IRAN: Teheran di fronte al mondiale

Mercoledì il sogno mondiale di milioni di iraniani si è infranto. La sconfitta con la Bosnia ha concluso una partecipazione che, nonostante il magro bottino di un punto, ha destato non pochi entusiasmi in patria. Così, nei giorni precedenti, sia il pareggio con la Nigeria che la sconfitta di stretta misura con l’Argentina erano stati accolti nelle strade di Teheran da festeggiamenti degni di una vittoria. Non è mancato poi chi, sia in Iran che all’estero, ha parlato addirittura di una riscossa dell’orgoglio nazionale iraniano. Possibile? Ripercorriamo in breve le ragioni di un mondiale, quello iraniano, iniziato sotto i peggiori auspici, ma che ha rischiato di trasformarsi in un trionfo.

Una delle prime cose di cui ci si rende conto, trovandosi a vivere in Medio Oriente, è che moltissime cose per noi impensabili – una musica, un vestito, il fatto di radersi o meno – possono avere un risvolto politico ben preciso. Non fa eccezione il pallone; e un intreccio di politica nazionale e internazionale ha rischiato in effetti di affossare le ambizioni di quella che – secondo i ranking FIFA – è la miglior squadra del continente asiatico: l’Iran.

È il giugno 2013, e a pochi giorni dall’elezione alla presidenza della repubblica di Hassan Rouhani, migliaia di iraniani si riversano di nuovo per le strade di Teheran. Come avvenuto pochi giorni prima, il traffico della capitale è paralizzato per ore, in un tripudio di clacson e bandiere. Questa volta, però, non si tratta di politica: grazie a una vittoria di misura sulla Corea del Sud, l’Iran si è qualificato per la quarta volta nella sua storia ai mondiali. O meglio, la politica c’entra eccome: e così per molti ragazzi che quel giorno si riversano in strada festanti, la qualificazione appare come un riscatto, dopo anni di sanzioni sempre più pesanti e umiliazioni internazionali. In breve, dopo la fine della presidenza di Ahmadinejad.

Finita la sbornia di emozioni di quei giorni, il ritorno alla realtà è tuttavia rapido e amaro, anche per i tifosi. Le sanzioni restano, colpendo duramente anche la Federazione calcistica dell’Iran – e quindi la nazionale – a causa del blocco delle transizioni bancarie internazionale imposto dagli Stati Uniti e dell’UE. Solo l’anno prima, ad esempio, come lamentato dal presidente della federazione Ali Kafashian, un milione di dollari stanziato dall’Asian Football Confederation non aveva potuto essere ritirato.

Ad aggravare ulteriormente la situazione, ci si mette la federazione stessa (e i vertici del regime, alle sue spalle) che decide che – in tempi difficili come questi – la nazionale debba dare il buon esempio. E così si taglia dove si può. A poco servono le proteste dell’allenatore e di molti giocatori: si cancella un ritiro in Portogallo previsto per l’agosto 2013, si annullano importanti amichevoli di preparazione. A maggio l’allenatore Carlos Queiroz sbotta: “Chi pensa che la nazionale iraniana avrà successo dopo solo 14 giorni di preparazione, o è pazzo o vive a Disneyland”. A questo punto, come immaginabile, il morale dei tifosi è al minimo.

Sarà l’ennesima batosta, pensano in molti. Altri, forse la maggior parte, preferiscono pensare ad altro. Così, a salutare la nazionale alla vigilia della partenza per il Brasile si presentano soltanto 3000 tifosi, e lo stesso Rouhani adduce a scusa il maltempo per sottrarsi a una situazione alquanto imbarazzante.

Poi il mondiale arriva, e le cose finalmente iniziano a girare. Suscita simpatia la squadra, composta quasi per intero da giocatori del campionato iraniano. Si conoscono i ragazzi, le loro storie. Le Monde scrive dell’armeno iraniano Teymurian, il primo cristiano ad essere stato capitano della nazionale. E poi i tifosi, tantissimi, provenienti dall’Iran, ma anche dalla nutrita diaspora iraniana nel mondo.

Il resto è storia calcistica. Un pareggio a reti inviolate con la Nigeria, dove a distinguersi è stata soprattutto la difesa, compatta e solida. Un’eroica sconfitta con l’Argentina, che riesce ad aver ragione della dell’Iran solo al 91’ con una prodezza di Messi. Infine la sconfitta con la Bosnia, dove evidentemente le forze – data anche la scarsa preparazione – sono venute a mancare.

Difficile immaginarsi di meglio, date le premesse. La faccia è salva, e l’onore. È quanto basta: e allora di nuovo tutti giù in strada a festeggiare una nazione dal grande cuore, che non si piega e resiste.

 

Chi è Simone Zoppellaro

Simone Zoppellaro
Giornalista e ricercatore. Ha trascorso sei anni lavorando fra l’Iran e l’Armenia, con frequenti viaggi e soggiorni in altri paesi dell'area. Scrive di Caucaso e di Medio Oriente (ma anche di Germania, dove vive) su varie testate, dal Manifesto, alla Stampa, fino al Giornale, e ancora sulla rivista online della Treccani. Autore del volume 'Armenia oggi', edito da Guerini e Associati nel 2016. Collabora con l’Istituto Italiano di Cultura a Stoccarda.

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