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BULGARIA: Ambiente ed energia, un equilibrio difficile

Benvenuti in Bulgaria, paese dall’aria più inquinata d’Europa

Alla fine del 2014 un rapporto della ONG Health and Environment Alliance (HEAL) ha rivelato ciò che molti abitanti delle zone industriali bulgare sapevano già; l’aria del Paese presenta livelli di inquinamento atmosferico preoccupanti. Un eufemismo questo per dire che l’aria bulgara è la più inquinata d’Europa, e non soltanto per il livello di particolato (il cosiddetto PM 2,5 e PM 10 di cui si parla nel rapporto) dovuto alle centrali energetiche a carbone e le industrie che lavorano l’acciaio e il coke. Già l’anno precedente, difatti, l‘European Environment Agency (EEA), in un report sulla qualità dell’aria in Europa, metteva al gradino più alto del podio la Bulgaria per quanto riguardava l’emissione di polveri sottili e agenti inquinanti quali benzopirene e monossido di carbonio.

Ciò che si sospettava, pertanto, è stato autorevolmente confermato, e l’argomento ha trovato eco nella stampa internazionale. Le preoccupazioni nei confronti dell’inquinamento non restano tuttavia uno svago intellettuale, dal momento che i nefasti effetti sono tangibili e terribili. Migliaia di persone muoiono ogni anno per malattie legate alle polveri sottili o all’inquinamento, la maggior parte dei quali sembrano essere bambini. Poiché oltre a soffrire di più di un’esposizione a questi agenti, i più giovani risultano più vulnerabili all’avvelenamento da mercurio presente nell’aria come residuo della lavorazione del carbone, giacché esso causa ritardi cognitivi durante l’età della crescita.

Al momento si è voluto correre ai ripari con la temporanea chiusura di una centrale a carbone inefficiente, quella situata a Varna, affinché la società che la gestisce abbia modo e tempo di portarla ai livelli di efficienza richiesti dalle norme ambientali dell’Unione Europea.

Shale gas, opportunità o rischi? Sofia per precauzione dice di no

Questi problemi purtroppo mal si conciliano con la ricerca di un’autonomia energetica cercata negli ultimi anni dalla Bulgaria con scarsi risultati. Il governo di Sofia nel 2011 affidò alla statunitense Chevron dei territori del paese in cui effettuare esplorazioni per giacimenti di shale gas (gas di scisto). Lo shale gas è un gas metano che proviene da giacimenti argillosi presenti in profondità. Questi pozzi non convenzionali non permettono, come nel caso del gas naturale, una produzione spontanea a causa della scarsa permeabilità dell’argilla, la quale viene trattata con una tecnica chiamata fracking (fratturazione idraulica); essa utilizza la pressione esercitata su un fluido per creare fratture nelle rocce.

Questo trattamento è altamente inquinante giacché l’acqua utilizzata viene addizionata con agenti chimici che rimangono nel sottosuolo avvelenandolo, senza contare l’aumento del rischio sismico che una frattura nel sottosuolo potrebbe comportare. Di questo a Sofia se ne sono accorti e già l’anno successivo il parlamento ha proibito con una moratoria le esplorazioni con la tecnica del fracking. Certo questa decisione non deriva soltanto da un momento di lucidità del governo (sebbene l’allora premier Plamen Orešarski  dichiarò sibillinamente, a riguardo della moratoria, che la “vita è dinamica”) ma anche da numerosi movimenti di protesta gestiti da gruppi di cittadini che abitano nelle zone di trivellazione.

Quanto preconizzato da Orešarski non avrà altro seguito, dal momento che il governo Borisov ha affermato a gennaio del 2015 che non ci saranno esplorazioni di questo genere finché non sarà studiata una tecnica eco-sostenibile, e che la moratoria decisa nel 2012 non verrà sospesa. Un ottimo modo per affermare che Sofia non rinuncerà facilmente a questa fonte di energia, ma che al contempo vuole risolvere i più stringenti problemi di inquinamento.

L’exploit delle rinnovabili: ma è tutto oro quel che luccica?

Una soluzione in tal senso è arrivata negli anni dallo sviluppo della produzione di energie rinnovabili, che hanno permesso alla Bulgaria di raggiungere gli obiettivi fissati per il 2020 dall’Unione Europea in materia di energia pulita. Nel 2007, prima della crisi, la propensione a investimenti green era alta, e gli aiuti dell’Unione Europea per il raggiungimento degli obiettivi da essa proposti hanno attirato numerosi investitori stranieri.

Da qui sono nati grandi progetti che hanno sì aiutato lo sviluppo delle rinnovabili in Bulgaria, ma hanno altresì creato problemi derivanti dalla non realizzazione di alcuni progetti, da speculazioni incontrollate, e dal rialzo dei prezzi dell’elettricità dovuto all’acquisto obbligatorio, da parte delle società statali di distribuzione energetica, di una parte di produzione derivante dagli impianti eolici, fotovoltaici e idroelettrici.

I successi ottenuti sono quindi contrapposti a problematiche di gestione enormi, aggravatesi peraltro con la crisi economica che ha colpito la Bulgaria più degli altri paesi europei, e che la costringeranno a rivedere al risparmio le proprie politiche energetiche.

Chi è Gianluca Samà

Romano, classe 1988, approda a East Journal nel novembre del 2014. Laureato in Relazioni Internazionali presso l'Università degli studi Roma Tre con una tesi sulle guerre jugoslave. Appassionato di musica, calcio e Balcani. Parla inglese e sta iniziando ad affacciarsi al russo e al serbo-croato.

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