STAN-Project: Uzbekistan, lontano dalla via della seta

Già dalla sua mappa l’Uzbekistan rivela la prima delle sue originalità, con frontiere tracciate al righello, angoli concavi a delimitare il suo tracciato, linee perpendicolari che lo dividono dal Kazakistan. A ben vedere, la geografia naturale sembra aver avuto poco spazio nella divisione territoriale, rivelando l’artificiosità nazionale e una sua complessità interna a dir poco stupefacente. “Oltre la montagna del Tian Shan abbiamo la fabbrica della Chevrolet, ma a causa delle forti nevicate, la produzione non riesce ad arrivare nella capitale”. La parte produttiva del paese insomma, non è connessa -e non vuole esserlo- al potere centrale.

In Uzbekistan diverse nazionalità, culture e condizioni sociali sono soggette a ulteriori suddivisioni, dove la recente eredità russa e l’antica influenza mongola si sono mischiate a geni uzbeki, tagiki, persiani, caucasici, turkemeni, coreani, kazaki e karakalpachi. Una semplice chiacchierata con la gente mostra una forte riscoperta delle radici etniche e, in alcuni casi, uno sguardo nostalgico al periodo sovietico.  E sotto una “pseudo-democrazia”, con un presidente rieletto col 90% dei voti da una ventina d’anni, la produzione del cotone crea aree economicamente disomogenee e differenze sociali addizionali.

Le tracce della Via della Seta a Bukhara, Samarkanda e Khiva non sono bastate a creare un’economia mista ed orientata al turismo: l’industria del cotone resta ancora la fonte più importante di reddito coi suoi effetti negativi nella parte occidentale del paese – come il prosciugamento del Lago d’Aral- e suoi i traguardi produttivi ad est. Ad oriente, la Valle di Fergana è la zona abitata da una working class islamica e conservatrice, dove industrie manifatturiere e di produzione del cotone stanno inquinando, con DDT e tecniche estensive di monocolltura, le uniche aree non deserte del paese.

Ad eccezione della parte orientale, l’Islam è quasi proibito: visto come una minaccia al potere centrale, dalle moschee nessun Imam canta più la chiamata ai fedeli, offrendo all’eterno presidente Karimov, la sua longevità al potere. “Anche se i russi qui soffrono la sua forte propaganda, si sentono comunque al sicuro dalla minaccia wahabi” dice un cittadino uzbeko di nazionalità russa. Il governo uzbeko è arrivato ad accusare di fondamentalismo islamico qualsiasi dissenso al potere e nel 2005, in seguito a delle proteste della popolazione, ha messo in atto ad Andijon la strage di piazza più efferata dopo Tienanmen, che ha visto la morte di centiaia, forse migliaia di civili riversati poi in fosse comuni.

Nonostante la stretta autoritaria contro la minaccia islamica, la minoranza russa, a confronto costante con la Russia, soffre fortemente l’involuzione del paese e la recente politica nazionalista ma è impossibilitata de facto a spostarsi in  Russiaa causa di dissapori  in tema di gas tra Uzbekistan e Russia, a noi russi-uzbeki richiedono il visto per lavorare lì e il regolamento permette solo ad un membro di una coppia di ottenere questo documento: il tutto  per scoraggiare i ricongiungimenti familairi e le migrazioni definitive. Quindi, siamo destinati a restare in uno stato che ci offre davvero poco. E pensare che mio nonno aveva lavorato nello staff di Juri Gagarin e si era trasferito in Uzbekistan per costruire un futuro migliore per tutti noi! ”.

Il mercato nero comanda il cambio del dollaro e le banche, spesso, raccomandano in modo confidenziale di recarsi a cambiare i soldi per strada, invece che attraverso canali ufficiali. Tutto il paese è coperto da un sottile velo di ufficialità, nascondendo con danze tradizionali e vanti presidenziali in TV un’area depressa dove “a cinque chilometri dal centro della capitale non c’è né acqua né luce, la gente d’inverno soffre il freddo e tutte le entrate per il gas esportato vanno alla famiglia del presidente”.

I giornalisti non sono autorizzati ad entrare nel paese e, dopo le proteste di Andijon (2005), sono visti come una minaccia. Alla frontiera d’entrata la polizia si mostra scrupolosa e attenta e arriva fino al controllo dei file sul computer o delle fotografie nelle macchinette. Dietro questi controlli si nasconde la classica tattica  dei regimi corrotti, in cui in seguito all’intimidazione vengono chiesti dei soldi per chiudere un occhio.

La percezione del controllo assoluto è testimoniata anche dal divieto di farsi ospitare dai privati senza una lunga procedura anticipata (come la lettera d’invito). Sebbene sembri una pura formalità, fattori come sfortuna e arbitrarietà della polizia possono creare situazioni davvero spiacevoli. “Sono venuti a prendermi al mattino presto nella casa di chi mi ospitava da una sola notte. Ho passato un giorno intero in caserma e tre giorni scortato dalla polizia nella capitale, finchè non mi hanno deportato nel paese più vicino. Tutto questo con un timbro di espulsione sul mio passaporto, una multa consistente al proprietario di casa e un timbro di infrazione della legge sui suoi documenti. Ed ero solo un couchsurfer!”

I turisti, com’è ovvio, non hanno il minimo presentimento di quanto la popolazione soffra quotidianamente nel paese -solo recentemente gli abitanti di Khiva sono stati buttati via dal centro storico per il nuovo piano urbanistico voluto dalla figlia del presidente. Nei loro soggiorni godono delle magnificenze presenti sulla Via della Seta, connesse da una treno spagnolo ad alta velocità –TALGO- che offre nei suoi monitor visioni “fantascientifiche” della propaganda di sistema. Persi tra le madrase e i tappeti di Bukhara, i colori di Khiva e il Registan di Samarkanda, un milione e mezzo di turisti l’anno ignora di trovarsi in uno degli stati più autoritari del centro Asia.

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Giovanna Larcinese

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