HONG KONG: La rivolta dei giovani Hongkonger. E guai a chiamarli cinesi

Una testimonianza da Hong Kong di Pietro Armati, giovane bergamasco che nella città cinese lavora da anni e che sta seguendo in prima persona le proteste di #OccupyCentral

da HONG KONG – Non si capisce ancora quale possa essere la portata di tutto ciò, di sicuro c’é l’entusiasmo di far parte della manifestazione più grande dal tempo di piazza Tienanmen, quando quasi due terzi della gente oggi in strada ancora non era nata.

I manifestanti sono festosi, ma determinati. Credono in quello che fanno, e non aspettano di seguire qualcuno che impartisca ordini. Si sentono profondamente dalla parte della ragione, e questo conta più di mille arringhe o megafoni.
I manifestanti sono pacifici. Hanno notevolmente ridotto l’adopero – inutile – di occhiali di plastica e cellophane per ripararsi da possibili spray urticanti, contribuendo ad azzerare la tensione. Non credete ai titoli allarmistici o alle immagini di scontri, sono mille angolature di un stesso iniziale grossolano errore della polizia. Che si é ben adeguata alla realtà di questa onda umana: da ieri i poliziotti presidiano in assetto non antisommossa, qualcuno si lascia fotografare con addosso il simbolo della protesta. A notte fonda in molti tra gendarmi e manifestanti si addormentano gli uni a due passi dagli altri. Doverosa parentesi: la violenza serve. Quale che sia il messaggio, per pubblicizzarlo sui giornali di tutto il mondo non esiste miglior mezzo di un bel lacrimogeno sparato in mezzo alla folla.

I manifestanti non sono organizzati, l’apparato iniziale é stato completamente sopraffatto dalla mole di persone. O forse a ben vedere lo sono: punti di soccorso medico, ristoro, servizi di ogni genere nascono per iniziativa spontanea, tutto con le proprie forze. Chi può dare una mano, la dà. Ci sono giovani che girano con cartoni a distribuire acqua, chi per ore dà la mano a quelli che vogliono scavalcare una recinzione (“cazzo dai la mano a me, ti sembro vecchio? stronzo”) chi addirittura porta un grill e offre salsicce. E mano a mano che nuova gente continua ad aggiungersi alla protesta, acqua e scorte di ogni tipo arrivano in dono e vengono accumulate per la notte e i giorni a venire. Perché l’unica cosa che ancora non si sa é quando questa cosa finirà, e soprattutto come finirà. Semplicemente, si sta.

In Cina, dove non esiste dibattito politico e non sono ammesse manifestazioni, il Partito trasmette in tv le immagini di Hong Kong spacciandole come “cittadini già celebranti l’anniversario della Repubblica Popolare Cinese”. Già. Domani, 1 Ottobre, cade il 65esimo anniversario dalla fondazione. E Hong Kong si prepara a modo suo, con numeri da capogiro, una manifestazione mai vista prima, mentre il Ministero Cinese ha avvisato con nota ufficiale i diplomatici occidentali di “starne alla larga”.

Io, come tanti tantissimi altri expat, internazionali accolti in quest’angolo dall’altra parte del mondo, ne prenderò parte. Perché di questa gente, di questa cultura, abbiamo imparato ad apprezzarne molti aspetti, pur tenendoci stretti i nostri. E tante altre sfumature invece ancora sfuggono, anche a coloro che vivono qui da anni. Ma una cosa é stata subito chiara sin dall’inizio, e la vediamo ribadita una volta per tutte in questi giorni: loro, sono Hongkonger. E guai a chiamarli cinesi.

Chi è Matteo Zola

Matteo Zola
Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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