KIRGHIZISTAN: Buzkashi, davvero solo un gioco?

La festa

21 Marzo 2014. Equinozio di primavera. In Centro Asia semplicemente Nooruz. La festività ha origini persiane e significa in lingua farsi “Nuovo giorno”, poiché segna l’inizio del nuovo anno solare.

Le ultime nevi si sono sciolte la settimana scorsa a Bishkek, e ho due possibilità per assaporare le celebrazioni della festa nazionale. Passeggiare per Ala-Too, la piazza principale della città, ammirando danze tipiche, piatti locali come il Kourdak, il Plov, il Sumolok, abbondare a ogni angolo della strada e ragazzini gareggiare in giochi di forza e abilità. Oppure, prepararmi per l’evento sportivo più atteso dell’anno, la finale di Buzkashi.

Il gioco

Il Buzkashi, conosciuto in Kyrgyzstan come Kok Boru o Ulak Tartysh, è lo sport nazionale kyrgyzo e afghano. “Kok Boru” vuol dire lupo grigio, venerato come un totem dalle antiche popolazioni turche. Anticamente una tradizione religiosa, il gioco si trasformò in un duro allenamento fisico, per poi divenire nello scorso secolo un vero e proprio sport.

Oggi, il Buzkashi è praticato in tutta la vasta regione centro asiatica. Il Kyrgyzstan ne ha definito le regole nel 1949:

  1. Due squadre composte ciascuna da 10 giocatori
  2. Quattro giocatori per squadra che giocano contemporaneamente
  3. Permessa la sostituzione di giocatori o cavalli durante la partita
  4. Il campo è lungo 200 m e largo 80 (due volte la lunghezza di un campo da calcio)
  5. Due kazans – le porte – hanno un diametro di 3.6 metri per un metro e mezzo di altezza e sono poste ai due lati del campo
  6. Il goal è assegnato a una squadra ogni volta che il kokpar (la carcassa della capra) è lanciata nel kazan della squadra avversaria.

Arrivo all’ippodromo Ak-Kula alle nove del mattino. Mi han suggerito di affrettarmi se voglio ottenere il posto migliore. I miei lineamenti europei mi fanno guadagnare l’accesso alla zona VIP, dove poltroncine in finto velluto esagerano il contrasto con i freddi sedili di plastica presenti nel resto dello stadio. Lo spiegamento di forze dell’ordine è eccessivo. Uno stuolo smisurato di uomini in mimetica delimita l’area di gioco.

Avevo letto alcuni articoli su come la capra fosse lasciata in ammollo per alcuni giorni, in modo da inzupparsi di acqua e risultare ancora più pesante per i giocatori, o di come le zampe fossero tagliate con precisione e riempite di sabbia. Forse perché Nooruz, questi preparativi vengono tralasciati. La gente ha voglia di divertirsi. Una grossa capra nera di almeno 15 chili viene trascinata sotto uno degli spalti e sgozzata in pochi istanti. La testa è portata via da un ragazzino, mentre il resto del corpo lanciato sul punto predefinito del campo. La partita può avere inizio.

Da un palco dove campeggia uno striscione che augura in lingua kyrgyza “Buon Nooruz”, si alza la voce del presentatore: “Salam Aleikum”. Sugli spalti, una folla di migliaia di persone (di soli uomini) urla e sbeffeggia la squadra avversaria rigorosamente in lingua kyrgyza.

Bastano pochi minuti per capire che il Buzkashi non è uno sport adatto alle cadute in area a cui ci ha abituato il calcio europeo. Uno a uno in maniera alternata i giocatori delle due squadre si lanciano verso la capra decapitata e cercano di afferarla in velocità. Il primo che ci riesce, guadagna l’acclamazione del pubblico e il diritto di involarsi con il corpo dell’animale verso il kazan avversario. La pecora viene trattenuta saldamente se il fantino riesce a incastrarla tra la propria gamba e l’anca del cavallo. Va da sè che gli avversari cercheranno di impedirglielo con tutte le tecniche possibili e di impossessarsi a loro volta della carcassa. E’ la forza bruta, bellezza!

Mi si avvicina un ex-giocatore ottantenne. Mi confida con fierezza che il più giovane fantino oggi in campo ha appena 8 anni, è suo nipote. E’ convinto che il Buzkashi eserciti un forte fascino sugli stranieri. Mi propone anche di darmi qualche lezione gratuita, se gli prometto di esportarlo in Italia, a patto che metta a disposizione io i cavalli per l’allenamento.

Lo strumento

Il Buzkashi non è solo tradizione, e dunque scrigno delle voluttà del pubblico, ma anche strumento  a disposizione delle autorità nel perseguire la difficile affermazione del Kyrgyzstan come nazione. In Farewell Gyulsary (1959), Chingiz Aitmatov, il più celebre scrittore kyrgyzo, utilizza l’immagine del Buzkashi come metafora per prendersi gioco della legge sovietica, che affossava i diritti degli individui. Paradossalmente il Buzkashi stesso è un gioco, alla cui base è intrinseco il concetto di potere. Il più forte, il fantino con il cavallo più veloce, vince. La squadra serve come sostegno, ma è il valore del singolo a esser esaltato, nonostante la pluralità dei giocatori in campo.

L’elite maggioritaria kyrgyza ha fatto della protezione della propria lingua un cavallo di battaglia per proteggerla dagli idiomi delle minoranze etniche e dall’indigesta tradizione russofona. Il Kyrgyzstan, come già l’Uzbekistan e il Kazakhstan hanno fatto con maggiore successo, ha assoluto bisogno di esaltare le proprie tradizioni per poter garantire una propria identità ai giovani cittadini di questa ex repubblica sovietica, indipendente da poco più di due decenni. E il Buzkashi, così come la neonata festa del Kalpak, assumono questo ruolo di coadiuvatori.

Il gioco può andare avanti per molto tempo. I migliori fantini del paese stanno gareggiando da 5 giorni per raggiungere questa finale. La battaglia non terminerà prima delle 17 e a vincere saranno i fantini di Talas.

Cono Giardullo è consigliere politico presso la Delegazione dell’Unione europea a Bishkek

Chi è Matteo Zola

Matteo Zola
Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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