendo poco più che una calorosa stretta di mano: l’interesse russo per le privatizzazioni greche potrebbe certamente far guadagnare ad Atene milioni di euro, ma sappiamo come i “dettagli tecnici” siano fondamentali alla buona riuscita dell’accordo, e in questo momento chi detiene il coltello dalla parte del manico è senz’altro Mosca.

Infine, come già ricordato in un precedente articolo, il Cremlino non vuole e non può accollarsi la tragica situazione economica della Grecia, per cui quest’ultima dovrà giocoforza dirigersi a Bruxelles portando sotto braccio le riforme che i vertici della ex-Troika chiedono e pretendono.

Per il momento, infatti, Atene non ha la forza necessaria per puntare i piedi e avanzare proposte, e Tsipras non riveste nemmeno più, in Europa, un ruolo politico di primo piano: i festeggiamenti per la sua vittoria sono durati poco e la virtuale elezione del leader greco a capo indiscusso della sinistra europea è svanita non appena sono apparse le prime difficoltà.

E’ così che va il mondo, almeno per ora.

Chi è Flavio Boffi

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27 anni, dottorando in Studi Politici a La Sapienza, laureato in Relazioni Internazionali all'Università degli Studi Roma Tre. Collaboro con East Journal da giugno 2014, dopo aver già scritto per The Post Internazionale e Limes.

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Un commento

  1. Vorrei, giusto per non perdere di vista i dati fondamentali, ricordare che la situazione in cui si trova oggi la Grecia non è frutto di una decisione dell’UE o una inevitabile conseguenza dell’avvento (quindici anni fa) dell’euro, ma della “manipolazione” sistematica (falso in bilancio, sarebbe in termine corretto) dei bilanci statali greci almeno da prima delle Olimpiadi di Atene del 2004, nella illusione di fantomatici ritorni e fasulli volani economici (vedi il buco nero di centinaia di milioni di dollari dei giochi di Sochi). A questo si aggiunga la finanza “allegra” dei governi che si sono succeduti negli ultimi vent’anni ad Atene. Anzi l’entrata nell’Euro ha ritardato l’inevitabile redde rationem.
    Senza contare che i greci avranno anche votato Tsipras (o Alba Dorata), ma ad ogni accenno di uscita dall’euro corrono a prelevare euro dalle banche (a botte di milioni al giorno) mettendo in ginocchio il sistema bancario.
    Paradossalmente l’unico credito ancora aperto ad Atene, è proprio quello dell’UE, con buona pace degli euroscettici d’accatto.

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