STORIA: Slobodan Milošević cercò di rivitalizzare il socialismo reale attraverso il nazionalpopulismo

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Nel corso degli ultimi venti anni circa, la letteratura accademica e non solo, ci ha spiegato come le guerre jugoslave, negli anni ’90 del secolo scorso, furono il prodotto delle scelte dell’élite politica serba che, all’improvviso, da socialista divenne nazionalista, sul finire degli anni ’80. Slobodan Milošević è stato frequentemente indicato come il principale responsabile di questo processo. Di volta in volta, questa interpretazione è stata sfidata e messa in discussione da varie tesi revisioniste, che tentarono di negare la conversione di Milosevic al nazionalismo granserbo.

Nondimeno, per quale ragione il leader dei comunisti serbi avrebbe dovuto divenire, all’improvviso, il punto di riferimento di un fronte (neo)cetnico aspirante alla creazione di una Grande Serbia a scapito della federazione jugoslava? D’altro canto, perché negare l’evidente ruolo di Milošević nella promozione del nazional populismo serbo?

La tesi che suggerisco, in base all’analisi delle trascrizioni di alcune sedute della Lega dei Comunisti della Serbia (e della Lega dei Comunisti della Jugoslavia) conservate negli archivi di Belgrado e Lubiana, è che Milošević manipolò strategicamente il nazionalismo serbo per rimanere al potere. Cercherò di spiegare, sinteticamente, come e perché lo fece. L’obiettivo primario di Milošević fu quello di garantire la sopravvivenza del regime socialista e del monopolio del potere. Conseguentemente, Milošević adottò parte della retorica nazionalista presa in prestito dall’opposizione (pur con qualche cautela si potrebbe parlare di dissidenza) in Serbia.

L’intreccio dei regimi socialisti con il nazionalismo era (e del resto lo è ancora oggi) tipica di vari paesi retti da comunisti (come è accaduto in Unione Sovietica, Romania ed anche nella Repubblica popolare cinese e a Cuba). A differenza di quanto precedentemente affermato nella letteratura accademica (e non solo), lo scopo principale di Milošević non era di creare una Grande Serbia (come immaginato dall’ideologia Cetnica). Milošević si dimostrò tollerante e benevolo verso le espressioni del nazionalismo serbo per opportunismo politico. La sua condotta politica ed i suoi modi radicali e decisi facilitarono, nel contesto di una federazione composta da più nazioni e minoranze, la dissoluzione della Jugoslavia. Tuttavia, questa interpretazione è differente rispetto al voler affermare che Milošević (improvvisamente) da comunista si tramutò in cetnico e volle deliberatamente distruggere la Jugoslavia. La situazione, come vedremo, era più sfumata e complessa. Inoltre, i nazionalisti serbi, nella seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso, erano dei pericolosi concorrenti di Milošević e del regime socialista jugoslavo. Milošević credette di poter sfruttare i nazionalisti per i propri fini.

La concezione di Milošević della Jugoslavia, in quanto paese, sul finire degli anni ’80, era quella di un paese federale con una forte struttura centrale, un modello che era già stato accantonato e ripudiato dal Maresciallo Tito a partire dagli anni ’60. Il modello avanzato da Milošević non poteva non piacere ai nazionalisti serbi, perché, in ultima istanza, avrebbe garantito a tutti i Serbi della Jugoslavia di vivere in un solo paese, sebbene i veri nazionalisti (serbi) odiassero o quanto meno vedessero con grande sospetto il leader serbo, perché comunista e loro antagonista.

Tutte le altre nazioni e minoranze jugoslave non desideravano affatto ritornare nel passato, rinunciando così alla loro autonomia, perché temevano di essere egemonizzati dai Serbi come accadde durante la prima Jugoslavia. Così, gli sloveni e gli altri popoli jugoslavi domandarono inizialmente il mantenimento dello status quo ovvero dell’autonomia, e successivamente proposero la creazione di una confederazione o di una libera unione di stati sovrani (le richieste specifiche dipendono dall’anno e dalle singole repubbliche). Il leader dei comunisti sloveni, Milan Kučan, divenne progressivamente il più acerrimo rivale di Milošević nel difendere la massima autonomia alle singole repubbliche.

Milošević sfruttò, per necessità e per paura di venir politicamente destabilizzato ed eventualmente esautorato, il sentimento nazionalista che si venne a creare in Serbia (ampiamente innescato dagli intellettuali dissidenti che cercavano di attaccare il regime socialista) per rafforzare il regime e, in ultima istanza, il suo potere politico.

Nel 1986/1987 Milošević ed i suoi alleati politici temevano che se si fossero ripetuti i disordini a Belgrado e nel resto della Serbia, a causa delle proteste dei Serbi e Montenegrini del Kosovo (le proteste nelle strade e nelle piazze avrebbero potuto fomentare e allargare a macchia d’olio le proteste dal Kosovo alla capitale, Belgrado), l’esercito avrebbe potuto dichiarare lo stato d’emergenza, ponendo così la dirigenza politica serba in un vicolo cieco, costringendolo alle dimissioni.

D’altro canto, in quel momento, Milošević ovviamente non cercò di introdurre la democrazia parlamentare in Serbia. Si limitò a cercare nuovo consenso e legittimità attraverso delle pratiche che si possono, per semplicità, definire plebiscitarie.

Il controverso discorso di Milošević tenutosi a Kosovo Polje (24/25Aprile 1987) fu l’inizio di una nuova strategia politica; da allora in poi, il Kosovo venne prepotentemente messo in cima alla lista dell’agenda politica serba e jugoslava. L’esito finale fu la soppressione dell’autonomia delle due province autonome serbe (Kosovo e Vojvodina) nel marzo 1989. Questo evento potrebbe facilmente condurre alla conclusione che si volle in questo modo creare una Grande Serbia; tuttavia questa è una eccessiva semplificazione che non prende in considerazione il contesto nella sua interezza.

Milošević gestì la propria visita a Kosovo Polje (aprile 1987) organizzando la spontaneità (forse un facile eufemismo per il termine “manipolazione”), cercando di comunicare nei mass media una vena di ottimismo, strumentalizzando in proprio favore i valori simbolici della nazione serba. In effetti, all’epoca, Milošević reputava fosse essenziale trovare una soluzione condivisa, in Kosovo, tra serbi e albanesi, altrimenti, secondo il suo punto di vista, si sarebbe potuto verificare un genocidio nei confronti dei serbi perpepretato dagli albanesi.

Dovremmo tenere a mente che in quel periodo, le élites politiche e militari della Serbia (e con ogni probabilità anche i vertici jugoslavi) reputavano che un eventuale conflitto armato tra albanesi e serbi in Kosovo sarebbe potuto divenire il pretesto per l’internazionalizzazione del conflitto e l’eventuale scoppio di una terza guerra mondiale, con un confronto diretto tra la NATO ed il Patto di Varsavia, come si può evincere da documenti riservati del Partito.

Il secondo discorso di Milošević a Kosovo Polje, divenuto ancor più famoso del primo, si tenne due anni dopo, il 28 giugno 1989, in occasione del seicentesimo anniversario della Battaglia omonima. La frase pronunciata nell’occasione da Milošević, a proposito dell’impossibilità di poter escludere in futuro anche battaglie armate, deve essere posta nel contesto appropriato. Si trattava di un ammonimento a possibili scontri armati in Kosovo tra albanesi e serbi ed all’utilizzo delle forze armate jugoslave per sedare le animosità. D’altro canto, questo discorso (ovviamente se analizzato in una sequenza temporale, assieme a esternazioni analoghe) lascia trapelare la stessa forma mentis di Milošević: egli era pronto ad accettare il conflitto armato come uno strumento utilizzabile per la soluzione di conflitti politici. Questo è peraltro ciò che fece nel 1991/1992 e nel 1998/1999.

La dirigenza della Lega dei comunisti della Jugoslavia, nel periodo compreso tra la fine del 1989 e l’inizio del 1990, si sgretolò definitivamente. Il monopolio del potere dei comunisti stava svanendo, all’interno di una società plurinazionale, colpita da una crescita esponenziale dei conflitti tra le repubbliche jugoslave. Sebbene i comunisti sloveni reputassero conveniente rinunciare al monopolio del potere, Milošević era fortemente contrario. In Serbia, i comunisti proponevano l’introduzione di un pluralismo non partitico, ad esempio trasformando l’Alleanza socialista in un secondo “partito” in realtà controllato dai comunisti stessi. Ad essere precisi, la leadership serba voleva evitare l’adozione della democrazia parlamentare e propose di introdurre all’interno del sistema vigente una sola organizzazione politica alternativa alla Lega (l’Alleanza socialista), purché fosse sotto il controllo della Lega stessa, ossia del partito. Questa tattica era indubbiamente connessa con il timore di Milošević di cedere il controllo sui quadri dirigenti e la probabile perdita del Kosovo qualora fosse stata legalizzata una libera competizione tra partiti politici all’interno di una democrazia parlamentare. Egli credeva che gli albanesi del Kosovo, grazie alle libere elezioni, avrebbero formato un movimento politico compatto in chiave nazionale (prettamente albanese) mirante all’indipendenza dalla Serbia e dalla Jugoslavia.

Milošević, ancora all’inizio del 1990, era in favore del socialismo in quanto sistema politico e della proprietà sociale dei mezzi di produzione. Non solo, era contrario alle privatizzazioni. Del resto ciò non deve stupire, perché i vertici del Partito avevano il controllo dell’economia, direttamente o indirettamente, tramite la nomina dei direttori delle aziende pubbliche. Lo stesso Milošević, come del resto Borisav Jović e Ivan Stambolić seguirono questa strada. Inoltre, Milošević, a metà del 1990 circa, continuava a definirsi un comunista “per fede” che voleva tenere unita la Jugoslavia (riducendo l’autonomia delle repubbliche). Si dichiarava inoltre ostile ai movimenti che si rifacevano agli ideali cetnici, anzi, non voleva che si infiltrassero nel nascente Partito socialista della Serbia.

Milošević tentò di ridare nuovo slancio ed energia ad un regime decadente cooptando e sostenendo la questione dei serbi del Kosovo. Sebbene, non inaspettatamente, la sua tattica politica mutasse a seconda delle circostanze, si può affermare che sino all’inizio del 1990 egli cercò di salvare il regime socialista ed il monopolio del potere. La sua scalata al potere venne bruscamente interrotta nel gennaio del 1990, in occasione del XIV ed ultimo Congresso della Lega dei comunisti della Jugoslavia, tenutosi alcuni mesi dopo il crollo del Muro di Berlino. Il suo concetto accentratore di federazione jugoslava venne definitivamente affossato dall’introduzione delle prime libere elezioni tenutesi in Jugoslavia nel corso del 1990.

Da un certo punto di vista, la strategia politica di Milošević, durante la sua ascesa al potere negli anni ’80, è stata interpretata dai suoi detrattori come l’inizio della Grande Serbia. Questo avvenne perché egli avallò e promosse alcune delle principali istanze dei nazionalisti serbi. Del resto, i suoi difensori reputano che Milošević tentò di introdurre la democrazia parlamentare a scapito del regime comunista. Questi ultimi interpretano il suo populismo come una forma di partecipazione politica (come nel caso dei cosiddetti “meeting” del popolo serbo). Tuttavia, sia i critici sia i difensori di Milošević, in questo senso, hanno torto. In quel determinato periodo storico, l’obiettivo primario di Milošević era la salvezza del regime socialista.

Il collasso del socialismo nell’Europa orientale lo spinse, per necessità, a mutare, ancora una volta, la propria strategia. Nondimeno, la responsabilità politica, etica e morale delle sue strategie e scelte di governo, a partire dalla sua (originariamente) inflessibile idea di una Jugoslavia unitaria (affinché tutti i Serbi potessero vivere in un solo paese), sino all’accettazione della guerra come una opzione politica percorribile e giustificabile agli occhi dell’opinione pubblica (serba e montenegrina), non possono essere addossate unicamente alle circostanze storiche. Altrimenti si cadrebbe nel circolo vizioso del determinismo storico.

Foto: Limbic, Flickr

Chi è Christian Costamagna

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Christian Costamagna, classe 1979, ha insegnato presso l'Università del Piemonte orientale nell'anno accademico 2014-2015 (corso di Storia contemporanea e dell’Europa Orientale) dove ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze Storiche. Nella tesi di dottorato si è occupato dell’ascesa al potere di Slobodan Milosevic nella seconda metà degli anni ’80. Ha svolto ricerche d’archivio a Belgrado e Lubiana. I suoi articoli sono apparsi su East Journal, Geopolitical Review. Geopolitica – Rivista dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, Mente Politica, European Western Balkans, e sul “LSE blog about South Eastern Europe”. Costamagna è consulting analyst per Wikistrat.

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